Tic Toc, Tic Toc.
Le lancette del vecchio orologio scandiscono, inesorabili, il tempo che passa.

Tic Toc, Tic Toc.
Atri e ventricoli fanno da eco, in sincrono perfetto, mentre il cuore decide di battere i suoi colpi proprio in mezzo alla gola. Riuscendoci, forse, a malapena.

Tic Toc, Tic Toc.
Due piccioni audaci raccolgono dei rami secchi sul marciapiede reso incandescente dai raggi di un sole tiranno. Afferrano con gli aguzzi becchi i pezzi di legno, evidentemente troppo lunghi per poterli trasportare da soli, e si mettono, goffamente, in volo. Atterrano sulla trave d’acciaio sopra la mia testa. Li seguo con lo sguardo. Sento le affilate zampette ticchettare velocemente mentre raggiungono l’obiettivo. Tentano di costruire un nido. Un legno cade e, come prevedevo, mi rimbalza sulla spalla. Ha sporcato la mia maglia rossa che profuma di vaniglia e cocco? Mi assicuro che non sia così. Lancio con una delicata parabola il ramo nel centro del marciapiede. Aspetto.

Tic Toc, Tic Toc.
Il piccione scende, infastidito, mentre la compagna, che sembra sembra essere contrariata dall’alto della trave, gli tuba contro. Riprende il legno, riparte la danza. La vita è un ciclo; la vita è un sussiego di infiniti attimi in cui attendiamo, penso, in un eterno rincorrersi. Per potersi abbracciare, come lancette in un quadrante, per un tempo infinitamente piccolo. Ma ne vale la pena, penso.
Sempre.
Il caldo mi fa filosofeggiare, l’attesa mi corrode i pensieri.

Tic Toc, Tic Toc.
Apro un libro, inganno l’attesa. Ma ingannare l’attesa non inganna il mio pensiero che, anzi, resta vigile e attento allo scorrere del tempo. Le parole stampate si sciolgono, come fossero di burro, e si solidificato formando sei misere lettere: Tic Toc.

Tic Toc, Tic Toc.
Il tempo, tiranno, passa piano tanto da sembrare fermo.
“Il tempo è relativo, il suo unico valore è  dato da ciò che noi facciamo mentre sta passando”, disse quello bravo. Aspettare che il tempo passi non è una buona soluzione, penso, mentre l’esile rametto continua, incessantemente, a cadermi sulla spalla.

Tic Toc, Tic Toc.
Poi, come in un sogno onirico, mi risveglio.
Ci sono.
Il tempo accelera, si deforma, scatta, come agganciato ad un vecchia DeLorean grigia tutta scassata. Ascolto quel profumo che mi invade e mi inebria i sensi; in un attimo rivedo la lancetta del vecchio orologio che mi corre incontro mentre io resto fermo. Aspetto. Mi faccio invadere.

Tic Toc, Tic Toc.
Non lo sento più. Ho fatto pace col tempo e con il suo schizofrenico incedere. Ho tutto ciò di cui avevo bisogno: tutto quello che ho sempre desiderato. Come quel piccione e il suo prezioso ramo da proteggere e custodire per costruire il suo nido. Il nuovo nido dove stare. E averne cura.

Mi ero ripromesso di non parlarne più.

Avevo creduto che dopo aver condiviso gratuitamente il mio libro, il sipario su questo progetto si potesse considerare definitivamente chiuso.
Ma così non è.
Dopo i sorrisi, il lavoro, le pacche sulle spalle. Dopo l’interesse, le domande, le attestazioni di stima, affetto ed amore a volontà, dopo la beneficenza e la condivisione c’è stato ancora molto, molto di più.

sofia

Stavo fermo in parcheggio, in attesa, quando un collega mi si è avvicinato con la faccia di chi aveva qualcosa da dire. Alzai lo sguardo. Lo fissai negli occhi. Aspettai.
Non ci volle molto: fu lui a rompere il ghiaccio.
«Bello, sai, il tuo libro su Černobyl’,» disse quasi con un filo di voce.
«Grazie» gli risposi, in modo sincero certo, anche se forse un po’ troppo sbrigativo. Limiti evidenti del mio carattere.
Lui sembrò non farci caso, abituato al mio modo di essere sempre un po’ schivo e poco incline alle chiacchiere.
«Dopo il tuo libro mi sono visto anche la serie su Netflix, tu l’hai vista?»
«Si, l’ho vista» risposi, «e ti devo confessare che l’ho trovata tanto bella e molto veritiera. Sai, guardando le puntate, via via, ho rivisto tutti i posti in cui sono stato. Ho rivisto la meraviglia di Pryp”jat’. E lo trovo fantastico.»
Ero davvero felice di parlarne perché sono sempre stato sinceramente contento di raccontare il mio viaggio e quello che ho imparato leggendo tutta la letteratura prodotta sul disastro.
«Poi sai, il tuo libro non è piaciuto solo a me. Lo ha letto anche mia figlia: Sofia.»
Non lo sapevo ma un fulmine stava per colpirmi in pieno petto, in una soleggiata mattina di fine giugno.
«Ah si?» chiesi con tutta la curiosità di cui ero capace.
«Si, e lo ha anche utilizzato nella sua tesina. Per l’esame di terza media. Dovresti essere stato citato anche nella bibliografia…»

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Sbiancai di colpo.
Riecheggiavano nella mente le ultime parole che il mio cervello riuscì ad immagazzinare in modo razionale.
L’emozione che provai fu violenta, inaspettata, folgorante.
Come un fulmicotone acceso nel mio petto, l’esplosione raggiunse ogni singola cellula del mio corpo facendolo vibrare.
Ho pensato al regalo che questa giovane donna ha voluto farmi, e l’ho pensato talmente tanto da commuovermi. Sapere di essere stato parte, anche forse piccola ed insignificante, di un percorso formativo della – ormai non più piccola – Sofia, mi ha riempito d’orgoglio.  Sapere che il mio lavoro, a cui ho dedicato anima e corpo per anni, è servito, non solo per aiutare chi ne aveva bisogno ma è stato parte attiva di un percorso di conoscenza, ha reso la mia vita ancora più piena e meravigliosa.
Aver condiviso questa gioia con chi amo è stata un’emozione che si è decuplicata in me.  È stata una gioia mai provata e che forse non so spiegare bene.

