Era figlia dei Dèi, ma ciò non gli importava e non si sentiva nemmeno addosso il peso della sua discendenza.
Era figlia degli Dèi, ma avrebbe potuto essere qualsiasi altra cosa.
Era nata nel cuore dell’Inverno in una giornata che tutti avrebbero ricordato, fino alla fine dei tempi, come una delle più fredde mai viste e di cui si aveva memoria.
Nacque tra i ghiacci sferzati da venti terribili; nacque forte e robusta, in una mattina limpida di sole, con dei meravigliosi e profondi occhi verdi.
Era figlia degli Dèi, ma crebbe come una ragazza qualsiasi.
Forte e vivace, refrattaria agli ordini e alla disciplina, preferiva la solitudine dei boschi alle feste ed ai giochi con gli altri ragazzi. Amava la solitudine di un cielo stellato, apparentemente immobile, in cui si perdeva viaggiando attraverso lo spazio ed il tempo, da sola.

Ed era felice.

Crescendo la giovane, pressata dagli impegni e dai doveri che sono richiesti alle persone del suo rango, iniziò ad abbandonarsi, sempre con una certa titubanza, al mondo e alla società che la circondava e, così sembrava, che tanto la desiderava.
Era sempre restia nel concedersi, anche solo per quattro chiacchiere con chicchessia: il più delle volte era fuggevole come un soffio di vento. Comprensibilmente, man mano che il tempo passava, nessuno cominciò a cercarla più.
Tornava quando poteva in mezzo ai boschi, ad ogni ora del giorno e della notte.
Preferiva l’oscurità ed il nero della notte perché, dalla cima di un’altura che iniziò ad ospitare i suoi volontari esili dalla mondanità, poteva vedere i nove mondi e scrutarne i cieli, pieni di stelle, luminosi esplosioni di vita nel cosmo.
Dalla sua piccola finestra sull’universo la fanciulla interagiva con tutti gli esseri viventi e, cosa più importante di tutte, parlava con sé stessa. Dal suo piccolo riparo sicuro, la giovane vagava con lo sguardo e con il pensiero attraverso i Mondi, preferendone però sempre Miðgarðr: il recinto degli uomini. Si affezionò agli esseri umani, così strani ma al tempo stesso così pieni di energia vitale, e decise di seguirne le sorti.
Dai suoi lunghi silenzi presero vita i suoi sogni e i suoi desideri.
La figlia degli Dèi dava vita alle proprie fantasie in questo angolo recondito dell’universo: con il fuoco Múspellsheimr disegnò in cielo ardenti sogni d’amore, anche se l’amore per lei era un mistero pressoché sconosciuto. Con i ghiacci di Jötunheimr creò nuove stelle che andarono ad aggiungersi a quelle che gli esseri umani potevano vedere normalmente nelle notti di cielo limpido. Dette loro una stella in più, nata dal purissimo ghiaccio della terra dei Giganti, capace di brillare sopra ogni altra: da allora gli uomini iniziarono a chiamarla Stella Polare, e da quel momento non c’è stata più notte in cui lo sguardo di navigatore o di innamorato non andasse a cercarla in mezzo alla moltitudine di stelle.

Il padre di tutti però iniziò ad essere contrariato e geloso: lui solo, infatti, era tenuto a conoscere tutto dei mondi ed averne il controllo. Il suo occhio non era più il solo capace di vedere tutto, e questo lo irritò parecchio. Ordinò alla giovane dagli occhi verdi di smettere di occuparsi del mondo degli uomini e di lasciare il piccolo spazio che aveva creato per sé in mezzo ai boschi.
La ragazza, distrutta dall’imposizione che gli era stata impartita dal Padre, tentò di farlo desistere, promettendogli di non interferire più con la vita di Miðgarðr, a patto che gli fosse permesso di posare lo sguardo su quella terra che tanto aveva imparato ad amare.
Il Padre degli Dèi capì che la ragazza, nata da stirpe divina, in realtà apparteneva al mondo degli uomini che, pur non sapendolo, aveva bisogno di lei e del suo amore.
Odino prese la ragazza e la tramutò in un vento, lieve e delicato, che fece soffiare sopra le teste degli uomini e che donò, come dono prezioso d’amore, agli abitanti della terra.
Decise di far soffiare il vento solo in Inverno però, per rendere omaggio alla nascita della fanciulla che non seppe restare lontana dalla sua terra d’adozione.
“Quando il vento soffierà”, disse il Terribile, “il cielo si dipingerà dei colori dei tuoi occhi, giovane Aurora. E non ci sarà essere vivente sulla terra che vedendoti, non sentirà il cuore esplodere di una incontenibile gioia. Va ora, e rischiara le notti più lunghe”.

