Ricordo, come fosse ieri, quel giorno in cui sono morto.

Giovane, bello, pieno di speranze e sogni, amato. Non mi mancava nulla e, se non altro, di sicuro non mi mancava una pallottola in pieno petto, sparata da un un altro giovane come me. Bello, pieno di speranze e sogni, amato – mi fa piacere credere.

Quel giorno, alle pendici del Matajur, toccò a me.
Amara disdetta, fato beffardo. Chiamatelo come volete. Siete liberi di pensarla come vi pare. Ma quel piombo dentro il mio corpo no, non ce lo volevo proprio.

Sognai di morire poco prima di partire. Era una notte di fine estate. Settembre stava già per darmi il suo consueto commiato quando arrivò, inatteso, il dispaccio:

“raggiungere Gorizia STOP partenza domani STOP ore 7:47 STOP 62ª Divisione STOP Brigata “Salerno” STOP 90º reggimento fanteria STOP Viva il Re.”

Arrivai dove mi fu detto di essere, puntuale e preciso. Ma lì non ci volevo essere. Avrei preferito restare a casa mia, al caldo dell’abbraccio della mia Alina, sicuro e protetto. Arrivai laddove mi fu ordinato di andare: lontano da casa, in posti di cui nemmeno conoscevo l’esistenza. Il solo pronunciare la parola Matajur, per me, era un tormento, una tortura linguistica, uno stupro di gola e palato.

Alina pianse tutte le lacrime che aveva in corpo. Io feci altrettanto.
Sapevo di non tornare; avevo sognato la mia morte, ma a lei non lo dissi mai.
Ricordo quel giorno in cui sono morto. Fui ucciso da un giovane come me che mi uccise senza nemmeno sapere il perché. Anche perché, a dirla tutta, nemmeno io non ho mai saputo il motivo. Buffo, vero? Sono morto così, stupidamente, senza conoscere il perché mi trovavo in quell’Inferno sceso in terra. Sì, avete capito bene: Inferno.
Infreddolito, spaventato, stanco e morto. Sì, morto dentro. Perché quando scesi da quel treno, nella stazione di Gorizia, ero già morto. La mia anima era rimasta sul cuscino; di me non restava che un vuoto contenitore di carne e viscere.

Arrivò il proiettile, sparato da un giovane come me, che mi fece esplodere  il cuore nel petto. Era arrivato Rommel, dissero. Sarà dura, aggiunsero.
È dura e stata, ve lo assicuro. Parlo con cognizione, non per sentito dire. È stata durissima la pallottola che mi ha strozzato il respiro nei polmoni, che mi ha fatto girare gli occhi al cielo, che ha interrotto bruscamente la mia misera esistenza.
Sono morto con negli occhi gli occhi color del mare della mia Alina, e non c’è stato modo migliore di morire. Magra consolazione, state pensando. Lo so. Ma a me va bene così.
Sono morto con il rimpianto di averle fatto del male. Involontario, certo, ma pur sempre male. Un male che la accompagnerà per il resto dei suoi giorni. Piccola Alina, amore mio.
Ma ahimé, non posso più nulla.
Vivo dei ricordi che non sembrano più miei, freddi, come scolpiti su una fredda lastra di marmo verdognolo. Che strani scherzi gioca la Morte.

Mi ricordo quel giorno in cui sono morto. Era una fresca giornata di ottobre sul fronte orientale, e sono morto portandola con me.

Persempre.

Era solo un Troll qualunque. Un troll come ce ne sono tanti in giro per i boschi di mezzo mondo.
Schivo, silenzioso, refrattario alle relazioni con i suoi simili, viveva in solitudine nel profondo di una foresta addormentata ai margini di un mare nero e burrascoso.
Solo qualche bambino ebbe modo di vederlo, saltare di roccia in roccia, in qualche mattina di primavera, quando le luci erano ancora leggere e non potevano penetrare nel buio della selva. Qualche bambino fortunato e  coraggioso, ma nulla più.

Capitò un giorno, più di trecento lustri fa, che una fata smarrì la via del ritorno da un viaggio lontano e si perse, immersa e sperduta, tra le lussureggianti fronde della verde foresta. Si perse, in una notte di buriana, mentre il mare schiumava la sua rabbia abbattendosi con schizzi gelati e venti terribili sulla martoriata costa.

La piccola fata trovò riparo nell’incavo di un vecchio rovere rinsecchito, e lì, sicura, passò la notte. Alle prime luci del giorno, i due si incontrarono sbattendosi letteralmente contro. Il troll era sveglio da tempo, intento a vagare per la foresta alla ricerca di funghi. Vide un piedino fare capolino tra i muschi e le felci e, spinto da una innata curiosità, decise di andare a vedere a chi esso appartenesse. Sbatterono l’uno contro l’altra senza nemmeno accorgersene, immersi in un verde tiranno, nella frescura silenziosa del mattino.

