20200130_152142-01.jpeg

Sono come una palla da Rugby: in continuo movimento, incapace di stare fermo, imprevedibile sul dove andrò a rimbalzare. Intanto rotolo, e rotolando produco energia.

Dopo il nuovo progetto “Rendi la tua vita un’opera d’arte” partito nemmeno un mese fa, e alle numerose iniziative fotografiche che mi vedono decisamente iperattivo, nasce questa mia nuova finestra sulla fotografia e, più in generale, sul mondo delle interazioni umane legate alle immagini.

Il mio nuovo progetto: “Percorso [Analogico] Fuori Controllo” nasce in maniera semplice. Queste sono le caratteristiche essenziali:

  • Tre macchine fotografiche usa e getta Kodak Funsever vengono date a tre persone diverse. Ogni persona ha a disposizione 2 fotografie da scattare, a proprio piacimento, seguendo il tema “PEOPLE”. L’unico vincolo è che le foto dovranno essere una in formato verticale, l’altra in formato orizzontale.
  • Scattate le fotografie la persona dovrà imballare con cura la propria macchina fotografica e spedirla via posta ad un’altra persona che continuerà così il percorso.
  • Chi riceverà la macchinetta dovra mandare una mail all’indirizzo pafcproject2020@gmail.com per comunicare le nuova posizione che sarà segnata sulla mappa nella pagina linkata in alto.
  • Dentro ogni pacco contentente la macchina fotografica ci sarà, per aiutare maggiormente chi la riceverà, un quaderno con le istruzioni che potrà essere personalizzato dagli autori ed un sacchetto nel quale ogni “fotografo” dovrà mettere qualche oggetto personale, di piccole dimensioni, che farà funzione di piccola “TimeBox”.  Un modo per potersi raccontare, usando il proprio linguaggio, a chi verrà dopo, e conseguentemente a tutti quelli che saranno coinvolti ad ogni titolo nel progetto.

Tutto il materiale dovrà essere spedito, una volta finita la pellicola, al mio indirizzo di casa che è stato riportato nelle istruzioni del quaderno. Alla fine del percorso, se tutto procederà senza intoppi, verrà organizzata una mostra fotografica accompagnata dagli oggetti che gli autori inseriranno nella sacca allegata.

Finita la mostra, negativi originali e tutti gli oggetti che saranno raccolti o impiegati durante questo percorso verranno inseriti in una vera Timebox, assieme al nome di tutti i partecipanti e sarà sotterrata in un posto segreto, a perenne ricordo di questa esperienza.

La prima macchina fotografica, la “Total Black” è in viaggio verso la Norvegia, e più esattamente verso Tromsø, quella che io reputo la mia seconda casa. La seconda macchina la Red Special”, sarà invece conseganta a mano nei prossimi giorni e partirà il suo viaggio anch’essa da Trieste. La terza “Deepest Green”, non so ancora che fine farà, ma qualche idea in merito me la sono già fatta.

Come una – magnifica – palla da Rugby ho iniziato a sbattere di qua e di la, senza una meta ma con un obiettivo ben preciso: rendere la vita degli altri migliore attraverso il linguaggio della fotografia. Non so dove andrò a finire, so solo che mi divertirò tantissimo, e voi con me.

PelusoDaniele.png

 

 

In molti, ancora oggi, si sono detti ramaricati dal fatto di non essere riusciti, per svariate ragioni, ad avere il mio libro fotografico su Černobyl’. Mi sembrava giusto, ad un anno dall’esaurimento dei volumi, pubblicare le foto che nel libro sono contenute.

