Il cerchio si sta per chiudere.

Troverete in questo post l’ultima parte delle fotografie contenute nel mio libro su Černobyl’.
È stato un viaggio incredibile, fantastico e pieno di magia. Un viaggio incominciato a Kiev, una mattina di aprile di qualche anno fa, che terminerà il suo naturale corso con la disponibilità al download digitale gratuito il prossimo 26 aprile a partire dalle 1:23:40.
Pubblico così le ultime fotografie con una dedica speciale: grazie a chi ha voluto così intensamente sapere, conoscere e scoprire. Grazie a chi ha voluto condividere con me questo viaggio e ne condividerà altri mille, tenendo salda la mano sulla maniglia della mia valigia. Che di strada ne abbiamo ancora tanta da percorrere.
Grazie a chi ha voluto fermamente questo libro e che avrebbe fatto di tutto per averlo, perché mi ha potuto dimostrare, al di là delle parole, l’attaccamento a me ed a quello che faccio.
E un grazie a tutti quelli che lo hanno comprato e lo hanno usato anche solo per livellare il tavolo del soggiorno: avete contribuito a rendere la vita dei bambini ospedalizzati un po’ meno grigia, grazie al vostro sostegno.
Grazie ancora, si grazie a te. Grazie di aver dipinto la mia anima con tutti i colori dell’arcobaleno.
Tieni il libro, rileggilo otto volte. E poi aiutami a scriverne di nuovi.
Grazie a tutti, grazie dal cuore di un troll: questo è stato solo un meraviglioso inizio…

Daniele

PelusoDaniele.png

Per sempre.

Spesso siamo usi ad utilizzare le parole in maniera sbadata, inappropriata, guidati da una faciloneria lessicale che è indice palese della direzione intrapresa dalla nostra società.
Superficiale, sbadata, mordi e fuggi, poco attenta nell’andare a fondo nelle cose, nelle dinamiche interpersonali, negli affetti, nel rapporto che abbiamo gli uni con gli altri. Spesso capita anche a me, e se nel testo troverete degli errori, ecco spiegatone il motivo.
Ma le parole sono importanti.
Le parole sono fottutamente importanti e dovrebbero essere sempre usate con il giusto garbo, con il modo corretto, rispettandone l’immagine. Una immagine che le parole hanno dalla scintilla del loro vagito primigenio; le parole portano in sé un’immagine che è latente nella mente della moltitudine delle persone ma che è ben riconoscibile dagli occhi di chi ha voglia di cercarne la forma.

PERSEMPRE SMALL

Mi è recentemente venuta sotto mano una fotografia scattata di soppiatto sul traghetto che da Sommarøy mi avrebbe portato a Tromsø. È uno scatto rubato col telefonino, quindi qualitativamente non eccezionale, ma che racchiude in maniera perfetta le parole

“Per Sempre”.

E guardandola bene, adesso, credo fermamente sia così.
Una coppia matura, seduta l’uno vicino all’altra, completamente immersa nei rispettivi libri. Nella foto non si vede ma, spesso, durante il viaggio, i due si tenevano teneramente per mano, sostenendo il libro con le rispettive mani libere. Avvolti dalla luce accogliente del Nord, mentre tutto intorno il mondo stava a guardare, i due proseguivano il viaggio totalmente avulsi dalla realtà che li circondava. Un momento che, per me che ho voluto rubare questo attimo così splendido, ebbe il gusto pieno dell’eternità.

Per sempre.

Un’immagine che porterò sempre cara nella mia memoria.
Per Sempre: come una promessa, come un volo libero, come un canzone sussurrata dolcemente, come una telefonata inattesa ma sperata. Per sempre, come un libro che hai imparato ad amare dalla copertina al contenuto: ogni parola, ogni virgola, ogni spazio, ogni piccola pausa.
Per Sempre: un viaggio infinito che ciascuno di noi è destinato ad intraprendere.
Potere delle parole.

PelusoDaniele.png

Una dedica ad una donna.
Una dedica a tutte le donne.
Alle donne che si impegnano, alle donne che studiano e che evolvono, alle donne che danno il meglio di loro stesse per raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi.
Alle donne che sognano, alle donne che sperano, che non si arrendono, alle donne che amano, alle donne che non si fermano mai.
Alle donne che ispirano, che si fanno ispirare, alle donne che segnano la strada.
Alle donne che guardano avanti.

Nell’opera “A Maria”, il mio pensiero ad una donna di scienza. A Maria: una donna caparbia, testarda, fermamente convinta che il miglioramento sociale doveva passare attraverso il miglioramento di ogni singolo individuo. Una donna che aveva fatto del sapere un faro splendente e lo condivideva con chi ne aveva bisogno. Una donna che ha illuminato il mondo attraverso la fiaccola della conoscenza è ha indicato la strada a molti.
Dedicato a Maria Salomea Skłodowska.
Per il mondo, Marie Curie.

Sono fra coloro che pensano che la scienza abbia una grande bellezza. Uno studioso nel suo laboratorio non è solo un tecnico, è anche un bambino messo di fronte a fenomeni naturali che lo impressionano come una fiaba. Non dobbiamo lasciar credere che ogni progresso scientifico si riduca a dei meccanismi, a delle macchine, degli ingranaggi, che pure hanno anch’essi una loro bellezza. Io non credo che nel nostro mondo lo spirito d’avventura rischi di scomparire. Se vedo attorno a me qualcosa di vitale, è proprio questo spirito d’avventura che mi sembra impossibile da sradicare, e che ha molto in comune con la curiosità.

