Queen #2 | Io e Brian May

Il giorno in cui capii che avrei potuto farcela, che avrei potuto regolare i conti col destino era arrivata: finalmente era arrivato il momento di chiudere un cerchio aperto il 24 novembre del 1991. Il mio conto aperto con i Queen, dopo la morte di Freddie Mercury, poteva essere saldato in una calda sera di luglio nella piccola cittadina di Grado, in provincia di Gorizia.

La Diga Nazario Sauro era stata scelta come luogo del mio rendez-vous con Brian May, inconsapevole (nello specifico) co-fondatore dei Queen, band che ho amato in gioventù e che, più o meno giustamente, ho reputato finita alla morte del carismatico cantante. Il “Born Free Tour”, spettacolo in cui il musicista britannico fu accompagnato dalla splendida Kerry Ellis, sarebbe stato lo scenario più adatto per la conclusione di una rincorsa (emotiva) durata per più di due decadi. Ma non sarebbe stato facile.

Per la prima volta infatti, da quando ero entrato in pianta stabile nello staff di truemetal.it come fotografo, avrei dovuto partecipare ad un concerto senza l’aiuto di un photopass. Dovevo arrangiarmi alla bene e meglio visto che non mi bastava più solamente presenziare al concerto, ma volevo anche una foto da conservare nel mio album dei ricordi.

Grazie all’aiuto di due amici e alla cortese comprensione di due ragazzi della sicurezza, riuscii a portare con me la mia macchina fotografica e il teleobiettivo che mi sarebbe servito per catturare i momenti salienti del concerto anche da distanze ragguardevoli.

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Le lancette dell’orologio, sulla diga di Grado, in una mite sera d’estate si fermarono, per concermi il lusso di tornare indietro nel tempo. Non ero io ad assistere alla magia indotta agli astanti delle dolci note provenienti dal palco; non ero l’Io adulto sotto il palco, quello con famiglia, figli, rate, preoccupazioni: non ero io. Con un occhio chiuso ed uno aperto, dietro quella macchina fotografica a cui si appannava l’oculare mentre la Red Special colpiva con fendenti forti come il marmo ci stava un adolescente piuttosto emozionato. Il clamore del trionfo era dolce e roboante come le note, oramai entrate nel DNA, di “Tie Your Mother Down” o “Crazy Little Thing Called Love” o dell’iconica “No-One but You (Only the Good Die Young)” una delle canzoni più belle e significative quest’ultima, scritta per ricordare la vita e il lavoro di un gigante della musica.

Lacrime ovunque: lacrime dai più vecchi visi in platea solcati dalle rughe, lacrime dai più sprezzanti relitti da bancone accorsi per un po’ di rock, lacrime dai più giovani fans accorsi per vedere un mito in carne e chitarra, lacrime da tutti.

A raccontarlo non ci si crede.

Davanti quel palco, tra i tanti, c’era un adolescente, amante della musica, con gusti variegati ed incatalogabili, con un cuore ingestibile ed uno spirito inquieto. Un adolescente divenuto uomo incredulo nel vedere così tanti occhi luccicanti tutt’intorno a se.

Per qualche ora il tempo si fermò, così come il respiro di quell’adolescente che ricordava esattamente il giorno in cui un eroe di gioventù lasciò questo mondo.

Quello che rimase in me dopo quella serata, è un ricordo prezioso che conserverò stretto e che con le parole faccio fatica ad esprimere. Quello che rimane di quella serata e che posso condividere con il mondo è questa galleria fotografica. Forse non sarà perfetta, me ne rendo conto, ma il più delle volte le lacrime annebbiano la vista. E in fotografia, una vista annebbiata, è un handicap difficile da colmare.

We’ll remember
Forever…

PD

Queen #1 | Il Mito Intramontabile

Ricordo esattamente il giorno in cui Freddie Mercury morì. Ero in camera mia, disteso sul letto, con lo stereo e la televisione accesa nello stesso momento: un classico, nel mio caotico mondo adolescenziale. Stavo ascoltando il lato A di “Master of Puppets” dei Metallica, opportunamente passato in cassetta direttamente dal vinile che un amico d’infanzia custodiva – a ragione – al pari di una reliquia della cristianità.

“…Pounding out aggression
Turns into obsession
Cannot kill the Battery
Cannot kill the family
Battery is found in me

Battery!”

Accanto al letto stava appiccicato, sulla larga tavola di truciolato che sorreggeva il piano da lavoro della scrivania color nocciola, un poster in formato A3 di Freddie in un fotogramma ripreso, con molta probabilità, dal videoclip di Bohemian Rhapsody.

Il televisore, posto ad un paio di metri dal letto, catapultava nella stanza sequenze di immagini a cui niente e nessuno dava bado, con gran spreco di energia e di prezioso tubo catodico. Lo stereo invece, imperterrito, continuava a fare un gran fracasso.

“…Master of Puppets I’m pulling your strings
Twisting your mind and smashing your dreams
Blinded by me, you can’t see a thing
Just call my name, ‘cause I’ll hear you scream
Master!
Master!!!”

Tutto d’un tratto qualcosa ruppe l’equilibrio di quel noioso e sonnacchioso pomeriggio di novembre. Qualcosa di strano calamitò lo sguardo impedendomi, di fatto, di concentrarmi su null’altro che non fosse lo schermo brillante del vecchio Panasonic. Era una sequenza interminabile di immagini, veloci ed incalzanti, come fossi precipitato in un caleidoscopio impazzito di luci e colori.

“Build my fear of what’s out there
And cannot breathe the open air
Whisper things into my brain
Assuring me that I’m insane
They think our heads are in their hands
But violent use brings violent plans
Keep him tied, it makes him well
He’s getting better, can’t you tell?”

Riuscii però, nel casino che regnava tutto intorno a me, a mettere a fuoco il messaggio passato dalla TV e, meccanicamente, spensi la radio e con il telecomando, con un incrocio spregiudicato di articolazioni alzai il volume del televisore. Freddie Mercury, leader carismatico dei Queen, era morto per una polmonite, una delle complicanze più frequenti, ai tempi, per i pazienti affetti da immunodeficienza umana acquisita.

A.I.D.S.: lo spauracchio per eccellenza, il male peggiore, la paura recondita di molti adulti, per noi ragazzi era solo un buffo spot alla televisione fatto da persone cerchiate di fucsia aveva, di fatto, appena ucciso uno dei miei (numerosi) idoli musicali. Era ora di diventare un po’ più grandi, era evidente. La voce impossibile che avevo incominciato ad amare grazie alle cassette di “Works”, “A Night at the Opera”, l’anima di canzoni memorabili come “Fat Bottom Girls”, “’39”, “Tie Your Mother Down” e “Now I’m Here” era morto chiudendo in maniera teatrale, il sipario su uno dei più grandi gruppi Rock della storia. Da quel preciso momento iniziò a montare, assieme allo sconforto, quel senso di vuoto dato dalla consapevolezza che mai più in vita mia avrei potuto vedere i Queen dal vivo.