Ma non solo: il 26 aprile, giorno che resterà per sempre nella memoria collettiva del mondo,  sarà attivo un link sulla Homepage per il download gratuito del volume. Mi piacerebbe che chi decidesse di scaricare il libro con la mano destra, con la sinistra si adoperasse per fare una piccola donazione all’ASTRO o all’AGMEN, anche simbolica, anche di un solo euro appena. Una donazione che significherebbe sostegno, continuo, a due associazioni che si adoperano senza sosta nell’aiuto dei Bambini in difficoltà e delle loro famiglie; un modo, se volete vederla da questa prospettiva, per onorare la memoria di quanti hanno sacrificato tutto, fin anche il loro bene più prezioso, per la salvaguardia dell’intera umanità.

Grazie in anticipo.

 

chiusura_assegno_002

 

PD

Ti ricordi quando andavi a scuola? Chiudi gli occhi, prova a pensarci.

Ti ricordi alle elementari, quando verso la fine della quinta ti hanno comperato quel bel quaderno dal dorso plastificato, tutto colorato, magari chiuso da un lucchetto dorato, sul quale hai voluto farti fare un disegno con dedica da tutti i compagni e, perché no, anche dalle maestre?

Ti ricordi i diari delle medie e, sopratutto, quelli delle superiori? La Smemoranda era la regina indiscussa delle agende dei teenager delle generazioni X e Y e tutti noi, chi più chi meno, la passavamo in giro durante le lezioni per farcela firmare e dedicare da quanti più compagni possibile.

“Rendi la tua vita un’opera d’arte non si discosta molto da quelle antiche usanze, ne mantiene lo spirito ma ne differisce per lo scopo. Prima, l’agenda, era un contenitore eterogeneo di ricordi, una collezione di persone racchiuse in uno spazio definito – il diario – che risultava funzionale come sostegno allo spazio infinito – la tua memoria.

Rendi la tua vita un’opera d’arte è un progetto che è nato da una folgorazione, un colpo di testa, un fulmine a ciel sereno. Un progetto che resta un enorme contenitore, ma non più solo di persone o ricordi, ma di Arte, di bellezza, di inventiva e creatività.

Quasi tutto nasce per caso, nell’ordine caotico del mio taxi, e questo progetto non è da meno. Mentre sistemavo la mia nuova agenda, cercando di riportare meticolosamente tutti i dati importanti e le scadenze “sensibili”, mi sono accorto di quanto spazio libero – in termini di fogli non utilizzati o usati solo in minima parte – restava a disposizione a fine anno. Troppi, decisamente troppi i buchi: spazi vuoti privi di vita, di idee, di uno scopo. Da qui l’idea di mettere a disposizione agli artisti che conosco, non solo personalmente, e che stimo per il loro lavoro, una o più pagine della mia agenda affinché la possano impreziosire con la loro Arte. Fotografi, illustratori, disegnatori, tatoo artist, giornalisti, scrittori, musicisti, sportivi e chi più ne ha e più ne metta: tutti chiamati a rendere questa agenda un’opera unica ed irripetibile, viva e spumeggiante, in maniera da renderla riconoscibile e desiderabile per poterla mettere all’asta all’inizio del 2021. L’agenda sarà itinerante e verrà spedita laddove sarà richiesta, senza limiti, senza barriere né restrizioni.

Ma non solo: chi volesse contribuire a rendere l’opera ancora più unica lo può fare donando qualche pensiero, qualche “memorabilia” che possa impreziosire ancora di più quello che gli artisti hanno già reso unico con il loro contributo. Ogni idea può essere una buona idea, quindi proponi senza timori.

Tutto questo enorme progetto, come ormai da tradizione, per sostenere economicamente una realtà che lavora per aiutare i bambini ricoverati nell’ospedale Burlo Garofalo di Trieste e che verrà svelata ad inizio 2020. Tutto il ricavato di questo lavoro sarà devoluto in beneficenza.
Il progetto è già iniziato ed è aperto a tutti coloro che hanno voglia di realizzare un’opera nuova, a tutti coloro che hanno piacere di aiutare, con il proprio lavoro e il proprio sostegno, ad aiutare.

Fai la differenza, contribuisci anche TU a creare qualcosa di UNICO!