Grazie, Sofia.
Brindo a te e alla tua crescita e ti auguro tutto il meglio che la vita avrà da regalarti.
Fino a quando ci saranno ragazzi come Sofia, presenti e curiosi, desiderosi di capire e di comprendere, per il mondo ci sarà sempre una speranza.
Una speranza per essere migliori, noi tutti, di essere attenti e desiderosi di conoscere e sapere. Pieni di vita, di progetti e di sogni per il futuro.
Oggi il mio mare è un po’ più blu, l’aria più frizzante e i pensieri più leggeri.
Oggi è un giorno nuovo, anche per Černobyl’ e per la sua storia.
Continuate a difendere la vostra curiosità,  sempre. Fate domande, curate la qualità delle vostre domande. Perché ho imparato a mie spese che: “domande Alte forgiano anime Alte”.
E in ultima analisi: diffidate sempre dagli uomini che piangono.

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Ora scusatemi, ma devo piangere ancora un po’.

FINE

(…forse…)

Possedere.

Appartenere a chi rivendica il possesso, a chi si presta, a chi si spende. Valicare i confini corporei del proprio Io per donarsi, anima e corpo, senza bisogno di dire una parola, senza ripensamenti, senza esitazioni.

Essere, non sembrare; essere per vedere, non per guardare.

Donarsi, spogliarsi, rendersi acqua: fluido che riempie in modo cristallino e puro il contenitore in cui viene versato e travolgere ciò che ti possiede, affinché possa godere appieno di te e di tutto il tuo essere forma nuova.
Divenire contenitore e farsi riempire, fino all’orlo, fino a non avere più limiti fisici, senza barriere né pareti, senza capo né coda, senza tappo né fondo.
Accettarsi, arrendersi alla forza dolce ed irruente di ciò che entra nel tuo corpo e ne sconquassa ogni singolo muscolo, frantuma ogni osso occupando tutti gli spazi lasciati vuoti dai sogni infranti, dalle botte prese e che sono diventate lividi nell’anima, dalle gioie passate, dalle risa di gusto, dai fasti di un tempo che fu, dalle lacrime amare, dai nuovi sogni e dai desidèri che desideri.
Chiudere gli occhi, mutare forma e colore, aprirsi per inglobare, per accettare, per far restare.

Capirsi ed inventarsi.

Accendersi e risplendere, come la luce del nuovo giorno, come i riflessi su un mare in tempesta che schiuma di rabbia, come il primo sole che bacia, delicato, i merletti più alti del castello in fondo al golfo. Bruciare di passione, essere luce, farsi accendere da parole conosciute e mai dimenticate, come una fiamma che sicura sfida la notte, irraggia le tenebre e segna il passo lungo il cammino.
Essere luce, essere vita, farsi vivere e possedere.
Essere suo.

Persempre.

luce

Polaroid SX-70
Impossibile Film
©danielepeluso.com

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Era figlia dei Dèi, ma ciò non gli importava e non si sentiva nemmeno addosso il peso della sua discendenza.
Era figlia degli Dèi, ma avrebbe potuto essere qualsiasi altra cosa.
Era nata nel cuore dell’Inverno in una giornata che tutti avrebbero ricordato, fino alla fine dei tempi, come una delle più fredde mai viste e di cui si aveva memoria.
Nacque tra i ghiacci sferzati da venti terribili; nacque forte e robusta, in una mattina limpida di sole, con dei meravigliosi e profondi occhi verdi.
Era figlia degli Dèi, ma crebbe come una ragazza qualsiasi.
Forte e vivace, refrattaria agli ordini e alla disciplina, preferiva la solitudine dei boschi alle feste ed ai giochi con gli altri ragazzi. Amava la solitudine di un cielo stellato, apparentemente immobile, in cui si perdeva viaggiando attraverso lo spazio ed il tempo, da sola.

Ed era felice.

Crescendo la giovane, pressata dagli impegni e dai doveri che sono richiesti alle persone del suo rango, iniziò ad abbandonarsi, sempre con una certa titubanza, al mondo e alla società che la circondava e, così sembrava, che tanto la desiderava.
Era sempre restia nel concedersi, anche solo per quattro chiacchiere con chicchessia: il più delle volte era fuggevole come un soffio di vento. Comprensibilmente, man mano che il tempo passava, nessuno cominciò a cercarla più.
Tornava quando poteva in mezzo ai boschi, ad ogni ora del giorno e della notte.
Preferiva l’oscurità ed il nero della notte perché, dalla cima di un’altura che iniziò ad ospitare i suoi volontari esili dalla mondanità, poteva vedere i nove mondi e scrutarne i cieli, pieni di stelle, luminosi esplosioni di vita nel cosmo.
Dalla sua piccola finestra sull’universo la fanciulla interagiva con tutti gli esseri viventi e, cosa più importante di tutte, parlava con sé stessa. Dal suo piccolo riparo sicuro, la giovane vagava con lo sguardo e con il pensiero attraverso i Mondi, preferendone però sempre Miðgarðr: il recinto degli uomini. Si affezionò agli esseri umani, così strani ma al tempo stesso così pieni di energia vitale, e decise di seguirne le sorti.
Dai suoi lunghi silenzi presero vita i suoi sogni e i suoi desideri.
La figlia degli Dèi dava vita alle proprie fantasie in questo angolo recondito dell’universo: con il fuoco Múspellsheimr disegnò in cielo ardenti sogni d’amore, anche se l’amore per lei era un mistero pressoché sconosciuto. Con i ghiacci di Jötunheimr creò nuove stelle che andarono ad aggiungersi a quelle che gli esseri umani potevano vedere normalmente nelle notti di cielo limpido. Dette loro una stella in più, nata dal purissimo ghiaccio della terra dei Giganti, capace di brillare sopra ogni altra: da allora gli uomini iniziarono a chiamarla Stella Polare, e da quel momento non c’è stata più notte in cui lo sguardo di navigatore o di innamorato non andasse a cercarla in mezzo alla moltitudine di stelle.