Fu un duro colpo.

Guardai tutto quello che riguardava la morte di Freddie, quel giorno, e tutto quel che riguardava la morte di Freddie i giorni seguenti. Erano ancora anni vergini dalle follie dei social e dei tributi pacchiani su inutili blog (per l’appunto), conditi da sfilze interminabili e sentitissime di “R.I.P🥀”…

Registrai quello che passò per la televisione con il vecchio Telefunken che stava in soggiorno, cercando di stoppare la registrazione dei vari speciali nel momento giusto per escludere la pubblicità e salvare così preziosa bobina VHS.

Memory – Samsung S6

Il giorno della morte di Freddie, consapevole di aver perso – non per colpa mia – un pilastro imprescindibile della mia formazione musicale, restai per un po’ a guardare quel poster attaccato sulla scrivania. Riaccesi lo stereo avendo sempre ben cura di tenere accesa anche la televisione.

“Damage jackals ripping right through you
Sight and smell of this, it gets me goin’
Know just how to get just what we want
Tear it from your soul in nightly hunt
Fuck it all and fucking no regrets
Never happy ending on these dark sets
All’s fair for Damage Inc. you see
Step a little closer if you please”

Ascoltai quella cassetta copiata male dei Metallica per quasi tutto il pomeriggio fin ora di cena, quando mia madre venne a dirmi che era pronto; una libidinosa piadina con il prosciutto crudo era già in tavola e mi stava aspettando fumante. Le dissi che avrei voluto continuare ad ascoltate musica e che avrei voluto mangiare in camera, appoggiando piatto e bicchiere sulla sedia. Mia madre non fece una piega e così, azzannando il mio lauto pasto, lasciai scorrere come un fiume in piena le note della band inglese orfana del suo faro più luminoso. Toccò proprio ad una cassetta che i miei genitori comprarono qualche anno addietro, come souvenir pensato per me durante il viaggio che fecero in Ungheria. Pensai che fosse un regalo di viaggio strano, ma mio padre mi disse che non riuscirono a trovare niente di più adatto da regalarmi: era Greatest Hits I. Da quella musica e da quella vuota consapevolezza nacque in me il desiderio di vedere i Queen su un palco: magari per qualche reunion, magari anche solamente per un minuto e anche solo un singolo membro di quella che fu una delle leggende musicali di mezzo novecento. Li dovevo vedere.

Anni dopo, riuscii nel mio intento.

Ma questa è un’altra storia.

…TBC…

PD

Confessioni pericolose | Amare vuol dire tornare

Ogni essere umano appartiene a più Patrie. C’è la Patria in cui nasci, in cui vivi, in cui cresci. È la Patria che ti insegnano ad amare fin da piccolo, che rispetti, per cui saresti pronto a dare tutto te stesso. Per molte persone però esiste un’altra Patria che, nella stragrande maggioranza dei casi, non ha nulla a che spartire con quella di provenienza. Può essere una terra reale o fittizia, questo poco importa. La tua Patria ideale è una terra che hai imparato ad amare per svariate ragioni inutili da ricercare o da spiegare.

La seconda Patria, all’inizio, è una terra che conosci oggettivamente poco, a cui ti sei avvicinato magari solo per sentito dire e di cui pensi di sapere abbastanza solo perché – credi – che tutti quelli che ti circondano ne sanno ancora meno di te.

Ma molto spesso così non è.

Ci vogliono anni e molto impegno per capirla davvero, questa nuova terra ricca di fascino e di misteri, o almeno per iniziare a capirla, per farla ogni giorno un po’ più tua, intimamente tua, coerentemente tua. Rischi fin da subito di commettere errori macroscopici di valutazione, perché idealizzando troppo ti discosti quasi sempre dalla realtà; molto spesso infatti, ciò che vede il cuore è nascosto agli occhi.
La mia seconda Patria è una terra magica, che mi affascina da sempre e che da sempre esercita su di me una forza attrattiva a cui è difficile resistere. Mi chiama, mi ammalia con i suoi dolci canti che profumano di muschio, di onde del mare e di cannella, di pesce fresco e di resina.
Anch’io feci parte di quella numerosissima schiera di persone che, nutrite da un amore quasi cieco (e pure sordo), vedevano nel paese dei sogni irrazionali il posto perfetto, dove tutto era giusto, ordinato, pulito, dove i treni arrivavano sempre in orario e le persone erano tutte cordiali e gentili (e dove le marmotte confezionavano nottetempo la cioccolata). Pensavo di sapere, ma in realtà non sapevo nulla.
Credevo di amare la mia nuova Patria d’elezione avendone solo letto, avendo visto filmati più o meno rappresentativi e avendo letto qualche sparuta testimonianza di viaggio.

Balle. Tutte balle.

L’effetto che fa rendersi conto che la realtà è stata ampiamente superata dalla fantasia è la stessa di quando, da bambino, realizzi che i regali di Natale sotto l’albero li metteva tuo padre e tua madre, e non un pacioso vecchietto panciuto dalla lunga barba bianca. Resti spiazzato per un po’, cerchi di capire, annaspi soffocato dal subbuglio interno che la realtà delle cose ti ha sbattuto in faccia senza troppe moine. Incassi il colpo, traballando per qualche istante in cui cerchi di risvegliati dal torpore. Inizi a guardare con gli occhi della ragione, zittisci il cuore.

Solo dopo qualche visita, più o meno lunga, ho infatti iniziato a capire qualcosa di questo paese; solo dopo aver vissuto le esperienze in prima persona, non solo per sentito dire, nel bene e nel male, ho iniziato a comprendere per davvero. Ed è proprio in quell’istante che il mio amore è mutato, diventando più adulto e responsabile, meno idealizzato e più concreto. Dopo esserci stato ed aver visto mi sono liberato di tutti quei pregiudizi costruiti su leggende e favole, ed ho iniziato a vedere e a smontare tutti quei meravigliosi castelli di carte che avevo costruito nella confort zone della mia anima. Solo così si può continuare ad amare visceralmente un posto, conoscendone pregi e difetti, potenzialità e contraddizioni. Solo così, a mio modo di vedere, si può amare veramente. E dopo anni posso dire tranquillamente di aver iniziato a vedere. Ed ad amare per davvero.

Ed amare – non so chi l’abbia detto prima di me – vuol dire tornare. Ed in un modo o nell’altro, tornerò.

Truzzi, jeg elsker deg.