PD

Ricordo esattamente il giorno in cui Freddie Mercury morì. Ero in camera mia, disteso sul letto, con lo stereo e la televisione accesa nello stesso momento: un classico, nel mio caotico mondo adolescenziale. Stavo ascoltando il lato A di “Master of Puppets” dei Metallica, opportunamente passato in cassetta direttamente dal vinile che un amico d’infanzia custodiva – a ragione – al pari di una reliquia della cristianità.

“…Pounding out aggression
Turns into obsession
Cannot kill the Battery
Cannot kill the family
Battery is found in me

Battery!”

Accanto al letto stava appiccicato, sulla larga tavola di truciolato che sorreggeva il piano da lavoro della scrivania color nocciola, un poster in formato A3 di Freddie in un fotogramma ripreso, con molta probabilità, dal videoclip di Bohemian Rhapsody.

Il televisore, posto ad un paio di metri dal letto, catapultava nella stanza sequenze di immagini a cui niente e nessuno dava bado, con gran spreco di energia e di prezioso tubo catodico. Lo stereo invece, imperterrito, continuava a fare un gran fracasso.

“…Master of Puppets I’m pulling your strings
Twisting your mind and smashing your dreams
Blinded by me, you can’t see a thing
Just call my name, ‘cause I’ll hear you scream
Master!
Master!!!”

Tutto d’un tratto qualcosa ruppe l’equilibrio di quel noioso e sonnacchioso pomeriggio di novembre. Qualcosa di strano calamitò lo sguardo impedendomi, di fatto, di concentrarmi su null’altro che non fosse lo schermo brillante del vecchio Panasonic. Era una sequenza interminabile di immagini, veloci ed incalzanti, come fossi precipitato in un caleidoscopio impazzito di luci e colori.

“Build my fear of what’s out there
And cannot breathe the open air
Whisper things into my brain
Assuring me that I’m insane
They think our heads are in their hands
But violent use brings violent plans
Keep him tied, it makes him well
He’s getting better, can’t you tell?”

Riuscii però, nel casino che regnava tutto intorno a me, a mettere a fuoco il messaggio passato dalla TV e, meccanicamente, spensi la radio e con il telecomando, con un incrocio spregiudicato di articolazioni alzai il volume del televisore. Freddie Mercury, leader carismatico dei Queen, era morto per una polmonite, una delle complicanze più frequenti, ai tempi, per i pazienti affetti da immunodeficienza umana acquisita.

A.I.D.S.: lo spauracchio per eccellenza, il male peggiore, la paura recondita di molti adulti, per noi ragazzi era solo un buffo spot alla televisione fatto da persone cerchiate di fucsia aveva, di fatto, appena ucciso uno dei miei (numerosi) idoli musicali. Era ora di diventare un po’ più grandi, era evidente. La voce impossibile che avevo incominciato ad amare grazie alle cassette di “Works”, “A Night at the Opera”, l’anima di canzoni memorabili come “Fat Bottom Girls”, “’39”, “Tie Your Mother Down” e “Now I’m Here” era morto chiudendo in maniera teatrale, il sipario su uno dei più grandi gruppi Rock della storia. Da quel preciso momento iniziò a montare, assieme allo sconforto, quel senso di vuoto dato dalla consapevolezza che mai più in vita mia avrei potuto vedere i Queen dal vivo.

Fu un duro colpo.

Guardai tutto quello che riguardava la morte di Freddie, quel giorno, e tutto quel che riguardava la morte di Freddie i giorni seguenti. Erano ancora anni vergini dalle follie dei social e dei tributi pacchiani su inutili blog (per l’appunto), conditi da sfilze interminabili e sentitissime di “R.I.P🥀”…

Registrai quello che passò per la televisione con il vecchio Telefunken che stava in soggiorno, cercando di stoppare la registrazione dei vari speciali nel momento giusto per escludere la pubblicità e salvare così preziosa bobina VHS.

