For Whom the Bell Tolls – Una notte con i Metallica

«Allora, sentimi bene… Sei pronto?»
«Boh, credo di si.»
«Credi di si, o ne sei sicuro? Guarda che non ho voglia di stronzate, non questa sera.»
«Tranquillo: ci sono, ci sono. Non preoccuparti, andrà tutto bene.»
«Andrà tutto bene? Davvero? E dall’alto di quale esperienza, dimmi, sei sicuro che andrà tutto bene, eh? Ascolta, fino ad oggi hai fotografato piccoli gruppi in piccoli club di provincia, lontano dagli occhi di chi conta davvero, e le tue foto se le sono filate davvero in pochi.»
«Si, me ne rendo conto.»
«Ma che bravo. Te ne rendi persino conto, guarda te. Ed io che pensavo di avere a che fare con un coglione, pensa. Allora, sentimi bene: c’è la fila di fotografi con i controcoglioni qui fuori che aspettano solo una minima occasione per fottere te, la tua macchinetta da quattro soldi, il tuo obiettivo di seconda scelta e la tua rubiconda facciona con quei bei occhioni blu da cerbiatto.»
«Capisco, ma…»
«…ma, maaaa, ma proprio per un cazzo! Ascolta: perché mai dovrei mandarti sotto quel palco, in mezzo alla calca più infernale degli ultimi anni, a fotografare uno dei concerti più attesi dal popolo del Metal degli ultimi trent’anni? Eh? Dai, dimmelo! Dammi una sola motivazione che sia minimamente plausibile. Dai, ti ascolto.»
«Beh, in primis perché me lo sono meritato. Ho lavorato sodo per essere sotto quel palco e penso di essere la persona più adatta a stare in quel pit.»
«MA GUARDA CHE RAZZA DI CAZZONE MI SI PARA DAVANTI! SE LO MERITA, IL SIGNORINO!»
«Si, me lo merito. E non gridare perché tanto ti sento comunque. Poi ho fatto esperienza in questi mesi e sono arrivato qui pronto a fare di tutto per portare a casa un buon lavoro.»
«Ebbe! E si! Alla faccia dei fotografi veri che si sono fatti il culo per decenni per essere pronti per queste occasioni. Ha lavorato mesi, lui. Capirai…»
«Poi, per concludere, devo andare a fotografare i Metallica oggi, al Big 4 di Milano, perché in realtà tu non esisti. Sei il frutto della mia immaginazione e proprio mentre sto perdendo tempo con te è partito l’intro. È ora di svegliarsi e di darsi una mossa, cazzone…»

Le note di Morricone squarciarono l’aria sopra Milano. Mi risvegliai dal torpore mentre Tuco Benedicto Pacifico Juan María Ramírez era intento a correre a perdi fiato tra le tombe dalle scalcinate croci di legno e l’erba rada. Tutto era pronto per il mio incontro con la storia.
Una piccola, indimenticabile, luccicante e meravigliosa storia.

PD

Queen #1 | Il Mito Intramontabile

Ricordo esattamente il giorno in cui Freddie Mercury morì. Ero in camera mia, disteso sul letto, con lo stereo e la televisione accesa nello stesso momento: un classico, nel mio caotico mondo adolescenziale. Stavo ascoltando il lato A di “Master of Puppets” dei Metallica, opportunamente passato in cassetta direttamente dal vinile che un amico d’infanzia custodiva – a ragione – al pari di una reliquia della cristianità.

“…Pounding out aggression
Turns into obsession
Cannot kill the Battery
Cannot kill the family
Battery is found in me

Battery!”

Accanto al letto stava appiccicato, sulla larga tavola di truciolato che sorreggeva il piano da lavoro della scrivania color nocciola, un poster in formato A3 di Freddie in un fotogramma ripreso, con molta probabilità, dal videoclip di Bohemian Rhapsody.