From the Past | Vukovar 2015

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Vukovar – Torre dell’acqua Fujifilm FP-100 C | Polaroid Colorpack II

Le mie velleità editoriali partirono da questo punto.
Il progetto “Il Paese dai Tetti di Stelle”, nato dalla sinergica volontà e curiosità mia e degli indispensabili Luca e Maurizio, è stato il primo progetto fotografico a lungo termine che ho avuto modo di sviluppare da quando ho iniziato a tenere tra le mani un apparecchio fotografico.
Sarebbe dovuto essere il mio primo libro mandato in stampa; i casi della vita, a cui nessuno può sottrarsi nemmeno gli Dèi, mi hanno portato a pubblicare però prima il volume fotografico sul disastro nucleare di Černobyl’, accantonando di fatto il progetto sulla Croazia post-bellica iniziato nel lontano 2013.
Quasi conclusa l’esperienza con il primo volume (i libri rimasti sono sempre meno e la donazione contavo di farla entro febbraio) è già ora di rimettersi al lavoro per ripulire dalla polvere la grande mole di lavoro fatto fino a sei mesi fa.
Rimestando documenti tra gli archivi, ho inaspettatamente trovato un post che avrei dovuto pubblicare sul vecchio sito ma che – se non ricordo male – non ha mai visto la luce. Visto il contenuto significativo ancora oggi, lo pubblico in calce, in maniera da usarlo come sprone personale per farmi ripartire col piede giusto in questa nuova avventura.

Sarà un nuovo inizio e so che sarà una nuova lunghissima maratona: ma forte dell’esperienza avuta con il primo volume, unita ad una certa dose di entusiasmo, la strada, ne sono sicuro, sarà un po’ meno in salita. Sono già alla ricerca di un nuovo “obiettivo” benefico in modo da continuare a solcare la strada della beneficenza che ho avuto modo di percorrere negli ultimi mesi; di progetti interessanti e meritevoli ce ne sono a bizzeffe, basterà soltanto valutare con calma. Ma non ho fretta: in fin dei conti il lavoro è appena iniziato!

Tra una settimana, verosimilmente a quest’ora, starò vagando per la Slavonia o nei dintorni di Vukovar per mettere fine alla parte documentale del libro che iniziai a scrivere, grazie all’aiuto di due fedeli amici, più di due anni fa.
“Il paese dai tetti di stelle”, questo è il nome che verosimilmente il mio libro avrà, è stato un progetto fantastico, unico per quanto mi riguarda, che nel corso degli anni è stato in grado di farmi maturare come individuo, mettendomi davanti a delle realtà crude ed intense, capaci di segnarmi nel profondo.
Il libro è stata una scommessa con me stesso, una delle molteplici scommesse che, fino a questo momento, avevo sempre perso.
Da quando ho superato il periodo della pubertà, mi è sempre stato rinfacciato (a ragione) di non riuscire mai a portare una cosa a compimento, di non essere in grado di finire niente, di perdermi sempre per strada, accecato dalle lusinghe di progetti sempre migliori, sempre più ambiziosi, sempre più importanti di quelli che già avevo in piedi. Fosse stato un hobby o uno sport, non aveva grossa importanza. Non riuscivo a concludere mai niente con buona pace di chi mi stava vicino, ormai scoraggiato e deluso dal mio scostante ed indecifrabile comportamento.

Questo libro, invece, voluto fortemente dal sottoscritto, è stata la famosa svolta che, per la prima volta nella vita, mi ha fatto vedere a pochi passi di distanza la linea del traguardo, la bandiera a scacchi, la parola fine di un progetto. Sabato prossimo a quest’ora starò girando con la mia amata Polaroid per qualche villaggio croato distrutto dalla furia di una guerra che, lontano nei nostri ricordi d’infanzia, riuscì a sconvolgere la cara e vecchia Europa. Dopo aver viaggiato in lungo ed in largo per la Croazia, lontani mille miglia dalle rotte dei vacanzieri che tutto conoscono del paese a scacchi bianco rossi, avrà luogo finalmente l’ultima estenuante ricerca che, come punto d’arrivo, avrà Vukovar, la città martire per eccellenza nella guerra patriottica croata.

Sono molto combattuto, lo devo ammettere: da una parte sono felice di essere arrivato tutto intero (cosa assolutamente non scontata) alla fine di questo lungo viaggio, ma dall’altra, ad una settimana dalla partenza, sono già triste per la chiusura di questa che, posso dire a tutti gli effetti, è stata un’avventura fantastica. Scrivere un libro come sto tentando di fare, senza grosse basi ma armato solo di una grande passione, non è stata cosa semplice. Scrivere un diario di viaggio, parlando di un argomento così difficile – e credetemi, di ancora sconcertante attualità – è stato un impegno (anche emotivo) che non dimenticherò mai.

Spero avrete la voglia e la pazienza di seguirmi fino alla fine di questa fantastica avventura.

PD

A guardia della Memoria

«Allora tu… tu non vuoi credermi? Mi crederai, dottor Jones. Diventerai molto presto ancora più fanatico di noi.»

C’è stata una parte considerevole della mia infanzia in cui avrei voluto essere un archeologo. Sarà stato per la mia dedizione quasi totale per Harrison Ford e il suo iconico Indiana Jones, sarà dovuto all’amore per l’avventura e il mistero, non saprei. Stà di fatto che avrei tanto voluto voluto essere al fianco di Indy mentre Mola Ram tentava di strappargli il cuore dal petto a mani nude (anche se alle primissime visioni mi coprivo gli occhi per non guardare, così come me li tappavo ermeticamente quando il primo Terminator si faceva saltare un occhio facendolo cadere in un lercio lavandino di metallo N.d.A.), o mentre discendeva nel buio del Pozzo delle Anime. Avrei voluto essere così, sprezzante ed audace, e vorrei sfidare tutti i bambini cresciuti alla fine degli anni ottanta a dirmi ora, da adulti, se non avrebbero sacrificato il loro Masters of the Universe migliore (Skeletor ovviamente) per avere solo un briciolo del coraggio di Indiana.