Memory – Samsung S6

Il giorno della morte di Freddie, consapevole di aver perso – non per colpa mia – un pilastro imprescindibile della mia formazione musicale, restai per un po’ a guardare quel poster attaccato sulla scrivania. Riaccesi lo stereo avendo sempre ben cura di tenere accesa anche la televisione.

“Damage jackals ripping right through you
Sight and smell of this, it gets me goin’
Know just how to get just what we want
Tear it from your soul in nightly hunt
Fuck it all and fucking no regrets
Never happy ending on these dark sets
All’s fair for Damage Inc. you see
Step a little closer if you please”

Ascoltai quella cassetta copiata male dei Metallica per quasi tutto il pomeriggio fin ora di cena, quando mia madre venne a dirmi che era pronto; una libidinosa piadina con il prosciutto crudo era già in tavola e mi stava aspettando fumante. Le dissi che avrei voluto continuare ad ascoltate musica e che avrei voluto mangiare in camera, appoggiando piatto e bicchiere sulla sedia. Mia madre non fece una piega e così, azzannando il mio lauto pasto, lasciai scorrere come un fiume in piena le note della band inglese orfana del suo faro più luminoso. Toccò proprio ad una cassetta che i miei genitori comprarono qualche anno addietro, come souvenir pensato per me durante il viaggio che fecero in Ungheria. Pensai che fosse un regalo di viaggio strano, ma mio padre mi disse che non riuscirono a trovare niente di più adatto da regalarmi: era Greatest Hits I. Da quella musica e da quella vuota consapevolezza nacque in me il desiderio di vedere i Queen su un palco: magari per qualche reunion, magari anche solamente per un minuto e anche solo un singolo membro di quella che fu una delle leggende musicali di mezzo novecento. Li dovevo vedere.

Anni dopo, riuscii nel mio intento.

Ma questa è un’altra storia.

…TBC…

PD

vukovar_torre_acqua
Vukovar – Torre dell’acqua Fujifilm FP-100 C | Polaroid Colorpack II

Le mie velleità editoriali partirono da questo punto.
Il progetto “Il Paese dai Tetti di Stelle”, nato dalla sinergica volontà e curiosità mia e degli indispensabili Luca e Maurizio, è stato il primo progetto fotografico a lungo termine che ho avuto modo di sviluppare da quando ho iniziato a tenere tra le mani un apparecchio fotografico.
Sarebbe dovuto essere il mio primo libro mandato in stampa; i casi della vita, a cui nessuno può sottrarsi nemmeno gli Dèi, mi hanno portato a pubblicare però prima il volume fotografico sul disastro nucleare di Černobyl’, accantonando di fatto il progetto sulla Croazia post-bellica iniziato nel lontano 2013.
Quasi conclusa l’esperienza con il primo volume (i libri rimasti sono sempre meno e la donazione contavo di farla entro febbraio) è già ora di rimettersi al lavoro per ripulire dalla polvere la grande mole di lavoro fatto fino a sei mesi fa.
Rimestando documenti tra gli archivi, ho inaspettatamente trovato un post che avrei dovuto pubblicare sul vecchio sito ma che – se non ricordo male – non ha mai visto la luce. Visto il contenuto significativo ancora oggi, lo pubblico in calce, in maniera da usarlo come sprone personale per farmi ripartire col piede giusto in questa nuova avventura.

Sarà un nuovo inizio e so che sarà una nuova lunghissima maratona: ma forte dell’esperienza avuta con il primo volume, unita ad una certa dose di entusiasmo, la strada, ne sono sicuro, sarà un po’ meno in salita. Sono già alla ricerca di un nuovo “obiettivo” benefico in modo da continuare a solcare la strada della beneficenza che ho avuto modo di percorrere negli ultimi mesi; di progetti interessanti e meritevoli ce ne sono a bizzeffe, basterà soltanto valutare con calma. Ma non ho fretta: in fin dei conti il lavoro è appena iniziato!