Il televisore, posto ad un paio di metri dal letto, catapultava nella stanza sequenze di immagini a cui niente e nessuno dava bado, con gran spreco di energia e di prezioso tubo catodico. Lo stereo invece, imperterrito, continuava a fare un gran fracasso.

“…Master of Puppets I’m pulling your strings
Twisting your mind and smashing your dreams
Blinded by me, you can’t see a thing
Just call my name, ‘cause I’ll hear you scream
Master!
Master!!!”

Tutto d’un tratto qualcosa ruppe l’equilibrio di quel noioso e sonnacchioso pomeriggio di novembre. Qualcosa di strano calamitò lo sguardo impedendomi, di fatto, di concentrarmi su null’altro che non fosse lo schermo brillante del vecchio Panasonic. Era una sequenza interminabile di immagini, veloci ed incalzanti, come fossi precipitato in un caleidoscopio impazzito di luci e colori.

“Build my fear of what’s out there
And cannot breathe the open air
Whisper things into my brain
Assuring me that I’m insane
They think our heads are in their hands
But violent use brings violent plans
Keep him tied, it makes him well
He’s getting better, can’t you tell?”

Riuscii però, nel casino che regnava tutto intorno a me, a mettere a fuoco il messaggio passato dalla TV e, meccanicamente, spensi la radio e con il telecomando, con un incrocio spregiudicato di articolazioni alzai il volume del televisore. Freddie Mercury, leader carismatico dei Queen, era morto per una polmonite, una delle complicanze più frequenti, ai tempi, per i pazienti affetti da immunodeficienza umana acquisita.

A.I.D.S.: lo spauracchio per eccellenza, il male peggiore, la paura recondita di molti adulti, per noi ragazzi era solo un buffo spot alla televisione fatto da persone cerchiate di fucsia aveva, di fatto, appena ucciso uno dei miei (numerosi) idoli musicali. Era ora di diventare un po’ più grandi, era evidente. La voce impossibile che avevo incominciato ad amare grazie alle cassette di “Works”, “A Night at the Opera”, l’anima di canzoni memorabili come “Fat Bottom Girls”, “’39”, “Tie Your Mother Down” e “Now I’m Here” era morto chiudendo in maniera teatrale, il sipario su uno dei più grandi gruppi Rock della storia. Da quel preciso momento iniziò a montare, assieme allo sconforto, quel senso di vuoto dato dalla consapevolezza che mai più in vita mia avrei potuto vedere i Queen dal vivo.

Fu un duro colpo.

Guardai tutto quello che riguardava la morte di Freddie, quel giorno, e tutto quel che riguardava la morte di Freddie i giorni seguenti. Erano ancora anni vergini dalle follie dei social e dei tributi pacchiani su inutili blog (per l’appunto), conditi da sfilze interminabili e sentitissime di “R.I.P🥀”…

Registrai quello che passò per la televisione con il vecchio Telefunken che stava in soggiorno, cercando di stoppare la registrazione dei vari speciali nel momento giusto per escludere la pubblicità e salvare così preziosa bobina VHS.

Memory – Samsung S6

Il giorno della morte di Freddie, consapevole di aver perso – non per colpa mia – un pilastro imprescindibile della mia formazione musicale, restai per un po’ a guardare quel poster attaccato sulla scrivania. Riaccesi lo stereo avendo sempre ben cura di tenere accesa anche la televisione.

“Damage jackals ripping right through you
Sight and smell of this, it gets me goin’
Know just how to get just what we want
Tear it from your soul in nightly hunt
Fuck it all and fucking no regrets
Never happy ending on these dark sets
All’s fair for Damage Inc. you see
Step a little closer if you please”

