Corsi e Ricorsi

È nel destino degli uomini il restare fedeli al demone che si scelgono, spingersi alle estreme conseguenze, anche quando il nostro istinto ci ha avvertito del pericolo. E poi venire distrutti.  – Dylan Dog

Ma non avevi detto di esserti stancato?
Si, lo avevo detto.
Ma non avevi detto di non volerne più sapere della fotografia?
Si, te lo confermo.
E della musica?
Si, ho detto anche questo.
E allora, perché hai rispolverato la vecchia macchina fotografica, il cannone da concerto, la borsa a tracolla?
Perché sono stufo di essere stanco. E perché un po mi manca quel mondo così strano, seducente, ammaliante che ti dona un po’ di quelle luci della ribalta anche se stai sotto, in un angolino, a fotografare.
Ogni tanto è bello sgomitare con i fotografi, quelli veri, alla ricerca di uno spazio ottimale per poter rubare lo scatto perfetto, quello che ti fa saltare dalla seggiola quando lo riguardi al computer.
Sarà…Ma che ci troverai mai nel startene li in piedi a fotografare quattro scalmanati che urlano sul palco.
Beh, vedi, è un miscuglio di emozioni difficile da spiegare così, con quattro parole in croce. Stare la sotto è tensione, emozione, gioia, stanchezza, rabbia e disapprovazione. È il piccolo contributo che decidi di dare alla musica. Questo è un contributo che costa caro però: continue migliorie tecnologiche, ore di permesso dalla famiglia e dal lavoro, benzina, pedaggi, autostrade. E poi sputi in faccia, sia dal pubblico che dagli artisti, chewing gum tra i capelli, bicchieri di birra (pieni) volati in testa, pioggia battente e sole cocente, ma anche tante esperienze, non sempre edificanti, che fai conoscendo quelli come te, sotto quel palco, o nell’area stampa mentre ti godi una meritata birra dopo aver fatto a cazzotti per trovare lo spazio giusto.
Contento tu. Per me continuano ad essere delle cazzate.
Contento? Non lo so se sono contento, ma questo dipende in gran parte dal mio carattere schizofrenico. So solo che quando sono la sotto, in attesa che il telo scenda, mentre migliaia di persone alle mie spalle sono intente ad urlare tanto da farti venire il mal di testa, quando esplodono i fuochi d’artificio e le luci sulla tua testa iniziano una danza convulsa e febbrile lì, in quel preciso momento, posso dire di essere in pace con me stesso.

Alexi Lahio – Cildren Of Bodom

Alta | La prima Magia

alta

Era una notte buia e tempestosa.
Tutte le grandi storie cominciano pressapoco così.
Persi in una perturbazione nel bel mezzo del Mar di Norvegia, viaggiavamo in direzione Nord, verso la placida e sonnacchiosa Honningsvåg.

Sull’ultimo ponte della nave, un veloce e comodo postale della conosciutissima compagnia Hurtigruten, si ballava come al centro di una affollata balera romagnola.
La prua della “Midnatsol” beccheggiava in maniera considerevole sotto le imponenti onde che erano penetrate tra le isole chiamate a proteggere il Finnmark dalla violenza dei marosi. Un vento gelido, portatore di fischi, ululati e sibili, scuoteva i vetri dell’imbarcazione che, con non poca fatica, cercava di guadagnarsi le calme e placide acque di un porto sicuro.
Il comandante della nave, con una decisione coraggiosa, decise di far rotta verso la città di Alta, piccolo centro urbano conosciuto ai più per le famosissime incisioni rupestri (Helleristningene i Alta) che riposano da secoli nei pressi di Jiepmaluokta a pochi chilometri dal centro abitato. Ovviamente la sosta non era programmata, ma contro Madre Natura c’era davvero poco da fare. Era la prima volta che mi fermavo per la notte in una nave attraccata in porto, esperienza strana oserei dire.

Quando scese la sera decidemmo di fare un giro per i dintorni, ma dovemmo desistere quasi subito vista l’enorme quantità di neve che si era abbattuta sul porto e nelle strade circostanti. Poco male, la cambusa del vecchio postale ci sarebbe venuta sicuramente in soccorso. Bevemmo qualche birra al bar della nave, sperando di avere almeno l’opportunità di vedere le aurore boreali, visto che a Tromsø, in quei giorni, aveva nevicato che Odino la mandava.
Presi il mio fido treppiedi e la macchina fotografica, deciso a portare a casa qualcosa di decente da consegnare ai posteri. Il cielo era velato sopra il “Gruta”, decisamente nuvoloso verso la città. Qualche piccola aurora decise di far capolino dietro le colline, a pochi passi dall’ingresso al porto, solo per stuzzicare le voglie fotografiche dei congelati astanti. Poca roba però; sapevamo che il cielo poteva, e doveva, dare di meglio.
Trovammo un posto perfetto per preparare il cavalletto, lontano dalla ressa di fotografi occasionali pronti ad immortalare il verde del cielo a mano libera.
Tutto era nel posto giusto: la mia fedele Nikon D200 era pronta a ragliare al freddo intenso del gennaio norvegese, preparata ad immortalare, ad ogni mio comando, ogni piccola e impercettibile variazione cromatica della volta celeste.
Non dovemmo aspettare poi tanto: tutto d’un tratto, da un ammasso di grigie nuvole che sovrastavano una città silente, una lingua di fuoco verde iniziò a serpeggiare impazzita sopra le nostre teste. Un delirio di click di otturatori impazziti ruppero il silenzio della notte, nella magia della mia prima vera Aurora Boreale.
Riuscii a portare qualche buon scatto a casa, ma la difficoltà di fotografare l’aurora in quelle condizioni fu evidente fin da subito. Anche se praticamente impercettibile, il movimento ondulatorio della nave faceva a botte con i tempi lunghi di esposizione della macchina fotografica che registrò, suo malgrado, un “mosso” quasi onnipresente.
Poco male per la tecnica e la pulizia della fotografia: fu una delle esperienze più incredibili in terra norvegese fino ad allora. E anche se di foto alla aurore ne ho fatte ancora moltissime, questa “lingua di drago” resterà sempre nel mio cuore come la prima di una lunga e fortunata serie.

Tusen Takk Norge, jeg elsker deg!