Ahimè io, così tanto coraggioso, non lo sono mai stato. E posto che una delle pietre miliari del pensiero filosofico di Indy era che

“Per fare l’archeologo bisogna uscire di casa.”

fu chiaro fin da subito che il mio sogno era costretto a naufragare miseramente alle prime battute. A conti fatti, uno con la mia mole (già importante da bambino) avrebbe faticato non poco nell’avanzare in angusti anfratti, nelle gallerie sommerse più inaccessibili o tra umide paludi piene di ogni possibile pericolo. No way. Riposi inevitabilmente in un cassetto tutti i sogni di gloria, assieme a tutti gli altri sogni che solo la fervida mente di un bambino può osare di sognare. Tempo dopo il cassetto fu riaperto, in maniera del tutto fortuita, in occasione della mia mostra fotografica su Černobyl’. Nei discorsi che ebbi modo di fare, a vario titolo, con diverse persone coinvolte nel progetto, si insinuò in me l’idea, forse un po’ romanzata, del fotoamatore archeologo. Lo so, sembra una idea campata in aria, e in parte lo è. Ma il lavoro fatto tra le spettrali vie di Pryp”yat’, in mezzo a quei anonimi palazzoni grigi, nel nulla cosmico della civiltà umana, è stato paragonato (e non me ne vogliano gli studiosi veri) ad un lavoro di archeologia urbana. Chi segue i miei progetti fotografici senza perdere il senno, sa che mi occupo in prevalenza di temi tragici, scomodi, temi che un fotoamatore mediamente normale non tratterebbe nemmeno con le pinze. Černobyl’, la Croazia post-bellica o il Vajont, tanto per citare tre progetti in cui ho riversato tutto il mio interesse, non sono temi propriamente in voga tra gli amanti della fotografia hobbistica. Mi hanno etichettato come un “racconta disgrazie” per il solo fatto di interessarmi alle storie più tristi e sciagurate della storia moderna dell’uomo. In verità la mia è una passione verso l’uomo e verso la sua storia; una storia che è costellata di enormi successi, eventi brillanti ed imprese fantastiche, ma anche di sciagure planetarie o di bassezze infinite. Mi sono reso conto, senza sceglierlo, di riuscire più facilmente a raccontare quest’ultime sfaccettature della razza umana senza mitizzarle, né romanzarle più del lecito, ma provando a raccontarle per quello che sono nella speranza di non doverle rivivere mai più.

Prima della pubblicazione del volume su Černobyl’ e della relativa mostra fotografica, avevo già consegnato al mio fido correttore di orrerrori, la bozza di quello che doveva essere il mio primo libro fotografico: “Il paese dai Tetti di Stelle”. Per motivi solidaristici ho accantonato il libro in questione per dar vita all’inizativa sul disastro nucleare sovietico che si sta definitivamente chiudendo mentre scrivo, con la vendita dei pochi libri rimasti. Guardando avanti e con la meravigliosa esperienza avuta con la pubblicazione di questo volume, posso iniziare a progettare il futuro forte dell’esperienza maturata. Parte dei proventi del volume su Černobyl’ finanzieranno il nuovo volume su quella Croazia che ancora oggi rimene ferita e segnata nel profondo dalla guerra fratricida che insanguinò i Balcani nella tragica fine del secolo scorso. Sarà un libro duro, difficile, che racconterà dei viaggi in macchina con due fidati amici lungo le linee del fronte croato e nei luoghi maggiormente colpiti dalla follia bellica. E anche questo nuovo volume, ovviamente, continuerà a fare beneficenza. La strada è dunque segnata, non resta che percorrerla fino in fondo.

Spero di averti al mio fianco, ancora una volta…

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PD

Černobyl’ – 30 anni dopo | GRAZIE A TUTTI

Ho dovuto lasciar passare un po’ di tempo per riflettere, per smaltire la stanchezza e l’adrenalina accumulata in mesi di febbrili preparativi.
“Černobyl’ – 30 anni dopo” è stato un progetto che, durante l’asta finale, assieme ad un amico, ho voluto ribattezzare come “tornado d’anima”.
Il mio progetto fotografico, quello che all’inizio era una mia creatura piccola e storta, dalle gambe d’argilla e le spalle cadenti, è diventata con il passare dei mesi un monolite di marmo dagli arti solidi ed inscalfibili. E questo grazie al lavoro e alla dedizione di chi ha messo il suo personalissimo mattone nel mio piccolo insieme, spesso in silenzio, senza chiedere nulla in cambio. È per questo che ritengo il progetto che sta lentamente avviandosi verso la fine, un successo su tutti i fronti.
Ed è quindi giunta l’ora di dire GRAZIE.

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Grazie in Primis a Ingrid, Sandra, Sally, Titty e Fulvia che decisero di regalarmi il viaggio aereo fino a Kiev, in modo da poter realizzare questo progetto e in particolare grazie alla mia famiglia che sopporta di buon grado i miei viaggi, i miei progetti, le mie uscite fotografiche in giro per il mondo. Grazie a Marzia Postogna di Marziart illustration che ha saputo incanalare le mie idee confuse e sbilenche, dandomi una copertina meravigliosa e Diego di Bora.la che ha saputo dare vita ed ordine alle immagini e ai testi del volume/catalogo.
Grazie all’Amico Alessandro Sala per aver accettato con entusiasmo di curare la prefazione del libro. È stato davvero un onore averti al mio fianco, parte integrante di questo progetto.
Grazie a Michela Scagnetti per la pazienza pressoché infinita nell’essere la curatrice della mostra ma anche dispensatrice di buoni consigli e di solide idee, anche quando le cose erano diventate fumose e difficili. Grazie a Emanuela Incarbone di NONiO – non solo fotografia per avermi messo a disposizione spazi, cornici, sicurezze e cuore e grazie all’Antico caffè San Marco per la cordiale disponibilità.
Grazie alle meravigliose ragazze di Officina Istantanea nelle persone di Alessandra Scagnetti, Chiara Candotti e la sorella Paola che non si sono letteralmente risparmiate nemmeno una goccia di sudore affinché tutto risultasse perfetto.
Grazie a Massimiliano Muner e Leonardo Zannier per aver condotto un’asta spettacolare prendendosi cura di ogni singolo dettaglio operativo e tramutandola in un successo – per me – inimmaginabile.

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Foto di Michela Scagnetti

Mi sono accorto che durante tutto lo svolgere di questo progetto, mi sono trovato varie volte a dire grazie, e tutte le volte è stato un grazie vero, sincero, che proveniva dal profondo del cuore. Sono stati grazie che hanno creato in tutte le persone che ho avuto modo di incontrare una vera e propria onda di energia positiva che si è concretizzata nella solidarietà che tutti hanno voluto dimostrare con i contributi destinati alle associazioni che ho deciso di sostenere.
Grazie a tutti quelli che hanno comprato il libro (ne sono rimasti davvero pochi) e che stanno ancora partecipando all’asta on-line sulla mia pagina Facebook.
Grazie a tutti, anche a quelli che mi sono dimenticato di citare.
Grazie a nome di tutti quelli che hanno messo cuore e cervello su questo progetto.
Ma no non finisce qui: sono già pronto a ricominciare a fotografare per dare vita a nuovi progetti, con un notevole bagaglio di esperienza in più e tanta voglia di trovare nuove sfide.

Dal vostro fotoamatore itinerante per oggi è tutto: buone feste!