Il padre di tutti però iniziò ad essere contrariato e geloso: lui solo, infatti, era tenuto a conoscere tutto dei mondi ed averne il controllo. Il suo occhio non era più il solo capace di vedere tutto, e questo lo irritò parecchio. Ordinò alla giovane dagli occhi verdi di smettere di occuparsi del mondo degli uomini e di lasciare il piccolo spazio che aveva creato per sé in mezzo ai boschi.
La ragazza, distrutta dall’imposizione che gli era stata impartita dal Padre, tentò di farlo desistere, promettendogli di non interferire più con la vita di Miðgarðr, a patto che gli fosse permesso di posare lo sguardo su quella terra che tanto aveva imparato ad amare.
Il Padre degli Dèi capì che la ragazza, nata da stirpe divina, in realtà apparteneva al mondo degli uomini che, pur non sapendolo, aveva bisogno di lei e del suo amore.
Odino prese la ragazza e la tramutò in un vento, lieve e delicato, che fece soffiare sopra le teste degli uomini e che donò, come dono prezioso d’amore, agli abitanti della terra.
Decise di far soffiare il vento solo in Inverno però, per rendere omaggio alla nascita della fanciulla che non seppe restare lontana dalla sua terra d’adozione.
“Quando il vento soffierà”, disse il Terribile, “il cielo si dipingerà dei colori dei tuoi occhi, giovane Aurora. E non ci sarà essere vivente sulla terra che vedendoti, non sentirà il cuore esplodere di una incontenibile gioia. Va ora, e rischiara le notti più lunghe”.

Aurora - pelusodaniele

Da allora gli occhi di Aurora, innamorati e premurosi, continuano a risplendere nelle fredde e lunghe notti di inverno, disegnando nel cielo arabeschi smeraldo fatti di magia.
Fino  a Ragnarøkkr ed oltre…

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8

Ore 1:23:45

26 aprile 1986 – 26 aprile 2020

Il giorno che ha cambiato il corso della storia più dell’undici settembre, più di Fukushima e più del corona virus. Come annunciato mesi fa, metto gratuitamente a disposizione il mio libro per tutte quelle persone che non sono riuscite ad acquistarlo durante l’esposizione delle fotografie.

Per continuare ad aiutare le associazioni che hanno beneficiato delle donazioni, chiedo cortesemente a chiunque scarichi il mio volume di voler fare un’offerta, anche simbolica, all’AGMEN e all’ASTRO in maniera da continuare con la virtuosa filosofia del progetto.

Aiuta chi ha deciso di aiutare, e buona lettura.

«Il pensiero che faccio più spesso, quando porto qualcuno nella zona di esclusione o quando lo porto qui, in questo posto per bambini, è che spero che chi materialmente aveva giocato con questi giochi oggi sia una persona in salute e che abbia dimenticato. Ma non dimenticato la terra da dove proviene, ma solo le brutture che gli sono state inflitte dall’uomo.»

Per consultare il volume e poterlo scaricare, clicca sulla copertina sottostante, disegnata dall’artista triestina Marzia Postogna.

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Jeg er.

Peluso Daniele.
Non sono un tassista, non sono un fotografo né uno che scrive su di un blog.
Non sono un dirigente di una società di Rugby e non sono un allenatore. Non sono un giocatore né un cantastorie e non mi sento un motivatore.
Sono io: Peluso Daniele, e sono tutto. E sono niente.
Sono uno che è abituato a ridere, anche di sé stesso, a divertirsi e a far divertire; sono uno a cui piace pensare ed invita a riflettere.
Sono una persona amata e che ama, sono un uomo che abbraccia chi vuole farsi abbracciare e bacia chi ha voglia di farsi baciare. Sono una persona che ama provare emozioni e che le vuole condividere con chi è capace di provare emozioni. Sono una voce che spinge, ma sono il sorriso bonario di chi invita alla prudenza.
Sono la pigrizia di chi centellina anche i respiri e sono il furore divino di chi non è capace di stare fermo, nemmeno con la mente.
Sono il guizzo del pensiero fuori dalla scatola e il rispettoso guardare a chi è meglio di me. Mi lascio ispirare, copio, imito, vivo.
Sono il bello della contemplazione silenziosa, la gioia dell’azione, la sublimazione della parola, l’importanza del gesto.
Sono felice di vivere una vita che non vuole arrendersi ed essere normale.

Perché normale è ieri, ed io sono già domani.

pelupagliaccio

Sono il moto perpetuo, irrequietezza di spirito, la voglia di vivere e provare.
Sono la gioia del fallimento, l’estasi del disastro.
Io, oggi, godo dei miei tonfi, dei miei insuccessi, delle mie magre figure.
Io, oggi, non sono già più quello che sono, né quello che faccio.