Ascoltai quella cassetta copiata male dei Metallica per quasi tutto il pomeriggio fin ora di cena, quando mia madre venne a dirmi che era pronto; una libidinosa piadina con il prosciutto crudo era già in tavola e mi stava aspettando fumante. Le dissi che avrei voluto continuare ad ascoltate musica e che avrei voluto mangiare in camera, appoggiando piatto e bicchiere sulla sedia. Mia madre non fece una piega e così, azzannando il mio lauto pasto, lasciai scorrere come un fiume in piena le note della band inglese orfana del suo faro più luminoso. Toccò proprio ad una cassetta che i miei genitori comprarono qualche anno addietro, come souvenir pensato per me durante il viaggio che fecero in Ungheria. Pensai che fosse un regalo di viaggio strano, ma mio padre mi disse che non riuscirono a trovare niente di più adatto da regalarmi: era Greatest Hits I. Da quella musica e da quella vuota consapevolezza nacque in me il desiderio di vedere i Queen su un palco: magari per qualche reunion, magari anche solamente per un minuto e anche solo un singolo membro di quella che fu una delle leggende musicali di mezzo novecento. Li dovevo vedere.

Anni dopo, riuscii nel mio intento.

Ma questa è un’altra storia.

…TBC…

PD

Corsi e Ricorsi

È nel destino degli uomini il restare fedeli al demone che si scelgono, spingersi alle estreme conseguenze, anche quando il nostro istinto ci ha avvertito del pericolo. E poi venire distrutti.  – Dylan Dog

Ma non avevi detto di esserti stancato?
Si, lo avevo detto.
Ma non avevi detto di non volerne più sapere della fotografia?
Si, te lo confermo.
E della musica?
Si, ho detto anche questo.
E allora, perché hai rispolverato la vecchia macchina fotografica, il cannone da concerto, la borsa a tracolla?
Perché sono stufo di essere stanco. E perché un po mi manca quel mondo così strano, seducente, ammaliante che ti dona un po’ di quelle luci della ribalta anche se stai sotto, in un angolino, a fotografare.
Ogni tanto è bello sgomitare con i fotografi, quelli veri, alla ricerca di uno spazio ottimale per poter rubare lo scatto perfetto, quello che ti fa saltare dalla seggiola quando lo riguardi al computer.
Sarà…Ma che ci troverai mai nel startene li in piedi a fotografare quattro scalmanati che urlano sul palco.
Beh, vedi, è un miscuglio di emozioni difficile da spiegare così, con quattro parole in croce. Stare la sotto è tensione, emozione, gioia, stanchezza, rabbia e disapprovazione. È il piccolo contributo che decidi di dare alla musica. Questo è un contributo che costa caro però: continue migliorie tecnologiche, ore di permesso dalla famiglia e dal lavoro, benzina, pedaggi, autostrade. E poi sputi in faccia, sia dal pubblico che dagli artisti, chewing gum tra i capelli, bicchieri di birra (pieni) volati in testa, pioggia battente e sole cocente, ma anche tante esperienze, non sempre edificanti, che fai conoscendo quelli come te, sotto quel palco, o nell’area stampa mentre ti godi una meritata birra dopo aver fatto a cazzotti per trovare lo spazio giusto.
Contento tu. Per me continuano ad essere delle cazzate.
Contento? Non lo so se sono contento, ma questo dipende in gran parte dal mio carattere schizofrenico. So solo che quando sono la sotto, in attesa che il telo scenda, mentre migliaia di persone alle mie spalle sono intente ad urlare tanto da farti venire il mal di testa, quando esplodono i fuochi d’artificio e le luci sulla tua testa iniziano una danza convulsa e febbrile lì, in quel preciso momento, posso dire di essere in pace con me stesso.

alexi
Alexi Lahio – Cildren Of Bodom

Kiss @ Arena di Verona

From the past: riesumo dalle polveri del passato un articolo scritto per truemetal.it sul concerto dei Kiss dell′Arena di Verona.

Alla fine a vincere è il pubblico. Quella esultante, variopinta, chiassosa, truccata umanità che ha riempito le strade della (meravigliosa) Verona, impegnata ad accogliere frotte di turisti giapponesi – tutti con l’immancabile bastone per selfie – in una torrida giornata di pre-estate. Vince la Kiss Army con i suoi battaglioni multirazziali, multicolori, di tutte le età, provenienza, ceto sociale e attitudine sessuale.