Daniele

#iotifosveva

#insiemesepol

PD

Černobyl’ – 30 anni dopo | Anteprima #2

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Ancora pochi giorni per visitare la mostra “Černobyl’ – 30 anni dopo” all’Antico Caffè San Marco di Trieste.

Ci vediamo:

Domenica 16 dicembre 2018 alle ore 18:30 in via Battisti 18 per l’asta benefica delle fotografie esposte.

Tutto il ricavato dell’asta, assieme a molto dei proventi della vendita del libro/catalogo, saranno devoluti in beneficenza grazie all’indispensabile aiuto della Associazione Officina Istantanea di cui sono – orgoglioso – socio.

A domenica!

Insieme #sepol

#iotifosveva

PD

I’m Back | Il Valore Della Solidarietà

È passato poco più di un mese da quando, un vile furto perpetrato nell’ombra da infami senza volto, mi ha privato di due macchine fotografiche. Il colpo ricevuto è stato durissimo ma, grazie al supporto e al sostegno di molte persone, sono riuscito a portare a compimento tutti gli impegni presi tempo addietro. E per questo devo dire grazie a chi non ha mai fatto mancare il proprio sostegno.
Ma oggi, e lo dico con un certo orgoglio mischiato ad una buona dose di sincera gratitudine, ho potuto rialzarmi nuovamente e mettere un po’ di più la testa fuori dal fango.

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A mia insaputa, un gruppo di tassisti triestini, venuti a conoscenza del furto subito, si sono attivati mettendo in piedi una “sottoscrizione volontaria” (per non chiamarla colletta), affinché potessi ricominciare a fare quello che amo: scattare fotografie.
Ebbene, proprio ieri, è arrivata la sostituta menta della mia Leica Sofort, macchina fotografica a sviluppo istantaneo con la quale ho iniziato un grosso progetto di ritratto denominato #sogni / #anime
Ringrazio pubblicamente questo manipolo di tassisti che mi ha permesso di ricominciare laddove mi ero fermato. Grazie dell’aiuto e del vostro gesto: non dimenticherò, statene pur certi.

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Grazie

Daniele – Taxi numero 65 –

PD

Černobyl’ – 30 anni dopo | Anteprima #1

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Questa assieme ad una ottantina di altre immagini saranno esposte in occaione della mia mostra “Černobyl’ – 30 anni dopo”. Ci vediamo quindi

Lunedì 10 dicembre 2018 alle ore 18:30 in via Battisti 18 presso l’Antico Caffè San Marco

Insieme #sepol

#iotifosveva

PD

Fotografia Zero Pixel 2018 | TERRA

Novembre è in arrivo e porta con sė una manifestazione unica e meravigliosa nel mondo della fotografia: il festival Zero Pixel, giunto quest’anno alla sua quinta edizione. Quest’anno, per la seconda volta, gli organizzatori hanno voluto coinvolgermi in questo meraviglioso progetto che porta a Trieste, e non solo, il meglio della fotografia chimica. A partire dal 5 novembre, quindi, troverete una mia fotografia “Рудий ліс – Ai margini della Foresta Rossa”, esposta presso la Biblioteca Statale S. Crise di L.go Papa Giovanni XXIII n. 6.

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La fotografia, una 50×50 scattata con la Hasselblad 500 cm e la pellicola Ilfotrd FP4, ha immortalato il margine della foresta rossa, poco distante da quellonche fu l’abitato di Pryp”jat’, a una decina di chilometri dalla centrale nucleare di Černobyl’.
Di seguito riporto le informazioni consultabili sul sito dell’associazione:

L’etimologia della parola TERRA si riconduce alla radice indoeuropea tars- (secco) che ritroviamo nel sanscrito trsyami, nel greco τερσαίνω (fare seccare), nel verbo latino torrĕo (disseccare) e, sempre

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in latino, nell’aggettivo sostantivato, terra (o tersa) con sottintesa la parola materia. Per cui, TERRA significa originariamente e letteralmente “materia asciutta” da contrapporsi alle acque che nella cosmogonia antica costituivano buona parte dell’universo.
Nell’enciclopedia Treccani lo sviluppo del significato della parola TERRA è molto ampio e coglie numerose sfumature utili ad ispirazioni interpretative.
Tuttavia, per non limitare la creatività e la fantasia dei fotografi invitati a svilupparlo, viene data la massima libertà di espressione a ciò che TERRA può significare in senso lato, intesa come:
– pianeta o parte dell’Universo, come suolo vergine, ventre che germina e nutre;
– suolo utilizzato, trattato, maltrattato, inquinato, cementificato, deforestato;
– luogo di sperimentazioni;
– luogo natio, di appartenenza, sognato, desiderato, conteso e agognato, nemico;
– luogo di nessuno, di nascita, di sepoltura.

Ci vediamo il 5 novembre!

PD

 

Trieste in Blu

Tempo fa mi finirono per le mani due pacchetti nuovi dell’Impossible Project per la SX-70.
Era da un po’ di tempo che non utilizzavo il vecchio gioiellino nato dal genio di Edward Land e decisi, complice una giornata a dir poco meravigliosa, di dare una nuova opportunità alle pellicole prodotte dal progetto istantaneo olandese. Premetto che di film della fabbrica che riprese in mano le sorti della gloriosa Polaroid ne ho comperati davvero molti, spendendo una vera e propria fortuna (con risultati obiettivamente scadenti), quindi tornare a scattare con i nuovi film era una sfida che avevo deciso di accettare spinto da una incontenibile curiosità.
Quello che ne è uscito è questa serie di immagini di #Trieste colte all’apice del mio momento minimalista – momento che per fortuna non è ancora terminato.

PD

#sogni in corso | #anime vaganti

La fotografia è il demone che ho scelto, o forse è stata la fotografia a scegliere me. Non ho nemmeno iniziato a lavorare sul progetto Černobyl’ che ho già sviluppato un nuovo lavoro interamente dedicato alla fotografia istantanea.
Il nuovo progetto è quanto di più distante ci possa essere rispetto all’idea stessa di fotografia che avevo quando ho iniziato a dedicarmi a questa splendida Arte. Vent’anni fa non avrei mai pensato di fotografare la gente; da giovanissimo trovavo i ritratti una cosa fastidiosa, inutile, un tipo di fotografia che mai si sarebbe radicata in me. Quattro lustri più tardi, dopo aver passato gli ultimi dieci anni a fotografare eventi sportivi, musicali e in generale ogni tipo possibile di umanità, ho dato il via ad un progetto di ritratto molto intimo e introspettivo, ribattezzato #sogni / #anime.
Il titolo del progetto è ancora provvisorio, instabile e traballante come me e le mie idee, anche se nella parziale inadeguatezza riesce a racchiudere in sé lo scopo dell’intero progetto: riprendere, nei limiti del possibile, le diverse anime che popolano Trieste. Ho scelto la fotografia istantanea in modo da rendere i soggetti ritratti delle vere e proprie opere d’arte, irriproducibili e senza nessun artefizio tecnologico, in modo da poterne cogliere la vera essenza, appunto, istantanea.