Io, oggi, sono già quello che potrò essere domani…

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Quando ti lascio, il mio mondo si ferma.

Resta tutto sospeso, immobile, impassibile, cristallizzato in uno spazio-tempo indefinibile dove solo io posso muovermi: io e i miei pensieri.
Quando ti guardo, prima di andarmene, mi riempio gli occhi di te affinché la tua immagine possa restare latente il più possibile dentro ai miei occhi.
Quegli occhi che restano stupefatti e trasognanti a guardarti, quando resti lì immobile a farti ammirare, a farti vivere a farti godere.
Quando ti vedo, penso già al momento in cui dovrò lasciarti, e vivo in un perenne struggente attimo che mi porterà, già lo so, alla nostra separazione. Ma la dolcezza del tempo passato assieme mitiga ogni dolore, ogni rimpianto, ogni malinconica nostalgia. Mi rendi vivo, come solo tu sai fare. Vivo come mai sono stato senza di te.
Ma è per questo che voglio viverti, pezzo per pezzo, attimo per attimo, fino l’ultimo respiro, fino l’ultimo sorso di vita. Voglio viverti perché sei parte della mia vita, una parte irrinunciabile e delicata, e ti amerò con tutto me stesso fino la fine dei miei giorni.
Quando non ci sei mi struggo di desiderio e malinconia; a saperti lontana, inarrivabile e così tremendamente bella, corpo e mente si perdono e sciolgono in eterei, interminabili sospiri.

tromso (1 of 1)

Amo tutto di te: ogni tua luce, ogni tuo suono, ogni tuo sprazzo di vita. Ogni tuo angolo nascosto conosco come il posto più vicino al mio cuore.
Ti amo e ti desidero e ti guardo con gli occhi del ragazzino innamorato che combatte contro lo stomaco in subbuglio, le mani sudate e il cuore in gola, invaso da migliaia di farfalle concentrate nello stomaco.
Sei parte di me, e io parte di te, e arriverà presto il giorno in cui non ti guarderò più scappare via, veloce sotto i miei piedi, su quell’asfalto congelato mentre i miei occhi si gonfiano di lacrime, di tristezza e cupa disperazione. Arriverà quel giorno in cui potrò amarti come voglio, come meriti, con la libertà genuina e folle di chi ti ama con tutto sé stesso.
Un amore irresponsabile e dolcissimo, un’anima nuda messa davanti ai tuoi occhi.
Arriverà quel giorno, mia piccola gemma nascosta tra le montagne e il mare, incastonata tra lo Fjellheisen e lo Store Blåmann, dentro il mare del sogno, nella luce sfavillante del per tutta la vita.
Arriverà quel giorno è sarà vita. Sarà per tutta la vita.

Æ elsker deg: for evig og alltid.

Il cerchio si sta per chiudere.

Troverete in questo post l’ultima parte delle fotografie contenute nel mio libro su Černobyl’.
È stato un viaggio incredibile, fantastico e pieno di magia. Un viaggio incominciato a Kiev, una mattina di aprile di qualche anno fa, che terminerà il suo naturale corso con la disponibilità al download digitale gratuito il prossimo 26 aprile a partire dalle 1:23:40.
Pubblico così le ultime fotografie con una dedica speciale: grazie a chi ha voluto così intensamente sapere, conoscere e scoprire. Grazie a chi ha voluto condividere con me questo viaggio e ne condividerà altri mille, tenendo salda la mano sulla maniglia della mia valigia. Che di strada ne abbiamo ancora tanta da percorrere.
Grazie a chi ha voluto fermamente questo libro e che avrebbe fatto di tutto per averlo, perché mi ha potuto dimostrare, al di là delle parole, l’attaccamento a me ed a quello che faccio.
E un grazie a tutti quelli che lo hanno comprato e lo hanno usato anche solo per livellare il tavolo del soggiorno: avete contribuito a rendere la vita dei bambini ospedalizzati un po’ meno grigia, grazie al vostro sostegno.
Grazie ancora, si grazie a te. Grazie di aver dipinto la mia anima con tutti i colori dell’arcobaleno.
Tieni il libro, rileggilo otto volte. E poi aiutami a scriverne di nuovi.
Grazie a tutti, grazie dal cuore di un troll: questo è stato solo un meraviglioso inizio…

Daniele

PelusoDaniele.png

Per sempre.

Spesso siamo usi ad utilizzare le parole in maniera sbadata, inappropriata, guidati da una faciloneria lessicale che è indice palese della direzione intrapresa dalla nostra società.
Superficiale, sbadata, mordi e fuggi, poco attenta nell’andare a fondo nelle cose, nelle dinamiche interpersonali, negli affetti, nel rapporto che abbiamo gli uni con gli altri. Spesso capita anche a me, e se nel testo troverete degli errori, ecco spiegatone il motivo.
Ma le parole sono importanti.
Le parole sono fottutamente importanti e dovrebbero essere sempre usate con il giusto garbo, con il modo corretto, rispettandone l’immagine. Una immagine che le parole hanno dalla scintilla del loro vagito primigenio; le parole portano in sé un’immagine che è latente nella mente della moltitudine delle persone ma che è ben riconoscibile dagli occhi di chi ha voglia di cercarne la forma.

PERSEMPRE SMALL

Mi è recentemente venuta sotto mano una fotografia scattata di soppiatto sul traghetto che da Sommarøy mi avrebbe portato a Tromsø. È uno scatto rubato col telefonino, quindi qualitativamente non eccezionale, ma che racchiude in maniera perfetta le parole

“Per Sempre”.