Siamo tutti qui, in trepidante attesa che quei grossi cancelli in ferro si aprano, per tributare un amore interminabile che ha attraversato, con molti alti e pochi bassi, una storia che dura da quarant’anni. Tutti in fila, circondati da centurioni romani e da insistenti bagarini dall’aria – spesso – trasandata, in attesa di poter nuovamente godere dello spettacolo dell’Arena, tirata a lustro per il pubblico delle grandi occasioni. Fuori dalle mura dell’anfiteatro, sono riposti ordinatamente i megalitici arredi scenici egizi dell’Aida di Verdi, spettatori silenziosi del rito pagano del Rock’N’Roll  che si andrà a consumare da qui alle prossime ore. Birra, face-paintig pesante (“lo Starchild” e il “Demone” vanno sempre per la maggiore) e tanti visi sorridenti incontro nel mio girovagare per il centro cittadino.

Fa caldo, un caldo becco oserei dire: una cappa grigiastra sovrasta la mia testa che ribolle, persa in mille pensieri. Dopo sei anni di lavoro e di assoluta fedeltà per il mio amato truemetal, oggi finalmente avrò la possibilità di fotografare i Kiss, gruppo che come nessun altro al mondo rappresenta l’orgasmo artistico per chi come me è appassionato di musica e fotografia da sempre. La meravigliosa addetta stampa che lavora per conto della Barleys-Art mi telefonò la sera prima, mentre ero intento ad armeggiare con una vecchia Hasselblad, comunicandomi l’avvenuto accredito come fotografo per la serata di Verona. Da quell’istante non seppi pensare ad altro, se non al momento in cui sarei arrivato sotto quel palco con la mia vecchia macchina fotografica, il mio obiettivo sgangherato ma ancora performante, e il mio batticuore.

Solo adesso mi rendo conto che il momento a lungo atteso arriverà a momenti, questione di poche ore. Il cuore batte in gola come un martello pneumatico mentre mi avvicino all’Arena. Lunghe file di fan trepidanti si sono formate fuori dai cancelli d’ingresso che, per un motivo a me ignoto, sono ancora chiusi. Qualcuno rumoreggia, altri fischiano; ben poca cosa nel clima comunque rilassato che si respira un po’ ovunque in città.

I cancelli si aprono con quaranta minuti di ritardo: a farne le spese sono gli ottimi The Dead Daisies  dell’inossidabile John Corabi  che suonano comunque al massimo delle loro possibilità, dando prova di grande attitudine musicale unita ad una professionalità ineccepibile. Coraby gira per il palco salutando tutti i (pochi) spettatori delle “poltronissime”, mentre inizio a scattare qualche fotografia da lontano. Non ci lasciano entrare nel pit fotografico perché, a dire della sicurezza, ci sono delle bombole di gas sotto il palco ed è quindi pericoloso avvicinarsi. Sono allibito, assieme a tutti gli altri fotografi.

Il pubblico presente, affannato nella ricerca del posto migliore da dove assistere al concerto, si infiamma giusto sulle note dell’evergreen “Helter Skelter”, capace di catalizzare l’interesse di tutti i presenti. Peccato davvero: i The Dead Daisies avrebbero meritato un’attenzione maggiore da parte di tutti.