Tra una settimana, verosimilmente a quest’ora, starò vagando per la Slavonia o nei dintorni di Vukovar per mettere fine alla parte documentale del libro che iniziai a scrivere, grazie all’aiuto di due fedeli amici, più di due anni fa.
“Il paese dai tetti di stelle”, questo è il nome che verosimilmente il mio libro avrà, è stato un progetto fantastico, unico per quanto mi riguarda, che nel corso degli anni è stato in grado di farmi maturare come individuo, mettendomi davanti a delle realtà crude ed intense, capaci di segnarmi nel profondo.
Il libro è stata una scommessa con me stesso, una delle molteplici scommesse che, fino a questo momento, avevo sempre perso.
Da quando ho superato il periodo della pubertà, mi è sempre stato rinfacciato (a ragione) di non riuscire mai a portare una cosa a compimento, di non essere in grado di finire niente, di perdermi sempre per strada, accecato dalle lusinghe di progetti sempre migliori, sempre più ambiziosi, sempre più importanti di quelli che già avevo in piedi. Fosse stato un hobby o uno sport, non aveva grossa importanza. Non riuscivo a concludere mai niente con buona pace di chi mi stava vicino, ormai scoraggiato e deluso dal mio scostante ed indecifrabile comportamento.

Questo libro, invece, voluto fortemente dal sottoscritto, è stata la famosa svolta che, per la prima volta nella vita, mi ha fatto vedere a pochi passi di distanza la linea del traguardo, la bandiera a scacchi, la parola fine di un progetto. Sabato prossimo a quest’ora starò girando con la mia amata Polaroid per qualche villaggio croato distrutto dalla furia di una guerra che, lontano nei nostri ricordi d’infanzia, riuscì a sconvolgere la cara e vecchia Europa. Dopo aver viaggiato in lungo ed in largo per la Croazia, lontani mille miglia dalle rotte dei vacanzieri che tutto conoscono del paese a scacchi bianco rossi, avrà luogo finalmente l’ultima estenuante ricerca che, come punto d’arrivo, avrà Vukovar, la città martire per eccellenza nella guerra patriottica croata.

Sono molto combattuto, lo devo ammettere: da una parte sono felice di essere arrivato tutto intero (cosa assolutamente non scontata) alla fine di questo lungo viaggio, ma dall’altra, ad una settimana dalla partenza, sono già triste per la chiusura di questa che, posso dire a tutti gli effetti, è stata un’avventura fantastica. Scrivere un libro come sto tentando di fare, senza grosse basi ma armato solo di una grande passione, non è stata cosa semplice. Scrivere un diario di viaggio, parlando di un argomento così difficile – e credetemi, di ancora sconcertante attualità – è stato un impegno (anche emotivo) che non dimenticherò mai.

Spero avrete la voglia e la pazienza di seguirmi fino alla fine di questa fantastica avventura.

PD

«Allora tu… tu non vuoi credermi? Mi crederai, dottor Jones. Diventerai molto presto ancora più fanatico di noi.»

C’è stata una parte considerevole della mia infanzia in cui avrei voluto essere un archeologo. Sarà stato per la mia dedizione quasi totale per Harrison Ford e il suo iconico Indiana Jones, sarà dovuto all’amore per l’avventura e il mistero, non saprei. Stà di fatto che avrei tanto voluto voluto essere al fianco di Indy mentre Mola Ram tentava di strappargli il cuore dal petto a mani nude (anche se alle primissime visioni mi coprivo gli occhi per non guardare, così come me li tappavo ermeticamente quando il primo Terminator si faceva saltare un occhio facendolo cadere in un lercio lavandino di metallo), o mentre discendeva nel buio del Pozzo delle Anime. Avrei voluto essere così, sprezzante ed audace, e vorrei sfidare tutti i bambini cresciuti alla fine degli anni ottanta a dirmi ora, da adulti, se non avrebbero sacrificato il loro Masters of the Universe migliore (Skeletor ovviamente) per avere solo un briciolo del coraggio di Indiana.