E guardandola bene, adesso, credo fermamente sia così.
Una coppia matura, seduta l’uno vicino all’altra, completamente immersa nei rispettivi libri. Nella foto non si vede ma, spesso, durante il viaggio, i due si tenevano teneramente per mano, sostenendo il libro con le rispettive mani libere. Avvolti dalla luce accogliente del Nord, mentre tutto intorno il mondo stava a guardare, i due proseguivano il viaggio totalmente avulsi dalla realtà che li circondava. Un momento che, per me che ho voluto rubare questo attimo così splendido, ebbe il gusto pieno dell’eternità.

Per sempre.

Un’immagine che porterò sempre cara nella mia memoria.
Per Sempre: come una promessa, come un volo libero, come un canzone sussurrata dolcemente, come una telefonata inattesa ma sperata. Per sempre, come un libro che hai imparato ad amare dalla copertina al contenuto: ogni parola, ogni virgola, ogni spazio, ogni piccola pausa.
Per Sempre: un viaggio infinito che ciascuno di noi è destinato ad intraprendere.
Potere delle parole.

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Una dedica ad una donna.
Una dedica a tutte le donne.
Alle donne che si impegnano, alle donne che studiano e che evolvono, alle donne che danno il meglio di loro stesse per raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi.
Alle donne che sognano, alle donne che sperano, che non si arrendono, alle donne che amano, alle donne che non si fermano mai.
Alle donne che ispirano, che si fanno ispirare, alle donne che segnano la strada.
Alle donne che guardano avanti.

Nell’opera “A Maria”, il mio pensiero ad una donna di scienza. A Maria: una donna caparbia, testarda, fermamente convinta che il miglioramento sociale doveva passare attraverso il miglioramento di ogni singolo individuo. Una donna che aveva fatto del sapere un faro splendente e lo condivideva con chi ne aveva bisogno. Una donna che ha illuminato il mondo attraverso la fiaccola della conoscenza è ha indicato la strada a molti.
Dedicato a Maria Salomea Skłodowska.
Per il mondo, Marie Curie.

Sono fra coloro che pensano che la scienza abbia una grande bellezza. Uno studioso nel suo laboratorio non è solo un tecnico, è anche un bambino messo di fronte a fenomeni naturali che lo impressionano come una fiaba. Non dobbiamo lasciar credere che ogni progresso scientifico si riduca a dei meccanismi, a delle macchine, degli ingranaggi, che pure hanno anch’essi una loro bellezza. Io non credo che nel nostro mondo lo spirito d’avventura rischi di scomparire. Se vedo attorno a me qualcosa di vitale, è proprio questo spirito d’avventura che mi sembra impossibile da sradicare, e che ha molto in comune con la curiosità.

Maria

Mosaico di 9 Fuji Square Black Frame
Fuji Square SQ10 – Multiesposizione
Ready- Made 2020
©danielepeluso.com

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Tra tutti i Fumetti che giornalmente affollano le nostra edicole, Tex è sicuramente il più presente, conosciuto e longevo di tutti. Nato nel 1948 dall’idea di Gianluigi Bonelli e Galep, Tex è divenuto nel corso di settant’anni il simbolo indiscusso del made in Italy del fumetto, guadagnando di fatto l’immortalità grazie alle sterminate schiere di affezionati che continuano a seguirne le gesta.

Nel mio mosaico Fuji, l’omaggio al Ranger texano disegnato in una magnifica copertina da uno dei più grandi fumettisti che il nostro bel paese abbia visto mai: Claudio Villa.

Il whisky non cambia sapore a seconda della simpatia di chi lo offre. (Tex Willer)

Tex 700

Mosaico di 9 Fuji Square Black Frame
Fuji Square SQ10 – esposizione multipla
Ready- Made 2020
©danielepeluso.com

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Dopo i Metallica, spazio agli Slayer.

Ma io, chi sono?

Da dove vengo e, sopratutto, cosa ci faccio qui?

(Piccola analisi sulla fotografia live e sul perché io sia diventato un fotografo musicale.)

Sono diventato un fotografo musicale, ed ho praticato questo meraviglioso hobby per quasi una decade, solo ed esclusivamente per questo momento.

Se torno indietro nel tempo, se mi auto-analizzo, il passato si fa chiaro ai miei occhi stanchi.

Chi cazzo sono?

Da dove vengo?

Perché sono stato qui?

Andiamo con ordine.

Posto da me medesimo difronte ad una scelta, la fotografia e la musica contro lo sport, la scelta è caduta sulla musica. E ringrazio gli Dèi per aver guidato la mia mano, il mio occhio e il mio cuore, verso la vita da trincea nel Photo pit, coperto da pioggia, fango, sputi, gomme americane nei capelli, sole cocente e pessima birra a migliaia di euro.

Ho scelto la fotografia musicale per poter fotografare loro: gli Slayer. Questa è l’unica verità. E sono riuscito nel mio intento.

Alfa ed Omega del mio gusto musicale, paladini per decenni di quello che io ho sempre cercato nella musica, alfieri di un mondo che non esiste più.

Nella galleria sottostante, il mio commiato.

Dagli Slayer, dal sito che è stato per il sottoscritto un punto di riferimento imprescindibile e per cui posso ben dire di aver sputato sangue, da quella che fu la mia giovinezza. Non solo metaforicamente parlando.

Nelle immagini, pessime, raffazzonate ed approssimative di chi scatta con gli occhi invasi dalle lacrime si può leggere l’addio ad una delle mie ragioni di vita (musicali), ad una guida, ad un modo d’essere, ad una attitudine.

Dopo la morte di Jeff, mi ripromisi che quello sarebbe dovuto essere l’ultimo rendez-vous con il gruppo di Los Angeles, California.

