Dopo i Metallica, spazio agli Slayer.

Ma io, chi sono?

Da dove vengo e, sopratutto, cosa ci faccio qui?

(Piccola analisi sulla fotografia live e sul perché io sia diventato un fotografo musicale.)

Sono diventato un fotografo musicale, ed ho praticato questo meraviglioso hobby per quasi una decade, solo ed esclusivamente per questo momento.

Se torno indietro nel tempo, se mi auto-analizzo, il passato si fa chiaro ai miei occhi stanchi.

Chi cazzo sono?

Da dove vengo?

Perché sono stato qui?

Andiamo con ordine.

Posto da me medesimo difronte ad una scelta, la fotografia e la musica contro lo sport, la scelta è caduta sulla musica. E ringrazio gli Dèi per aver guidato la mia mano, il mio occhio e il mio cuore, verso la vita da trincea nel Photo pit, coperto da pioggia, fango, sputi, gomme americane nei capelli, sole cocente e pessima birra a migliaia di euro.

Ho scelto la fotografia musicale per poter fotografare loro: gli Slayer. Questa è l’unica verità. E sono riuscito nel mio intento.

Alfa ed Omega del mio gusto musicale, paladini per decenni di quello che io ho sempre cercato nella musica, alfieri di un mondo che non esiste più.

Nella galleria sottostante, il mio commiato.

Dagli Slayer, dal sito che è stato per il sottoscritto un punto di riferimento imprescindibile e per cui posso ben dire di aver sputato sangue, da quella che fu la mia giovinezza. Non solo metaforicamente parlando.

Nelle immagini, pessime, raffazzonate ed approssimative di chi scatta con gli occhi invasi dalle lacrime si può leggere l’addio ad una delle mie ragioni di vita (musicali), ad una guida, ad un modo d’essere, ad una attitudine.

Dopo la morte di Jeff, mi ripromisi che quello sarebbe dovuto essere l’ultimo rendez-vous con il gruppo di Los Angeles, California.

Avrei potuto postare migliaia di foto migliori scattate alla band, queste però sono le più significative, quelle con più anima, quelle con più cuore.

A quest’ultime, allego il mio pensiero il giorno in cui venni a conoscenza della morte di Jeffrey John Hanneman, una fottuta mattina di maggio che mai scorderò. Brutta testa di cazzo, cosa mi hai combinato?

Rotto il giocattolo, finito il giro sulla giostra, il tempo di dirsi addio è arrivato da tempo.

Farò finta di non essere mai cambiato, di essere sempre quella mina vagante che si aggirava, sinistra, sotto quel palco.

Farò finta.

“Memories keep love alive
Memories will never die”

“Con la tua morte, caro Jeff, probabilmente si chiude definitivamente quel periodo della mia vita che più si lega alla gioventù. Quel tempo in cui tutto era possibile perché i limiti erano fatti esclusivamente per essere abbattuti. Una gioventù randagia fatta di musica, di birre calde bevute sulle spiagge, di concerti fangosi e di lividi.

Lividi ovunque.

Lividi che questa mattina riscopro nell’anima Jeff, e che scompariranno, lentamente, come fossero fantasmi di un tempo perduto. Ci si rende conto che la vita continua, felice, con i nuovi ritmi, i nuovi obiettivi, le nuove ambizioni. Continua anche in quella parte adolescenziale che continua a vivere, sempre, magari rinchiusa in un piccolo angolo di cuore e che esce, prepotentemente, quando si accendono gli ampli, quando la folla ruggisce, quando si spengono le luci e ci ritrova abbracciati, fratelli sconosciuti, sotto quel palco.

Gioventù perduta nel tempo e che non ha mai smesso di sognare. Gioventù di cui tu facevi parte, Jeff, ed ora che non ci sei più pian piano si dissolve nelle lacrime amare di chi ti ricorda. Con te le gioventù tramonta per far posto all’adulto che devo essere. Con la tua morte muore un gruppo che mi ha fatto compagnia, che mi accompagnato nelle crescita, che è stato la colonna sonora di un periodo fantastico. Il futuro che ho davanti, sono convinto, sarà altrettanto meraviglioso. Ma si è chiuso un capitolo importante, oggi 3 maggio, ed è forse giusto così. Potere della musica. Potere del legame che, indistintamente, ci unisce tutti dal primo all’ultimo. Ovunque tu sei ora, grazie.
Vaffanculo Jeff: “That life is unconditional and death is only the beggining! The pain will never end…”
Per Sempre Slayer.