Ahimè io, così tanto coraggioso, non lo sono mai stato. E posto che una delle pietre miliari del pensiero filosofico di Indy era che

“Per fare l’archeologo bisogna uscire di casa.”

fu chiaro fin da subito che il mio sogno era costretto a naufragare miseramente alle prime battute. A conti fatti, uno con la mia mole (già importante da bambino) avrebbe faticato non poco nell’avanzare in angusti anfratti, nelle gallerie sommerse più inaccessibili o tra umide paludi piene di ogni possibile pericolo. No way. Riposi inevitabilmente in un cassetto tutti i sogni di gloria, assieme a tutti gli altri sogni che solo la fervida mente di un bambino può osare di sognare. Tempo dopo il cassetto fu riaperto, in maniera del tutto fortuita, in occasione della mia mostra fotografica su Černobyl’. Nei discorsi che ebbi modo di fare, a vario titolo, con diverse persone coinvolte nel progetto, si insinuò in me l’idea, forse un po’ romanzata, del fotoamatore archeologo. Lo so, sembra una idea campata in aria, e in parte lo è. Ma il lavoro fatto tra le spettrali vie di Pryp”yat’, in mezzo a quei anonimi palazzoni grigi, nel nulla cosmico della civiltà umana, è stato paragonato (e non me ne vogliano gli studiosi veri) ad un lavoro di archeologia urbana. Chi segue i miei progetti fotografici senza perdere il senno, sa che mi occupo in prevalenza di temi tragici, scomodi, temi che un fotoamatore mediamente normale non tratterebbe nemmeno con le pinze. Černobyl’, la Croazia post-bellica o il Vajont, tanto per citare tre progetti in cui ho riversato tutto il mio interesse, non sono temi propriamente in voga tra gli amanti della fotografia hobbistica. Mi hanno etichettato come un “racconta disgrazie” per il solo fatto di interessarmi alle storie più tristi e sciagurate della storia moderna dell’uomo. In verità la mia è una passione verso l’uomo e verso la sua storia; una storia che è costellata di enormi successi, eventi brillanti ed imprese fantastiche, ma anche di sciagure planetarie o di bassezze infinite. Mi sono reso conto, senza sceglierlo, di riuscire più facilmente a raccontare quest’ultime sfaccettature della razza umana senza mitizzarle, né romanzarle più del lecito, ma provando a raccontarle per quello che sono nella speranza di non doverle rivivere mai più.

Prima della pubblicazione del volume su Černobyl’ e della relativa mostra fotografica, avevo già consegnato al mio fido correttore di orrerrori, la bozza di quello che doveva essere il mio primo libro fotografico: “Il paese dai Tetti di Stelle”. Per motivi solidaristici ho accantonato il libro in questione per dar vita all’inizativa sul disastro nucleare sovietico che si sta definitivamente chiudendo mentre scrivo, con la vendita dei pochi libri rimasti. Guardando avanti e con la meravigliosa esperienza avuta con la pubblicazione di questo volume, posso iniziare a progettare il futuro forte dell’esperienza maturata. Parte dei proventi del volume su Černobyl’ finanzieranno il nuovo volume su quella Croazia che ancora oggi rimene ferita e segnata nel profondo dalla guerra fratricida che insanguinò i Balcani nella tragica fine del secolo scorso. Sarà un libro duro, difficile, che racconterà dei viaggi in macchina con due fidati amici lungo le linee del fronte croato e nei luoghi maggiormente colpiti dalla follia bellica. E anche questo nuovo volume, ovviamente, continuerà a fare beneficenza. La strada è dunque segnata, non resta che percorrerla fino in fondo.

Spero di averti al mio fianco, ancora una volta…

20180925_095421-01.jpeg

PD