Avrei potuto postare migliaia di foto migliori scattate alla band, queste però sono le più significative, quelle con più anima, quelle con più cuore.

A quest’ultime, allego il mio pensiero il giorno in cui venni a conoscenza della morte di Jeffrey John Hanneman, una fottuta mattina di maggio che mai scorderò. Brutta testa di cazzo, cosa mi hai combinato?

Rotto il giocattolo, finito il giro sulla giostra, il tempo di dirsi addio è arrivato da tempo.

Farò finta di non essere mai cambiato, di essere sempre quella mina vagante che si aggirava, sinistra, sotto quel palco.

Farò finta.

“Memories keep love alive
Memories will never die”

“Con la tua morte, caro Jeff, probabilmente si chiude definitivamente quel periodo della mia vita che più si lega alla gioventù. Quel tempo in cui tutto era possibile perché i limiti erano fatti esclusivamente per essere abbattuti. Una gioventù randagia fatta di musica, di birre calde bevute sulle spiagge, di concerti fangosi e di lividi.

Lividi ovunque.

Lividi che questa mattina riscopro nell’anima Jeff, e che scompariranno, lentamente, come fossero fantasmi di un tempo perduto. Ci si rende conto che la vita continua, felice, con i nuovi ritmi, i nuovi obiettivi, le nuove ambizioni. Continua anche in quella parte adolescenziale che continua a vivere, sempre, magari rinchiusa in un piccolo angolo di cuore e che esce, prepotentemente, quando si accendono gli ampli, quando la folla ruggisce, quando si spengono le luci e ci ritrova abbracciati, fratelli sconosciuti, sotto quel palco.

Gioventù perduta nel tempo e che non ha mai smesso di sognare. Gioventù di cui tu facevi parte, Jeff, ed ora che non ci sei più pian piano si dissolve nelle lacrime amare di chi ti ricorda. Con te le gioventù tramonta per far posto all’adulto che devo essere. Con la tua morte muore un gruppo che mi ha fatto compagnia, che mi accompagnato nelle crescita, che è stato la colonna sonora di un periodo fantastico. Il futuro che ho davanti, sono convinto, sarà altrettanto meraviglioso. Ma si è chiuso un capitolo importante, oggi 3 maggio, ed è forse giusto così. Potere della musica. Potere del legame che, indistintamente, ci unisce tutti dal primo all’ultimo. Ovunque tu sei ora, grazie.
Vaffanculo Jeff: “That life is unconditional and death is only the beggining! The pain will never end…”
Per Sempre Slayer.

Jeffrey John Hanneman. Oakland 31/01/64 – Los Angeles 02/05/13

Farò finta, sapendo bene di non riuscirci.

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Sono come una palla da Rugby: in continuo movimento, incapace di stare fermo, imprevedibile sul dove andrò a rimbalzare. Intanto rotolo, e rotolando produco energia.

Dopo il nuovo progetto “Rendi la tua vita un’opera d’arte” partito nemmeno un mese fa, e alle numerose iniziative fotografiche che mi vedono decisamente iperattivo, nasce questa mia nuova finestra sulla fotografia e, più in generale, sul mondo delle interazioni umane legate alle immagini.

Il mio nuovo progetto: “Percorso [Analogico] Fuori Controllo” nasce in maniera semplice. Queste sono le caratteristiche essenziali:

  • Tre macchine fotografiche usa e getta Kodak Funsever vengono date a tre persone diverse. Ogni persona ha a disposizione 2 fotografie da scattare, a proprio piacimento, seguendo il tema “PEOPLE”. L’unico vincolo è che le foto dovranno essere una in formato verticale, l’altra in formato orizzontale.
  • Scattate le fotografie la persona dovrà imballare con cura la propria macchina fotografica e spedirla via posta ad un’altra persona che continuerà così il percorso.
  • Chi riceverà la macchinetta dovra mandare una mail all’indirizzo pafcproject2020@gmail.com per comunicare le nuova posizione che sarà segnata sulla mappa nella pagina linkata in alto.
  • Dentro ogni pacco contentente la macchina fotografica ci sarà, per aiutare maggiormente chi la riceverà, un quaderno con le istruzioni che potrà essere personalizzato dagli autori ed un sacchetto nel quale ogni “fotografo” dovrà mettere qualche oggetto personale, di piccole dimensioni, che farà funzione di piccola “TimeBox”.  Un modo per potersi raccontare, usando il proprio linguaggio, a chi verrà dopo, e conseguentemente a tutti quelli che saranno coinvolti ad ogni titolo nel progetto.

Tutto il materiale dovrà essere spedito, una volta finita la pellicola, al mio indirizzo di casa che è stato riportato nelle istruzioni del quaderno. Alla fine del percorso, se tutto procederà senza intoppi, verrà organizzata una mostra fotografica accompagnata dagli oggetti che gli autori inseriranno nella sacca allegata.

Finita la mostra, negativi originali e tutti gli oggetti che saranno raccolti o impiegati durante questo percorso verranno inseriti in una vera Timebox, assieme al nome di tutti i partecipanti e sarà sotterrata in un posto segreto, a perenne ricordo di questa esperienza.

La prima macchina fotografica, la “Total Black” è in viaggio verso la Norvegia, e più esattamente verso Tromsø, quella che io reputo la mia seconda casa. La seconda macchina la Red Special”, sarà invece conseganta a mano nei prossimi giorni e partirà il suo viaggio anch’essa da Trieste. La terza “Deepest Green”, non so ancora che fine farà, ma qualche idea in merito me la sono già fatta.