Il caldo umido domina imperterrito sotto forma di una cappa di vapore sopra le nostre teste; riesco – dopo notevoli sforzi – a guadagnarmi una discreta posizione nel pit fotografico, in attesa dell’esibizione dei Kiss. Mi siedo ed aspetto, diligentemente, controllando che l’attrezzatura fotografica sia in ordine. Mi alzo per sgranchirmi le gambe e, girandomi, vedo un’Arena stracolma. Il colpo d’occhio è davvero incredibile; dietro alla prima fila, presidiata dalla Security, i fortunati possessori dei biglietti più pregiati scalpitano sui seggiolini rossi di metallo, pronti a schizzare come molle non appena lo spettacolo starà per iniziare. Il telone nero con il marchio bianco dei Kiss è ora completamente srotolato e al proprio posto, pronto per dare inizio a questo rito che da quarant’anni accomuna fedeli seguaci da ogni parte del globo. Dalle casse, d’improvviso, partono le inconfondibili note di “Good Times Bad Times” dei Led Zeppelin, mentre un sottile strato di fumo grigio, denso come la nebbia della val padana, inizia a fuoriuscire da sotto il telone. Ci siamo, penso, mentre il cuore batte a mille.

Mi rendo conto di essere nel pallone più completo: mani due spugne, salivazione azzerata, manie di persecuzione, miraggi! Lo speaker rompe la magia dei Led Zeppelin facendo sussultare ogni singolo cuore accorso qui in questa torrida serata di giugno.

“AAAAAAll right Verona!” ruggisce dagli altoparlanti. Il boato dell’Arena scuote ogni singola pietra dell’anfiteatro romano. Mi alzo di scatto ancora una volta prima di essere investito dal muro di suono dei newyorkesi, e vedo la folla schiumare dalla gioia e dall’eccitazione. La Kiss Army è tutta qui, e i Kiss lo sanno bene.

“You wanted the best! You’ve got the best! The hottest band in the world…” e mentre il telone scende inizia il delirio. “Detroit Rock City” (che solo nello scriverlo su questo report la pelle d’oca mi si è alzata di circa quattro centimetri), è l’opener perfetta con cui i Kiss si presentano agli ormai incontrollabili dodicimila dall’Arena.

Signore e signori, non si poteva iniziare meglio. Scatto le mie fotografie e mi accorgo che sto cantando, anche se di solito non sono abituato a farlo. Mi hanno sempre insegnato a tenere un certo distacco mentre fotografo ad un concerto, ma oggi proprio non ci riesco. La gioia e l’eccitazione si mescolano mentre grido “Get Up!”, coperto, solo parzialmente, dalla mia fedele Nikon, compagna di mille splendide avventure.

Paul Stanley si mette in posa e non perdo l’occasione per immortalarlo. Come faccio solitamente, quando mi accorgo che un artista si mette volontariamente davanti al mio obiettivo per darmi l’occasione di portare a casa un buon scatto, ringrazio l’artista con un cenno della mano nel movimento di togliersi il cappello. Stanley evidentemente se ne accorge perché, per tutta la durata dei due pezzi a noi concessi, non perde occasione per puntare il mio teleobiettivo. O almeno così mi piace credere. Tant’è che continuo ad immortalarlo sentendomi quasi a disagio quando rivolgo le mie attenzioni sugli altri componenti della band.

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La voce di Paul non graffia, ma non importa. Non credo importi a nessuno degli astanti. Qui siamo davanti ad un pezzo della storia della musica, e come disse un mio compagno di viaggio poco prima di separarci fuori dai cancelli: “questi sono i Kiss; anche se si mettessero a giocare a briscola tressette su un tavolino di legno starei a guardarli comunque”.

Lo spettacolo dei Kiss cambiato poco rispetto a quelli che ebbi modo di vedere in passato: manca il ragno, mancano luci e orpelli scenici, ma la musica, quella resta meravigliosamente invariata. Continuano a dare spettacolo sopra il palco, con quella splendida “Deuce” che, mentre sono intento a scattare come se non ci fosse un domani pomeriggio, mi riporta alla mente ricordi che credevo persi nel buio della memoria. Ricordo quel piccolo vinile dalla copertina nera (che ancora custodisco gelosamente) dato in omaggio con una copia dell’indimenticabile “Hard!” che i Kiss condivisero con i Cinderella, e mi scappa un sorriso compiaciuto nel vedermi qui, sotto questo palco, un milione di anni dopo a realizzare un mio piccolo sogno, uno dei tanti targati truemetal.it.