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Ho iniziato a ritrarre le varie anime che popolano questa città eternamente persa tra passato e presente, lontana da tutto ma al centro di un tutto ancora più grande, piena zeppa di talenti, eccellenze, idee e occasioni. Ho cercato di dare spazio a chi ha reso onore al nome di Trieste in giro per il mondo, a chi si è trovato qui per caso o solo di passaggio, ma anche alle persone che ho ritenuto “interessanti” nel corso del mio quotidiano, indipendentemente dal sesso, razza, religione o gusti musicali.
Raccolgo così i ritratti di individui molto diversi tra loro, e mi diverto un sacco a farlo perché la fotografia è conoscenza e socializzazione, è scoperta ed incontro, perché ritrarre gli altri ti dà la possibilità di svelare una parte intima e nascosta che solo attraverso l’obiettivo del fotografo riesce a carpire.
Ho appena iniziato e già mi sto divertendo parecchio: vi racconterò del pranzo con uno dei più grandi fotoreporter al mondo e della sua grande umanità, o dello scatto mordi e fuggi con un virologo di fama internazionale, o dei scampoli di fotografia raccontata dai ricordi di un noto conduttore radiofonico, ma anche della tatuatrice giramondo e della autista di autobus perennemente in ritardo. Anime uniche e preziose.
Umanità diverse che si sono date appuntamento a Trieste, in questo lembo di terra tra cielo e mare dove nulla succede per caso, nemmeno gli incontri più improbabili.

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Černobyl’ – 30 anni dopo | LA MOSTRA

LA MOSTRA FOTOGRAFICA

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Černobyl’ – 30 anni dopo non è solo un libro fotografico!

Il progetto, infatti, è molto più articolato ed è giunto il momento di rivelarne una sostanziosa parte.
Le fotografie che compongono il libro saranno infatti esposte nella prestigiosa location triestina dell’Antico Caffè San Marco di Trieste dal 10 al 16 dicembre 2018.
La mostra, curata da Michela Scagnetti e dall’insostituibile lavoro dell’Officina Istantanea, raccoglierà nel magnifico caffè triestino, ritrovo di artisti ed intellettuali come Saba, Svevo, Joyce e Magris, tutte le immagini istantanee raccolte nel volume che sarà distribuito a partire dal giorno stesso dell’inaugurazione.
Alla fine della mostra, DOMENICA 16 dicembre, l’appuntamento si rinnoverà per la vendita delle immagini esposte. Le fotografie saranno infatti vendute, in un’asta aperta a tutti, e il cui ricavato sarà interamente devoluto in beneficenza all’associazione A.G.M.E.N. di Trieste a all’associazione ASTRO, realtà operanti presso l’Ospedale Infantile Burlo Garofolo di Trieste.
L’appuntamento è fissato quindi per l’inaugurazione della mostra:

Lunedì 10 dicembre 2018 alle ore 18:30 in via Battisti 18 presso l’Antico Caffè San Marco

Ricordo che anche parte dei ricavati del volume/catalogo “Černobyl’ – 30 anni dopo” verranno devoluti in beneficenza assieme alle offerte che ognuno deciderà di fare. L’intero progetto è nato sull’onda del sostegno alla causa #iotifosveva e per dare un contributo tangibile a tutti quei bambini che combattono, assieme alla nostra piccola amica, una battaglia durissima per la loro vita assieme alle loro famiglie. È per questo motivo che ho scelto, assieme alle persone che si sono prodigate nella realizzazione di questa mostra, di donare il ricavato della vendita delle immagini a queste due associazioni: una maniera concreta di aiutare, sul campo, chi aiuta.

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FIRMANERA200

Corsi e Ricorsi

È nel destino degli uomini il restare fedeli al demone che si scelgono, spingersi alle estreme conseguenze, anche quando il nostro istinto ci ha avvertito del pericolo. E poi venire distrutti.  – Dylan Dog

Ma non avevi detto di esserti stancato?
Si, lo avevo detto.
Ma non avevi detto di non volerne più sapere della fotografia?
Si, te lo confermo.
E della musica?
Si, ho detto anche questo.
E allora, perché hai rispolverato la vecchia macchina fotografica, il cannone da concerto, la borsa a tracolla?
Perché sono stufo di essere stanco. E perché un po mi manca quel mondo così strano, seducente, ammaliante che ti dona un po’ di quelle luci della ribalta anche se stai sotto, in un angolino, a fotografare.
Ogni tanto è bello sgomitare con i fotografi, quelli veri, alla ricerca di uno spazio ottimale per poter rubare lo scatto perfetto, quello che ti fa saltare dalla seggiola quando lo riguardi al computer.
Sarà…Ma che ci troverai mai nel startene li in piedi a fotografare quattro scalmanati che urlano sul palco.
Beh, vedi, è un miscuglio di emozioni difficile da spiegare così, con quattro parole in croce. Stare la sotto è tensione, emozione, gioia, stanchezza, rabbia e disapprovazione. È il piccolo contributo che decidi di dare alla musica. Questo è un contributo che costa caro però: continue migliorie tecnologiche, ore di permesso dalla famiglia e dal lavoro, benzina, pedaggi, autostrade. E poi sputi in faccia, sia dal pubblico che dagli artisti, chewing gum tra i capelli, bicchieri di birra (pieni) volati in testa, pioggia battente e sole cocente, ma anche tante esperienze, non sempre edificanti, che fai conoscendo quelli come te, sotto quel palco, o nell’area stampa mentre ti godi una meritata birra dopo aver fatto a cazzotti per trovare lo spazio giusto.
Contento tu. Per me continuano ad essere delle cazzate.
Contento? Non lo so se sono contento, ma questo dipende in gran parte dal mio carattere schizofrenico. So solo che quando sono la sotto, in attesa che il telo scenda, mentre migliaia di persone alle mie spalle sono intente ad urlare tanto da farti venire il mal di testa, quando esplodono i fuochi d’artificio e le luci sulla tua testa iniziano una danza convulsa e febbrile lì, in quel preciso momento, posso dire di essere in pace con me stesso.