Jeffrey John Hanneman. Oakland 31/01/64 – Los Angeles 02/05/13

Farò finta, sapendo bene di non riuscirci.

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Il giorno in cui capii che avrei potuto farcela, che avrei potuto regolare i conti col destino era arrivata: finalmente era arrivato il momento di chiudere un cerchio aperto il 24 novembre del 1991. Il mio conto aperto con i Queen, dopo la morte di Freddie Mercury, poteva essere saldato in una calda sera di luglio nella piccola cittadina di Grado, in provincia di Gorizia.

La Diga Nazario Sauro era stata scelta come luogo del mio rendez-vous con Brian May, inconsapevole (nello specifico) co-fondatore dei Queen, band che ho amato in gioventù e che, più o meno giustamente, ho reputato finita alla morte del carismatico cantante. Il “Born Free Tour”, spettacolo in cui il musicista britannico fu accompagnato dalla splendida Kerry Ellis, sarebbe stato lo scenario più adatto per la conclusione di una rincorsa (emotiva) durata per più di due decadi. Ma non sarebbe stato facile.

Per la prima volta infatti, da quando ero entrato in pianta stabile nello staff di truemetal.it come fotografo, avrei dovuto partecipare ad un concerto senza l’aiuto di un photopass. Dovevo arrangiarmi alla bene e meglio visto che non mi bastava più solamente presenziare al concerto, ma volevo anche una foto da conservare nel mio album dei ricordi.

Grazie all’aiuto di due amici e alla cortese comprensione di due ragazzi della sicurezza, riuscii a portare con me la mia macchina fotografica e il teleobiettivo che mi sarebbe servito per catturare i momenti salienti del concerto anche da distanze ragguardevoli.

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Le lancette dell’orologio, sulla diga di Grado, in una mite sera d’estate si fermarono, per concermi il lusso di tornare indietro nel tempo. Non ero io ad assistere alla magia indotta agli astanti delle dolci note provenienti dal palco; non ero l’Io adulto sotto il palco, quello con famiglia, figli, rate, preoccupazioni: non ero io. Con un occhio chiuso ed uno aperto, dietro quella macchina fotografica a cui si appannava l’oculare mentre la Red Special colpiva con fendenti forti come il marmo ci stava un adolescente piuttosto emozionato. Il clamore del trionfo era dolce e roboante come le note, oramai entrate nel DNA, di “Tie Your Mother Down” o “Crazy Little Thing Called Love” o dell’iconica “No-One but You (Only the Good Die Young)” una delle canzoni più belle e significative quest’ultima, scritta per ricordare la vita e il lavoro di un gigante della musica.

Lacrime ovunque: lacrime dai più vecchi visi in platea solcati dalle rughe, lacrime dai più sprezzanti relitti da bancone accorsi per un po’ di rock, lacrime dai più giovani fans accorsi per vedere un mito in carne e chitarra, lacrime da tutti.

A raccontarlo non ci si crede.

Davanti quel palco, tra i tanti, c’era un adolescente, amante della musica, con gusti variegati ed incatalogabili, con un cuore ingestibile ed uno spirito inquieto. Un adolescente divenuto uomo incredulo nel vedere così tanti occhi luccicanti tutt’intorno a se.

Per qualche ora il tempo si fermò, così come il respiro di quell’adolescente che ricordava esattamente il giorno in cui un eroe di gioventù lasciò questo mondo.

Quello che rimase in me dopo quella serata, è un ricordo prezioso che conserverò stretto e che con le parole faccio fatica ad esprimere. Quello che rimane di quella serata e che posso condividere con il mondo è questa galleria fotografica. Forse non sarà perfetta, me ne rendo conto, ma il più delle volte le lacrime annebbiano la vista. E in fotografia, una vista annebbiata, è un handicap difficile da colmare.

We’ll remember
Forever…

PD