Finito il secondo brano, con rammarico devo lasciare il pit assieme agli altri fotografi. Per regolamento posso rientrare con il biglietto, ma devo comunque uscire e  fare il giro dell’arena per poi rientrare dal gate di pertinenza. Poco male: il volume di “Psycho Circus” è talmente alto da farsi sentire ben oltre la cinta muraria. Molte persone rimaste senza biglietto sono raggruppate in piccoli capannelli fuori dalla struttura, tanto la qualità del sonoro è comunque migliore di molti altri concerti visti in giro per il mondo.

Rientro e prendo posto alle prime note di “Creatures of the Night”: davanti a me il pubblico è ordinatamente seduto a intento a gustarsi lo spettacolo, fatta eccezione per una sola scalmanata in piedi che, telefonino in mano in perenne registrazione video, è  seriamente impegnata a dimenarsi come una tarantolata. Sento il profumo del suo balsamo, ma non per una poetica infatuazione, ma perché mi ritrovo spesso e volentieri le sue bionde ciocche fra i denti. Il telefono registra ormai da mezz’ora: guardando lo schermo non posso non pensare agli effetti che causerà su chi avrà l’ardire di vederlo, probabilmente molto simili a quelli provocati dai “Robot Guerrieri Epilettici” dei Simpson.

Cambio posto perché il gusto della lanolina inizia a togliermi quel fantastico retrogusto di birra che ho in bocca da quando misi piede nella festosa città veneta.

Tutto il copione viene eseguito magistralmente dai quattro paladini del face painting d’oltre oceano. Gene Simmons scatena la sua linguaccia verso chiunque abbia anche un vaghissimo sentore femminile, anche se poi ritratta spesso i bellicosi intenti indicando la fede d’oro al  dito, quasi con rammarico. Agita quella fettina di carne che ha tra le labbra come un forsennato; a farne le spese – spesso –  sono gli operatori intenti a filmare con le telecamere lo spettacolo, coperti loro malgrado da litri di densa sputazza.

Suoni ineccepibili, volumi perfetti, acustica da premio oscar, non posso davvero dire diversamente.

Dopo le fiamme uscite dalla bocca del demone (che, giusto per la cronaca tira in malo modo la torcia fiammeggiante accesa proprio sopra le famigerate bombole per le quali non potemmo accedere al pit) ci becchiamo una “War Machine” pressoché perfetta. Per la prima volta in vita mia, dopo centinaia di concerti, ho visto davvero cosa significhi la parola “partecipazione” ad un evento musicale. È con “Lick It Up”, e con l’ausilio di tutte le luci accese disponibili in Arena, che posso vedere 11.999 (prendo sempre per buoni i dati dai quotidiani locali senza sentire il parere della questura) persone battere le mani a tempo cantando a squarciagola. Solo io, completamente intontito ed inebetito dallo spettacolo messo in piedi inconsciamente dai fedelissimi dei Kiss, resto come un fesso, a bocca aperta, a guardarmi intorno.

Lo spettacolo, ve lo posso garantire senza paura di esser smentito, è a dir poco entusiasmante. Senza perdere un sol colpo, seguo la trasmutazione di Gene, condita con il solito rivolo di sangue dalla bocca e con la linguazza diventata oramai incontrollata, intenta a schizzare liquido rosso acceso un po’ ovunque. Vola Gene nell’alto del palco, da dove ci regala una “God of Thunder” con i controcoglioni.