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Alexi Lahio – Cildren Of Bodom

Da padre a figlio

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«Papà! Papà, posso farti una fotografia?»
«Ma amore, lo sai che a papà non piace essere fotografato. E poi non credo che tu voglia davvero fotografare un cinghiale…»
«Ma papà, tu non sei un cinghiale!»
«Beh, insomma. Comunque va bene dai, tira fuori la tua macchina fotografica e dacci dentro.»
«Papà io vorrei fotografarti con una delle tue macchinette però. Vorrei provare quella strana che sta sul tavolo.»
«Quella istantanea, Eirik? Quella che sputa fuori subito la fotografia senza nemmeno la compassionevole passatina con photoshop per sembrare un essere umano?»
«Quella che fa uscire subito la foto!»
«Ecco, perfetto. Va bene dai, prendila in mano, accendila, mira la tua preda irsuta e scatta. Ricorda che hai un solo colpo, una sola possibilità per fare bene. One shot, one kill.»
«Si, tranquillo. Grazie papà.»
«Grazie a te, Eirik.»

PD

 

Alta | La prima Magia

alta

Era una notte buia e tempestosa.
Tutte le grandi storie cominciano pressapoco così.
Persi in una perturbazione nel bel mezzo del Mar di Norvegia, viaggiavamo in direzione Nord, verso la placida e sonnacchiosa Honningsvåg.

Sull’ultimo ponte della nave, un veloce e comodo postale della conosciutissima compagnia Hurtigruten, si ballava come al centro di una affollata balera romagnola.
La prua della “Midnatsol” beccheggiava in maniera considerevole sotto le imponenti onde che erano penetrate tra le isole chiamate a proteggere il Finnmark dalla violenza dei marosi. Un vento gelido, portatore di fischi, ululati e sibili, scuoteva i vetri dell’imbarcazione che, con non poca fatica, cercava di guadagnarsi le calme e placide acque di un porto sicuro.
Il comandante della nave, con una decisione coraggiosa, decise di far rotta verso la città di Alta, piccolo centro urbano conosciuto ai più per le famosissime incisioni rupestri (Helleristningene i Alta) che riposano da secoli nei pressi di Jiepmaluokta a pochi chilometri dal centro abitato. Ovviamente la sosta non era programmata, ma contro Madre Natura c’era davvero poco da fare. Era la prima volta che mi fermavo per la notte in una nave attraccata in porto, esperienza strana oserei dire.

Quando scese la sera decidemmo di fare un giro per i dintorni, ma dovemmo desistere quasi subito vista l’enorme quantità di neve che si era abbattuta sul porto e nelle strade circostanti. Poco male, la cambusa del vecchio postale ci sarebbe venuta sicuramente in soccorso. Bevemmo qualche birra al bar della nave, sperando di avere almeno l’opportunità di vedere le aurore boreali, visto che a Tromsø, in quei giorni, aveva nevicato che Odino la mandava.
Presi il mio fido treppiedi e la macchina fotografica, deciso a portare a casa qualcosa di decente da consegnare ai posteri. Il cielo era velato sopra il “Gruta”, decisamente nuvoloso verso la città. Qualche piccola aurora decise di far capolino dietro le colline, a pochi passi dall’ingresso al porto, solo per stuzzicare le voglie fotografiche dei congelati astanti. Poca roba però; sapevamo che il cielo poteva, e doveva, dare di meglio.
Trovammo un posto perfetto per preparare il cavalletto, lontano dalla ressa di fotografi occasionali pronti ad immortalare il verde del cielo a mano libera.
Tutto era nel posto giusto: la mia fedele Nikon D200 era pronta a ragliare al freddo intenso del gennaio norvegese, preparata ad immortalare, ad ogni mio comando, ogni piccola e impercettibile variazione cromatica della volta celeste.
Non dovemmo aspettare poi tanto: tutto d’un tratto, da un ammasso di grigie nuvole che sovrastavano una città silente, una lingua di fuoco verde iniziò a serpeggiare impazzita sopra le nostre teste. Un delirio di click di otturatori impazziti ruppero il silenzio della notte, nella magia della mia prima vera Aurora Boreale.
Riuscii a portare qualche buon scatto a casa, ma la difficoltà di fotografare l’aurora in quelle condizioni fu evidente fin da subito. Anche se praticamente impercettibile, il movimento ondulatorio della nave faceva a botte con i tempi lunghi di esposizione della macchina fotografica che registrò, suo malgrado, un “mosso” quasi onnipresente.
Poco male per la tecnica e la pulizia della fotografia: fu una delle esperienze più incredibili in terra norvegese fino ad allora. E anche se di foto alla aurore ne ho fatte ancora moltissime, questa “lingua di drago” resterà sempre nel mio cuore come la prima di una lunga e fortunata serie.

Tusen Takk Norge, jeg elsker deg!

PD

Kiss @ Arena di Verona

From the past: riesumo dalle polveri del passato un articolo scritto per truemetal.it sul concerto dei Kiss dell′Arena di Verona.

Alla fine a vincere è il pubblico. Quella esultante, variopinta, chiassosa, truccata umanità che ha riempito le strade della (meravigliosa) Verona, impegnata ad accogliere frotte di turisti giapponesi – tutti con l’immancabile bastone per selfie – in una torrida giornata di pre-estate. Vince la Kiss Army con i suoi battaglioni multirazziali, multicolori, di tutte le età, provenienza, ceto sociale e attitudine sessuale.

Siamo tutti qui, in trepidante attesa che quei grossi cancelli in ferro si aprano, per tributare un amore interminabile che ha attraversato, con molti alti e pochi bassi, una storia che dura da quarant’anni. Tutti in fila, circondati da centurioni romani e da insistenti bagarini dall’aria – spesso – trasandata, in attesa di poter nuovamente godere dello spettacolo dell’Arena, tirata a lustro per il pubblico delle grandi occasioni. Fuori dalle mura dell’anfiteatro, sono riposti ordinatamente i megalitici arredi scenici egizi dell’Aida di Verdi, spettatori silenziosi del rito pagano del Rock’N’Roll  che si andrà a consumare da qui alle prossime ore. Birra, face-paintig pesante (“lo Starchild” e il “Demone” vanno sempre per la maggiore) e tanti visi sorridenti incontro nel mio girovagare per il centro cittadino.

Fa caldo, un caldo becco oserei dire: una cappa grigiastra sovrasta la mia testa che ribolle, persa in mille pensieri. Dopo sei anni di lavoro e di assoluta fedeltà per il mio amato truemetal, oggi finalmente avrò la possibilità di fotografare i Kiss, gruppo che come nessun altro al mondo rappresenta l’orgasmo artistico per chi come me è appassionato di musica e fotografia da sempre. La meravigliosa addetta stampa che lavora per conto della Barleys-Art mi telefonò la sera prima, mentre ero intento ad armeggiare con una vecchia Hasselblad, comunicandomi l’avvenuto accredito come fotografo per la serata di Verona. Da quell’istante non seppi pensare ad altro, se non al momento in cui sarei arrivato sotto quel palco con la mia vecchia macchina fotografica, il mio obiettivo sgangherato ma ancora performante, e il mio batticuore.