Aurora - pelusodaniele

Da allora gli occhi di Aurora, innamorati e premurosi, continuano a risplendere nelle fredde e lunghe notti di inverno, disegnando nel cielo arabeschi smeraldo fatti di magia.
Fino  a Ragnarøkkr ed oltre…

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Quando ti lascio, il mio mondo si ferma.

Resta tutto sospeso, immobile, impassibile, cristallizzato in uno spazio-tempo indefinibile dove solo io posso muovermi: io e i miei pensieri.
Quando ti guardo, prima di andarmene, mi riempio gli occhi di te affinché la tua immagine possa restare latente il più possibile dentro ai miei occhi.
Quegli occhi che restano stupefatti e trasognanti a guardarti, quando resti lì immobile a farti ammirare, a farti vivere a farti godere.
Quando ti vedo, penso già al momento in cui dovrò lasciarti, e vivo in un perenne struggente attimo che mi porterà, già lo so, alla nostra separazione. Ma la dolcezza del tempo passato assieme mitiga ogni dolore, ogni rimpianto, ogni malinconica nostalgia. Mi rendi vivo, come solo tu sai fare. Vivo come mai sono stato senza di te.
Ma è per questo che voglio viverti, pezzo per pezzo, attimo per attimo, fino l’ultimo respiro, fino l’ultimo sorso di vita. Voglio viverti perché sei parte della mia vita, una parte irrinunciabile e delicata, e ti amerò con tutto me stesso fino la fine dei miei giorni.
Quando non ci sei mi struggo di desiderio e malinconia; a saperti lontana, inarrivabile e così tremendamente bella, corpo e mente si perdono e sciolgono in eterei, interminabili sospiri.

tromso (1 of 1)

Amo tutto di te: ogni tua luce, ogni tuo suono, ogni tuo sprazzo di vita. Ogni tuo angolo nascosto conosco come il posto più vicino al mio cuore.
Ti amo e ti desidero e ti guardo con gli occhi del ragazzino innamorato che combatte contro lo stomaco in subbuglio, le mani sudate e il cuore in gola, invaso da migliaia di farfalle concentrate nello stomaco.
Sei parte di me, e io parte di te, e arriverà presto il giorno in cui non ti guarderò più scappare via, veloce sotto i miei piedi, su quell’asfalto congelato mentre i miei occhi si gonfiano di lacrime, di tristezza e cupa disperazione. Arriverà quel giorno in cui potrò amarti come voglio, come meriti, con la libertà genuina e folle di chi ti ama con tutto sé stesso.
Un amore irresponsabile e dolcissimo, un’anima nuda messa davanti ai tuoi occhi.
Arriverà quel giorno, mia piccola gemma nascosta tra le montagne e il mare, incastonata tra lo Fjellheisen e lo Store Blåmann, dentro il mare del sogno, nella luce sfavillante del per tutta la vita.
Arriverà quel giorno è sarà vita. Sarà per tutta la vita.

Æ elsker deg: for evig og alltid.

Dove termina il mondo, il cielo e la terra convivono in un orgasmo di colori.
Dove termina il mio mondo, i venti sono talmente forti ed impetuosi da riuscire a ripulire persino l’anima più indecente.
Dove termina il mondo le onde sbattono talmente forte contro gli scogli da volare in alto, fino al limite del cielo, tanto da sentirsi, per un attimo soltanto, pioggia fresca d’estate.
Dove termina il mio mondo il Sole e la Luna sono fratelli lontani che non possono condividere lo stesso cielo e si parlano, tristemente, a colpi di luce.
Dove termina il mondo le colline sono alte e possenti, acuminate come punte di lancia, tozze e massicce come neri monoliti provenienti da mondi lontani.
Dove termina il mio mondo le Montagne sono i corpi dei Troll che si sono dati battaglia finché l’ultimo raggio di sole non li ha colpiti, regalandogli imperitura gloria.
Dove termina il mondo la neve ed il ghiaccio sono Padre e Madre severi ma gentili, opprimenti ma benevoli, composti ma selvaggi.
Dove termina il mio mondo, gli Dei forgiano notti d’inverno di un verde brillante; ponti sfavillanti ma eterei tra i Mondi che collidono.
Dove termina il mondo la solitudine può essere più rumorosa ed affollata di una  festa mondana o di una balera di periferia.