‘Sti vecchietti mi piacciono sempre più, penso mentre i bisogni primari (bagno e birra) vengono azzerati da uno spettacolo con la ‘S’ maiuscola. Sceso dall’Olimpo di tubi innocenti, Gene prova a dare il meglio di se quando suona a stretto contatto con il buon Tommy Thayer, che il demone tenta di raggiungere in ogni modo con la lingua. Tommy è atleta di tutto rispetto e riesce sempre a schivare  le attenzioni del buon vecchio Gene. Mentre i due si rincorrono l’un l’altro, il vecchio marpione di Paul inizia un rapporto distanza con una giovane e procace, biondissima spettatrice che cerca di raggiungere sedendosi sulle transenne che dividono i fan dallo spazio per i fotografi. La chiama, le mima di venire pure avanti, ma lei si nega, timida, come fosse una cerbiatta paurosa ed insicura. Paul ci resta male, ma non lo vuole darlo vedere e, sculettando, riprende il centro della scena prima di cederla temporaneamente a un Eric Singer in gran spolvero che, salendo in cielo con la batteria a pistoni idraulici, ci regala una “Black Diamond” davvero fantastica. Ha da pochi secondi finito di cantare Eric; si gira verso il back stage e tira un sorriso a cinquantadue denti, visibilmente soddisfatto. Bravo.

Paul non molla il colpo e dedica le prime strofe di “I Was Made for Lovin’ You” alla sua preda persa in mezzo alla folla. Una spremuta di cuore e d’ormoni che manda in visibilio non solo la biondissima, ma l’Arena tutta, scrivente compreso. Luci, fuochi e una tonnellata di coriandoli bianchi lanciati dai famigerati cannoni fanno da cornice a una “Rock and Roll All Night” stupefacente.

La ‘tizia col telefonino’ di fianco a me ‘viene’ (finalmente) presa dalle convulsioni e portata via in codice rosso. Il cellulare continua a registrare, finalmente riuscendo ad inquadrare qualcosa di sensato, completamente ricoperto di bianchi pezzettini di carta. L’atmosfera è fantastica, frizzante, coinvolgente. Tutti in piedi a cantare, urlare, saltare davanti a questi stratosferici Kiss, inossidabili, perfetti, una vera e propria istituzione musicale.

Alla fine, come detto in apertura, vince questo pubblico stratosferico che si è dato appuntamento oggi in reverenziale cospetto di questi fantastici Dèi del Rock. Con buona pace dei giovani virgulti della scena musicale odierna: questi vecchietti sanno ancora come spaccare culi in giro per il pianeta e, sono sicuro, lo faranno finché avranno una singola goccia di sangue in corpo (poi rimpiangeranno quella versata per i fumetti della Marvel). E quando non avranno più forze, saremo ancora qui a riempire le arene e gli stadi; saremo in tanti a vederli giocare a briscola, ne sono più che convinto. La Kiss Army, quella di oggi, di ieri e di domani sarà sempre, ovunque, fedelmente presente.

Buonanotte Verona, è stato un piacere rivederti.
Buonanotte Kiss, alla prossima…

“God gave rock and roll to you, gave rock and roll to you,
put in the soul of everyone.
…But people, we have been given a gift, we have been given a road
and that road’s name is Rock and Roll.”

Post Scriptum:
In chiusura, vorrei usare il mezzo che ho a disposizione per ringraziare pubblicamente Martina e Valentina della Parole & Dintorni per la cordialità, la disponibilità e la simpatia che hanno dimostrato nei miei confronti. In un mondo della musica che corre sempre a mille all’ora, fagocitando cose, persone e non guardando in faccia a nessuno, vi siete dimostrate delle professioniste di grande umanità.

Grazie, di cuore.

Daniele Peluso

Kiss @ Arena di Verona 2015 – Set List
01. Detroit Rock City
02. Deuce
03. Psycho Circus
04. Creatures of the Night
05. I Love It Loud
06. War Machine
07. Do You Love Me
08. Hell or Hallelujah
09. Calling Dr. Love
08. Lick It Up
09. Bass Solo
10. God of Thunder
11. Cold Gin
12. Love Gun
13. Black Diamond
14. Shout It Out Loud
15. I Was Made for Lovin’ You
16. Rock and Roll All Nite

PD