Come una – magnifica – palla da Rugby ho iniziato a sbattere di qua e di la, senza una meta ma con un obiettivo ben preciso: rendere la vita degli altri migliore attraverso il linguaggio della fotografia. Non so dove andrò a finire, so solo che mi divertirò tantissimo, e voi con me.

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Tutto accade per caso, o quasi.

Molto di quello che produco, in termini artistici, fotografici o narrativi, avviene per puro caso.

Ed è stato un puro caso la mia folgorazione per i romanzi di Banana Yoshimoto (吉本ばなな), prolifica scrittrice giapponese, i cui romanzi sono stati capaci di fulminarmi con la velocità del fulmicotone. Al netto della critica letteraria che spesso ha bersagliato l’autrice di Tokyo, posso testimoniare senza timore alcuno di essere stato così coinvolto nella sua scrittura rapida, snella e fluente da aver terminato Kitchen in un giorno e mezzo e Tokage (Lucertola) in un paio d’ore, non di più. Una magia indiscutibile.

Tutto accade per caso, e questa folgorazione non è da meno. Ho trovato i libri di Banana (si, lo so, è un nome estremamente buffo) riposti ordinatamente nello spazio di book sharing del mio bar preferito e non ho resistito. Galeotta è stata la copertina di Lucertola del volume economico della Feltrinelli: una composizione dal sapore “istantaneo” che mi ha catturato ancor prima di poter prendere il libro in mano.

La copertina di Kitchen, arrivata ai miei occhi pochi istanti dopo, ha fatto il resto. Ecco quindi spiegato il mio omaggio fatto di getto, quasi senza pensare, alla talentuosa scrittrice che, come una calda brezza marina, è riuscita a dischiudere davanti ai miei occhi un mondo nuovo, inedito, lontano ed affascinante.

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Just BANANA #1A
Fuji Instax Square – Batch 2K03339
Ready-Made della copertina del volume “Kitchen” Universale Economica Feltrinelli
ISBN 99-07-81243-6
su supporto FABRIANO HOT PRESS SATINATO
25% cotone 200g/sqm
22,9 x 30,5 cm
2020 PEZZO UNICO a breve nello SHOP

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Just BANANA #1B
Fuji Instax Square – Batch 2K03339
Ready-Made della copertina del volume “Kitchen” Universale Economica Feltrinelli
ISBN 99-07-81243-6
su supporto FABRIANO HOT PRESS SATINATO
25% cotone 200g/sqm
22,9 x 30,5 cm
2020 PEZZO UNICO a breve nello SHOP

PD

In molti, ancora oggi, si sono detti ramaricati dal fatto di non essere riusciti, per svariate ragioni, ad avere il mio libro fotografico su Černobyl’. Mi sembrava giusto, ad un anno dall’esaurimento dei volumi, pubblicare le foto che nel libro sono contenute.

Ma non solo: il 26 aprile, giorno che resterà per sempre nella memoria collettiva del mondo,  sarà attivo un link sulla Homepage per il download gratuito del volume. Mi piacerebbe che chi decidesse di scaricare il libro con la mano destra, con la sinistra si adoperasse per fare una piccola donazione all’ASTRO o all’AGMEN, anche simbolica, anche di un solo euro appena. Una donazione che significherebbe sostegno, continuo, a due associazioni che si adoperano senza sosta nell’aiuto dei Bambini in difficoltà e delle loro famiglie; un modo, se volete vederla da questa prospettiva, per onorare la memoria di quanti hanno sacrificato tutto, fin anche il loro bene più prezioso, per la salvaguardia dell’intera umanità.

Grazie in anticipo.

 

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PD

Ti ricordi quando andavi a scuola? Chiudi gli occhi, prova a pensarci.

Ti ricordi alle elementari, quando verso la fine della quinta ti hanno comperato quel bel quaderno dal dorso plastificato, tutto colorato, magari chiuso da un lucchetto dorato, sul quale hai voluto farti fare un disegno con dedica da tutti i compagni e, perché no, anche dalle maestre?

Ti ricordi i diari delle medie e, sopratutto, quelli delle superiori? La Smemoranda era la regina indiscussa delle agende dei teenager delle generazioni X e Y e tutti noi, chi più chi meno, la passavamo in giro durante le lezioni per farcela firmare e dedicare da quanti più compagni possibile.

“Rendi la tua vita un’opera d’arte non si discosta molto da quelle antiche usanze, ne mantiene lo spirito ma ne differisce per lo scopo. Prima, l’agenda, era un contenitore eterogeneo di ricordi, una collezione di persone racchiuse in uno spazio definito – il diario – che risultava funzionale come sostegno allo spazio infinito – la tua memoria.

Rendi la tua vita un’opera d’arte è un progetto che è nato da una folgorazione, un colpo di testa, un fulmine a ciel sereno. Un progetto che resta un enorme contenitore, ma non più solo di persone o ricordi, ma di Arte, di bellezza, di inventiva e creatività.

Quasi tutto nasce per caso, nell’ordine caotico del mio taxi, e questo progetto non è da meno. Mentre sistemavo la mia nuova agenda, cercando di riportare meticolosamente tutti i dati importanti e le scadenze “sensibili”, mi sono accorto di quanto spazio libero – in termini di fogli non utilizzati o usati solo in minima parte – restava a disposizione a fine anno. Troppi, decisamente troppi i buchi: spazi vuoti privi di vita, di idee, di uno scopo. Da qui l’idea di mettere a disposizione agli artisti che conosco, non solo personalmente, e che stimo per il loro lavoro, una o più pagine della mia agenda affinché la possano impreziosire con la loro Arte. Fotografi, illustratori, disegnatori, tatoo artist, giornalisti, scrittori, musicisti, sportivi e chi più ne ha e più ne metta: tutti chiamati a rendere questa agenda un’opera unica ed irripetibile, viva e spumeggiante, in maniera da renderla riconoscibile e desiderabile per poterla mettere all’asta all’inizio del 2021. L’agenda sarà itinerante e verrà spedita laddove sarà richiesta, senza limiti, senza barriere né restrizioni.