Dove termina il mio mondo ho dimenticato il mio cuore, tra un cumulo di pietre ed una piuma di corvo.

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Ogni essere umano appartiene a più Patrie. C’è la Patria in cui nasci, in cui vivi, in cui cresci. È la Patria che ti insegnano ad amare fin da piccolo, che rispetti, per cui saresti pronto a dare tutto te stesso. Per molte persone però esiste un’altra Patria che, nella stragrande maggioranza dei casi, non ha nulla a che spartire con quella di provenienza. Può essere una terra reale o fittizia, questo poco importa. La tua Patria ideale è una terra che hai imparato ad amare per svariate ragioni inutili da ricercare o da spiegare.

La seconda Patria, all’inizio, è una terra che conosci oggettivamente poco, a cui ti sei avvicinato magari solo per sentito dire e di cui pensi di sapere abbastanza solo perché, credi, che tutti quelli che ti circondano ne sanno ancora meno di te.

Ma molto spesso così non è.

Ci vogliono anni e molto impegno per capirla davvero, questa nuova terra ricca di fascino e di misteri, o almeno per iniziare a capirla, per farla ogni giorno un po’ più tua, intimamente tua, coerentemente tua. Rischi fin da subito di commettere errori macroscopici di valutazione, perché idealizzando troppo ti discosti quasi sempre dalla realtà; molto spesso infatti, ciò che vede il cuore è nascosto agli occhi.
La mia seconda Patria è una terra magica, che mi affascina da sempre e che da sempre esercita su di me una forza attrattiva a cui è difficile resistere. Mi chiama, mi ammalia con i suoi dolci canti che profumano di muschio, di onde del mare e di cannella, di pesce fresco e di resina.
Anch’io feci parte di quella numerosissima schiera di persone che, nutrite da un amore quasi cieco (e pure sordo), vedevano nel paese dei sogni irrazionali il posto perfetto, dove tutto era giusto, ordinato, pulito, dove i treni arrivavano sempre in orario e le persone erano tutte cordiali e gentili (e dove le marmotte confezionavano nottetempo la cioccolata). Pensavo di sapere, ma in realtà non sapevo nulla.
Credevo di amare la mia nuova Patria d’elezione avendone solo letto, avendo visto filmati più o meno rappresentativi e avendo letto qualche sparuta testimonianza di viaggio.

Balle. Tutte balle.

L’effetto che fa rendersi conto che la realtà è stata ampiamente superata dalla fantasia è la stessa di quando, da bambino, realizzi che i regali di Natale sotto l’albero li metteva tuo padre e tua madre, e non un pacioso vecchietto panciuto dalla lunga barba bianca. Resti spiazzato per un po’, cerchi di capire, annaspi soffocato dal subbuglio interno che la realtà delle cose ti ha sbattuto in faccia senza troppe moine. Incassi il colpo, traballando per qualche istante in cui cerchi di risvegliati dal torpore. Inizi a guardare con gli occhi della ragione, zittisci il cuore.

Solo dopo qualche visita, più o meno lunga, ho infatti iniziato a capire qualcosa di questo paese; solo dopo aver vissuto le esperienze in prima persona, non solo per sentito dire, nel bene e nel male, ho iniziato a comprendere per davvero. Ed è proprio in quell’istante che il mio amore è mutato, diventando più adulto e responsabile, meno idealizzato e più concreto. Dopo esserci stato ed aver visto mi sono liberato di tutti quei pregiudizi costruiti su leggende e favole, ed ho iniziato a vedere e a smontare tutti quei meravigliosi castelli di carte che avevo costruito nella confort zone della mia anima. Solo così si può continuare ad amare visceralmente un posto, conoscendone pregi e difetti, potenzialità e contraddizioni. Solo così, a mio modo di vedere, si può amare veramente. E dopo anni posso dire tranquillamente di aver iniziato a vedere. Ed ad amare per davvero.