«Ciao, chi sei?» chiese il troll, rimasto a bocca aperta e mezzo instupidito per la bellezza mozzafiato della figura femminile che se ne stava rintanata nel tronco.
«Ciao», rispose lei. «Sono una fata, e mi sono persa a causa della tempesta.»
I due si misero faccia a faccia. Il troll non aveva mai visto un essere così bello e leggiadro e ne fu colpito fin dal primo sguardo. La fata, incuriosita da questa sagoma così strana e bizzarra, a prima vista malmostosa, restò rapita dagli occhi di quello strano figuro che le ricordavano tanto il mare in tempesta che l’aveva fatta perdere la sera prima. I due rimasero in silenzio a guardarsi per un tempo che, agli esseri umani, poteva valere una vita intera.
Fu lei a parlare.
«Sono una fata degli insetti», disse con una voce che al troll sembrò tanto un canto d’usignolo. «Mi sono persa in questa foresta, ma credo di essermi ritrovata quasi subito, pur perdendomi nuovamente nell’infinito profondo del tuo sguardo.»
Il troll era confuso, sorpreso, stranito e ammaliato dalla fata degli insetti. Mai prima d’ora il suo sguardo si era perso in due occhi così grandi e belli. Si era innamorato immediatamente di lei, in maniera irresponsabile e perduta.
«Sono felice che ti sia persa proprio qui piccola fata», sussurrò senza mai distogliere lo sguardo. «Credo che tu sia arrivata qui per restare.» Sorrisero.

I due fecero un passo in avanti.
Non fu cercato né concordato. Fecero un passo e si presero per mano. Quando si toccarono, il mondo tutto intorno cessò di ruotare, le stagioni finirono e fin anche il sole smise di splendere sulla foresta. Quando i due si toccarono, il cosmo esplose in una miriade di colori. Il nero fu illuminato da tutti i colori della natura e da quell’energia così potente e pura nacque una stella. Una stella che da quella notte vegliò sul troll e la sua fata, portata come per magia, in una notte di buriana.

Il cerchio si sta per chiudere.

Troverete in questo post l’ultima parte delle fotografie contenute nel mio libro su Černobyl’.
È stato un viaggio incredibile, fantastico e pieno di magia. Un viaggio incominciato a Kiev, una mattina di aprile di qualche anno fa, che terminerà il suo naturale corso con la disponibilità al download digitale gratuito il prossimo 26 aprile a partire dalle 1:23:40.
Pubblico così le ultime fotografie con una dedica speciale: grazie a chi ha voluto così intensamente sapere, conoscere e scoprire. Grazie a chi ha voluto condividere con me questo viaggio e ne condividerà altri mille, tenendo salda la mano sulla maniglia della mia valigia. Che di strada ne abbiamo ancora tanta da percorrere.
Grazie a chi ha voluto fermamente questo libro e che avrebbe fatto di tutto per averlo, perché mi ha potuto dimostrare, al di là delle parole, l’attaccamento a me ed a quello che faccio.
E un grazie a tutti quelli che lo hanno comprato e lo hanno usato anche solo per livellare il tavolo del soggiorno: avete contribuito a rendere la vita dei bambini ospedalizzati un po’ meno grigia, grazie al vostro sostegno.
Grazie ancora, si grazie a te. Grazie di aver dipinto la mia anima con tutti i colori dell’arcobaleno.
Tieni il libro, rileggilo otto volte. E poi aiutami a scriverne di nuovi.
Grazie a tutti, grazie dal cuore di un troll: questo è stato solo un meraviglioso inizio…

Daniele

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Una dedica ad una donna.
Una dedica a tutte le donne.
Alle donne che si impegnano, alle donne che studiano e che evolvono, alle donne che danno il meglio di loro stesse per raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi.
Alle donne che sognano, alle donne che sperano, che non si arrendono, alle donne che amano, alle donne che non si fermano mai.
Alle donne che ispirano, che si fanno ispirare, alle donne che segnano la strada.
Alle donne che guardano avanti.

Nell’opera “A Maria”, il mio pensiero ad una donna di scienza. A Maria: una donna caparbia, testarda, fermamente convinta che il miglioramento sociale doveva passare attraverso il miglioramento di ogni singolo individuo. Una donna che aveva fatto del sapere un faro splendente e lo condivideva con chi ne aveva bisogno. Una donna che ha illuminato il mondo attraverso la fiaccola della conoscenza è ha indicato la strada a molti.
Dedicato a Maria Salomea Skłodowska.
Per il mondo, Marie Curie.

Sono fra coloro che pensano che la scienza abbia una grande bellezza. Uno studioso nel suo laboratorio non è solo un tecnico, è anche un bambino messo di fronte a fenomeni naturali che lo impressionano come una fiaba. Non dobbiamo lasciar credere che ogni progresso scientifico si riduca a dei meccanismi, a delle macchine, degli ingranaggi, che pure hanno anch’essi una loro bellezza. Io non credo che nel nostro mondo lo spirito d’avventura rischi di scomparire. Se vedo attorno a me qualcosa di vitale, è proprio questo spirito d’avventura che mi sembra impossibile da sradicare, e che ha molto in comune con la curiosità.

Maria

Mosaico di 9 Fuji Square Black Frame
Fuji Square SQ10 – Multiesposizione
Ready- Made 2020
©danielepeluso.com

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