Maria

Mosaico di 9 Fuji Square Black Frame
Fuji Square SQ10 – Multiesposizione
Ready- Made 2020
©danielepeluso.com

PelusoDaniele.png

Tra tutti i Fumetti che giornalmente affollano le nostra edicole, Tex è sicuramente il più presente, conosciuto e longevo di tutti. Nato nel 1948 dall’idea di Gianluigi Bonelli e Galep, Tex è divenuto nel corso di settant’anni il simbolo indiscusso del made in Italy del fumetto, guadagnando di fatto l’immortalità grazie alle sterminate schiere di affezionati che continuano a seguirne le gesta.

Nel mio mosaico Fuji, l’omaggio al Ranger texano disegnato in una magnifica copertina da uno dei più grandi fumettisti che il nostro bel paese abbia visto mai: Claudio Villa.

Il whisky non cambia sapore a seconda della simpatia di chi lo offre. (Tex Willer)

Tex 700

Mosaico di 9 Fuji Square Black Frame
Fuji Square SQ10 – esposizione multipla
Ready- Made 2020
©danielepeluso.com

PelusoDaniele.png

Dopo i Metallica, spazio agli Slayer.

Ma io, chi sono?

Da dove vengo e, sopratutto, cosa ci faccio qui?

(Piccola analisi sulla fotografia live e sul perché io sia diventato un fotografo musicale.)

Sono diventato un fotografo musicale, ed ho praticato questo meraviglioso hobby per quasi una decade, solo ed esclusivamente per questo momento.

Se torno indietro nel tempo, se mi auto-analizzo, il passato si fa chiaro ai miei occhi stanchi.

Chi cazzo sono?

Da dove vengo?

Perché sono stato qui?

Andiamo con ordine.

Posto da me medesimo difronte ad una scelta, la fotografia e la musica contro lo sport, la scelta è caduta sulla musica. E ringrazio gli Dèi per aver guidato la mia mano, il mio occhio e il mio cuore, verso la vita da trincea nel Photo pit, coperto da pioggia, fango, sputi, gomme americane nei capelli, sole cocente e pessima birra a migliaia di euro.

Ho scelto la fotografia musicale per poter fotografare loro: gli Slayer. Questa è l’unica verità. E sono riuscito nel mio intento.

Alfa ed Omega del mio gusto musicale, paladini per decenni di quello che io ho sempre cercato nella musica, alfieri di un mondo che non esiste più.

Nella galleria sottostante, il mio commiato.

Dagli Slayer, dal sito che è stato per il sottoscritto un punto di riferimento imprescindibile e per cui posso ben dire di aver sputato sangue, da quella che fu la mia giovinezza. Non solo metaforicamente parlando.

Nelle immagini, pessime, raffazzonate ed approssimative di chi scatta con gli occhi invasi dalle lacrime si può leggere l’addio ad una delle mie ragioni di vita (musicali), ad una guida, ad un modo d’essere, ad una attitudine.

Dopo la morte di Jeff, mi ripromisi che quello sarebbe dovuto essere l’ultimo rendez-vous con il gruppo di Los Angeles, California.

Avrei potuto postare migliaia di foto migliori scattate alla band, queste però sono le più significative, quelle con più anima, quelle con più cuore.

A quest’ultime, allego il mio pensiero il giorno in cui venni a conoscenza della morte di Jeffrey John Hanneman, una fottuta mattina di maggio che mai scorderò. Brutta testa di cazzo, cosa mi hai combinato?

Rotto il giocattolo, finito il giro sulla giostra, il tempo di dirsi addio è arrivato da tempo.

Farò finta di non essere mai cambiato, di essere sempre quella mina vagante che si aggirava, sinistra, sotto quel palco.

Farò finta.

“Memories keep love alive
Memories will never die”

“Con la tua morte, caro Jeff, probabilmente si chiude definitivamente quel periodo della mia vita che più si lega alla gioventù. Quel tempo in cui tutto era possibile perché i limiti erano fatti esclusivamente per essere abbattuti. Una gioventù randagia fatta di musica, di birre calde bevute sulle spiagge, di concerti fangosi e di lividi.

Lividi ovunque.

Lividi che questa mattina riscopro nell’anima Jeff, e che scompariranno, lentamente, come fossero fantasmi di un tempo perduto. Ci si rende conto che la vita continua, felice, con i nuovi ritmi, i nuovi obiettivi, le nuove ambizioni. Continua anche in quella parte adolescenziale che continua a vivere, sempre, magari rinchiusa in un piccolo angolo di cuore e che esce, prepotentemente, quando si accendono gli ampli, quando la folla ruggisce, quando si spengono le luci e ci ritrova abbracciati, fratelli sconosciuti, sotto quel palco.

Gioventù perduta nel tempo e che non ha mai smesso di sognare. Gioventù di cui tu facevi parte, Jeff, ed ora che non ci sei più pian piano si dissolve nelle lacrime amare di chi ti ricorda. Con te le gioventù tramonta per far posto all’adulto che devo essere. Con la tua morte muore un gruppo che mi ha fatto compagnia, che mi accompagnato nelle crescita, che è stato la colonna sonora di un periodo fantastico. Il futuro che ho davanti, sono convinto, sarà altrettanto meraviglioso. Ma si è chiuso un capitolo importante, oggi 3 maggio, ed è forse giusto così. Potere della musica. Potere del legame che, indistintamente, ci unisce tutti dal primo all’ultimo. Ovunque tu sei ora, grazie.
Vaffanculo Jeff: “That life is unconditional and death is only the beggining! The pain will never end…”
Per Sempre Slayer.

Jeffrey John Hanneman. Oakland 31/01/64 – Los Angeles 02/05/13

Farò finta, sapendo bene di non riuscirci.

PelusoDaniele.png