Ed amare, non so chi l’abbia detto prima di me, vuol dire tornare. Ed in un modo o nell’altro, tornerò.

Truzzi, jeg elsker deg.

PD

Era una notte buia e tempestosa.
Tutte le grandi storie cominciano pressapoco così.
Persi in una perturbazione nel bel mezzo del Mar di Norvegia, viaggiavamo in direzione Nord, verso la placida e sonnacchiosa Honningsvåg.

Sull’ultimo ponte della nave, un veloce e como

do postale della conosciutissima compagnia Hurtigruten, si ballava come al centro di una affollata balera romagnola.
La prua della “Midnatsol” beccheggiava in maniera considerevole sotto le imponenti onde che erano penetrate tra le isole chiamate a proteggere il Finnmark dalla violenza dei marosi. Un vento gelido, portatore di fischi, ululati e sibili, scuoteva i vetri dell’imbarcazione che, con non poca fatica, cercava di guadagnarsi le calme e placide acque di un porto sicuro.

Il comandante della nave, con una decisione coraggiosa, decise di far rotta verso la città di Alta, piccolo centro urbano conosciuto ai più per le famosissime incisioni rupestri (Helleristningene i Alta) che riposano da secoli nei pressi di Jiepmaluokta a pochi chilometri dal centro abitato. Ovviamente la sosta non era programmata, ma contro Madre Natura c’era davvero poco da fare. Era la prima volta che mi fermavo per la notte in una nave attraccata in porto, esperienza strana oserei dire.

Quando scese la sera decidemmo di fare un giro per i dintorni, ma dovemmo desistere quasi subito vista l’enorme quantità di neve che si era abbattuta sul porto e nelle strade circostanti. Poco male, la cambusa del vecchio postale ci sarebbe venuta sicuramente in soccorso. Bevemmo qualche birra al bar della nave, sperando di avere almeno l’opportunità di vedere le aurore boreali, visto che a Tromsø, in quei giorni, aveva nevicato che Odino la mandava.
Presi il mio fido treppiedi e la macchina fotografica, deciso a portare a casa qualcosa di decente da consegnare ai posteri. Il cielo era velato sopra il “Gruta”, decisamente nuvoloso verso la città. Qualche piccola aurora decise di far capolino dietro le colline, a pochi passi dall’ingresso al porto, solo per stuzzicare le voglie fotografiche dei congelati astanti. Poca roba però; sapevamo che il cielo poteva, e doveva, dare di meglio.
Trovammo un posto perfetto per preparare il cavalletto, lontano dalla ressa di fotografi occasionali pronti ad immortalare il verde del cielo a mano libera.
Tutto era nel posto giusto: la mia fedele Nikon D200 era pronta a ragliare al freddo intenso del gennaio norvegese, preparata ad immortalare, ad ogni mio comando, ogni piccola e impercettibile variazione cromatica della volta celeste.

alta
Non dovemmo aspettare poi tanto: tutto d’un tratto, da un ammasso di grigie nuvole che sovrastavano una città silente, una lingua di fuoco verde iniziò a serpeggiare impazzita sopra le nostre teste. Un delirio di click di otturatori impazziti ruppero il silenzio della notte, nella magia della mia prima vera Aurora Boreale.
Riuscii a portare qualche buon scatto a casa, ma la difficoltà di fotografare l’aurora in quelle condizioni fu evidente fin da subito. Anche se praticamente impercettibile, il movimento ondulatorio della nave faceva a botte con i tempi lunghi di esposizione della macchina fotografica che registrò, suo malgrado, un “mosso” quasi onnipresente.
Poco male per la tecnica e la pulizia della fotografia: fu una delle esperienze più incredibili in terra norvegese fino ad allora. E anche se di foto alla aurore ne ho fatte ancora moltissime, questa “lingua di drago” resterà sempre nel mio cuore come la prima di una lunga e fortunata serie.

Tusen Takk Norge, jeg elsker deg!

PD