Ma non solo: chi volesse contribuire a rendere l’opera ancora più unica lo può fare donando qualche pensiero, qualche “memorabilia” che possa impreziosire ancora di più quello che gli artisti hanno già reso unico con il loro contributo. Ogni idea può essere una buona idea, quindi proponi senza timori.

Tutto questo enorme progetto, come ormai da tradizione, per sostenere economicamente una realtà che lavora per aiutare i bambini ricoverati nell’ospedale Burlo Garofalo di Trieste e che verrà svelata ad inizio 2020. Tutto il ricavato di questo lavoro sarà devoluto in beneficenza.
Il progetto è già iniziato ed è aperto a tutti coloro che hanno voglia di realizzare un’opera nuova, a tutti coloro che hanno piacere di aiutare, con il proprio lavoro e il proprio sostegno, ad aiutare.

Fai la differenza, contribuisci anche TU a creare qualcosa di UNICO!

PD

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La fine di un anno è sempre un momento importante: progetti, bilanci, riflessioni, speranze e desideri si concentrano in un ultimo, misero frenetico mese che porta in sé un carico di aspettative difficili da gestire ai più. Proprio verso la fine di questo 2019 che mi ha visto piuttosto fermo e poco produttivo, è scaturita la sacra fiamma creativa che ha letteralmente divampato in me, rendendomi chiaro e ben definito il progetto a cui dedicarmi per tutto il 2020. Una fiamma capace di bruciare in una frazione di secondo tutte quelle maledette pagine bianche che bloccano istinti e pensieri, rendendoti un prigioniero inerme della tua stessa mente.

Ho trovato una nuova via artistica a cui dedicarmi, una strada che porterà alla creazione di un’opera d’arte unica, maestosa, irripetibile ed inimitabile, che servirà a fare nuova beneficenza ed aiutare altre persone in difficoltà.

Dopo il meraviglioso progetto su Černobyl’ che mi ha fatto conoscere realtà e persone davvero straordinarie, riparto in questa ultima parte dell’anno nella pianificazione di un progetto nuovo che spero possa bissare il successo della prima pubblicazione e che mi permetta di diffondere il germe dell’Arte come fosse una pandemia.

Fai della tua vita un’Opera d’Arte.

Buon Anno a tutti.

PD

Dove termina il mondo, il cielo e la terra convivono in un orgasmo di colori.
Dove termina il mio mondo, i venti sono talmente forti ed impetuosi da riuscire a ripulire persino l’anima più indecente.
Dove termina il mondo le onde sbattono talmente forte contro gli scogli da volare in alto, fino al limite del cielo, tanto da sentirsi, per un attimo soltanto, pioggia fresca d’estate.
Dove termina il mio mondo il Sole e la Luna sono fratelli lontani che non possono condividere lo stesso cielo e si parlano, tristemente, a colpi di luce.
Dove termina il mondo le colline sono alte e possenti, acuminate come punte di lancia, tozze e massicce come neri monoliti provenienti da mondi lontani.
Dove termina il mio mondo le Montagne sono i corpi dei Troll che si sono dati battaglia finché l’ultimo raggio di sole non li ha colpiti, regalandogli imperitura gloria.
Dove termina il mondo la neve ed il ghiaccio sono Padre e Madre severi ma gentili, opprimenti ma benevoli, composti ma selvaggi.
Dove termina il mio mondo, gli Dei forgiano notti d’inverno di un verde brillante; ponti sfavillanti ma eterei tra i Mondi che collidono.
Dove termina il mondo la solitudine può essere più rumorosa ed affollata di una  festa mondana o di una balera di periferia.

Dove termina il mio mondo ho dimenticato il mio cuore, tra un cumulo di pietre ed una piuma di corvo.

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Ancora oggi, dopo anni passati ad utilizzare ogni tipo di apparecchio fotografico scaturito dal fervido genio di Edwin Herbert Land, in molti mi chiedono il perché di una scelta fotografica così lontana dalla, presunta, qualità fotografica odierna e, altro punto piuttosto dolente, così costosa.
La fotografia istantanea, e la fotografia in generale per quanto mi riguarda, è sempre stata una amante severa che ha chiesto molto, in termini di tempo, investimenti e sacrifici, dando indietro sempre molto poco. Le soddisfazioni, perlopiù delle anonime auto celebrazioni oniriche, mi hanno comunque permesso di continuare a vivacchiare a margine di questo meraviglioso mondo fatto di luci ed ombre e di continuare ad imparare. Grazie alla fotografia ho imparato molto sul mondo che mi circonda ma anche su me stesso. E più di tutte le altre arti, la fotografia istantanea mi ha dato la possibilità di esprimermi senza filtri, senza bluff o scorciatoie tecnologiche, permettendomi di mettermi in gioco a trecentosessanta gradi. Senza filtri, senza scorciatoie.
Non è quindi una spinta al vintage, né una ricerca (sempre molto di moda) della originalità a tutti i costi. Le istantanee sono, per quanto mi riguarda, dei puri ed intonsi attimi di vita resi immortali attraverso due strati di plastica chiusi ermeticamente. Uno scrigno di colore contenete del tempo cristallizzato, immobile, immortale.
Queste sono le mie prime Polaroid, i miei primi tentativi di manipolazione che per me valgono più dell’oro.

 

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