Solo adesso mi rendo conto che il momento a lungo atteso arriverà a momenti, questione di poche ore. Il cuore batte in gola come un martello pneumatico mentre mi avvicino all’Arena. Lunghe file di fan trepidanti si sono formate fuori dai cancelli d’ingresso che, per un motivo a me ignoto, sono ancora chiusi. Qualcuno rumoreggia, altri fischiano; ben poca cosa nel clima comunque rilassato che si respira un po’ ovunque in città.

I cancelli si aprono con quaranta minuti di ritardo: a farne le spese sono gli ottimi The Dead Daisies  dell’inossidabile John Corabi  che suonano comunque al massimo delle loro possibilità, dando prova di grande attitudine musicale unita ad una professionalità ineccepibile. Coraby gira per il palco salutando tutti i (pochi) spettatori delle “poltronissime”, mentre inizio a scattare qualche fotografia da lontano. Non ci lasciano entrare nel pit fotografico perché, a dire della sicurezza, ci sono delle bombole di gas sotto il palco ed è quindi pericoloso avvicinarsi. Sono allibito, assieme a tutti gli altri fotografi.

Il pubblico presente, affannato nella ricerca del posto migliore da dove assistere al concerto, si infiamma giusto sulle note dell’evergreen “Helter Skelter”, capace di catalizzare l’interesse di tutti i presenti. Peccato davvero: i The Dead Daisies avrebbero meritato un’attenzione maggiore da parte di tutti.

Il caldo umido domina imperterrito sotto forma di una cappa di vapore sopra le nostre teste; riesco – dopo notevoli sforzi – a guadagnarmi una discreta posizione nel pit fotografico, in attesa dell’esibizione dei Kiss. Mi siedo ed aspetto, diligentemente, controllando che l’attrezzatura fotografica sia in ordine. Mi alzo per sgranchirmi le gambe e, girandomi, vedo un’Arena stracolma. Il colpo d’occhio è davvero incredibile; dietro alla prima fila, presidiata dalla Security, i fortunati possessori dei biglietti più pregiati scalpitano sui seggiolini rossi di metallo, pronti a schizzare come molle non appena lo spettacolo starà per iniziare. Il telone nero con il marchio bianco dei Kiss è ora completamente srotolato e al proprio posto, pronto per dare inizio a questo rito che da quarant’anni accomuna fedeli seguaci da ogni parte del globo. Dalle casse, d’improvviso, partono le inconfondibili note di “Good Times Bad Times” dei Led Zeppelin, mentre un sottile strato di fumo grigio, denso come la nebbia della val padana, inizia a fuoriuscire da sotto il telone. Ci siamo, penso, mentre il cuore batte a mille.

Mi rendo conto di essere nel pallone più completo: mani due spugne, salivazione azzerata, manie di persecuzione, miraggi! Lo speaker rompe la magia dei Led Zeppelin facendo sussultare ogni singolo cuore accorso qui in questa torrida serata di giugno.

“AAAAAAll right Verona!” ruggisce dagli altoparlanti. Il boato dell’Arena scuote ogni singola pietra dell’anfiteatro romano. Mi alzo di scatto ancora una volta prima di essere investito dal muro di suono dei newyorkesi, e vedo la folla schiumare dalla gioia e dall’eccitazione. La Kiss Army è tutta qui, e i Kiss lo sanno bene.

“You wanted the best! You’ve got the best! The hottest band in the world…” e mentre il telone scende inizia il delirio. “Detroit Rock City” (che solo nello scriverlo su questo report la pelle d’oca mi si è alzata di circa quattro centimetri), è l’opener perfetta con cui i Kiss si presentano agli ormai incontrollabili dodicimila dall’Arena.

Signore e signori, non si poteva iniziare meglio. Scatto le mie fotografie e mi accorgo che sto cantando, anche se di solito non sono abituato a farlo. Mi hanno sempre insegnato a tenere un certo distacco mentre fotografo ad un concerto, ma oggi proprio non ci riesco. La gioia e l’eccitazione si mescolano mentre grido “Get Up!”, coperto, solo parzialmente, dalla mia fedele Nikon, compagna di mille splendide avventure.

Paul Stanley si mette in posa e non perdo l’occasione per immortalarlo. Come faccio solitamente, quando mi accorgo che un artista si mette volontariamente davanti al mio obiettivo per darmi l’occasione di portare a casa un buon scatto, ringrazio l’artista con un cenno della mano nel movimento di togliersi il cappello. Stanley evidentemente se ne accorge perché, per tutta la durata dei due pezzi a noi concessi, non perde occasione per puntare il mio teleobiettivo. O almeno così mi piace credere. Tant’è che continuo ad immortalarlo sentendomi quasi a disagio quando rivolgo le mie attenzioni sugli altri componenti della band.

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La voce di Paul non graffia, ma non importa. Non credo importi a nessuno degli astanti. Qui siamo davanti ad un pezzo della storia della musica, e come disse un mio compagno di viaggio poco prima di separarci fuori dai cancelli: “questi sono i Kiss; anche se si mettessero a giocare a briscola tressette su un tavolino di legno starei a guardarli comunque”.

Lo spettacolo dei Kiss cambiato poco rispetto a quelli che ebbi modo di vedere in passato: manca il ragno, mancano luci e orpelli scenici, ma la musica, quella resta meravigliosamente invariata. Continuano a dare spettacolo sopra il palco, con quella splendida “Deuce” che, mentre sono intento a scattare come se non ci fosse un domani pomeriggio, mi riporta alla mente ricordi che credevo persi nel buio della memoria. Ricordo quel piccolo vinile dalla copertina nera (che ancora custodisco gelosamente) dato in omaggio con una copia dell’indimenticabile “Hard!” che i Kiss condivisero con i Cinderella, e mi scappa un sorriso compiaciuto nel vedermi qui, sotto questo palco, un milione di anni dopo a realizzare un mio piccolo sogno, uno dei tanti targati truemetal.it.

Finito il secondo brano, con rammarico devo lasciare il pit assieme agli altri fotografi. Per regolamento posso rientrare con il biglietto, ma devo comunque uscire e  fare il giro dell’arena per poi rientrare dal gate di pertinenza. Poco male: il volume di “Psycho Circus” è talmente alto da farsi sentire ben oltre la cinta muraria. Molte persone rimaste senza biglietto sono raggruppate in piccoli capannelli fuori dalla struttura, tanto la qualità del sonoro è comunque migliore di molti altri concerti visti in giro per il mondo.

Rientro e prendo posto alle prime note di “Creatures of the Night”: davanti a me il pubblico è ordinatamente seduto a intento a gustarsi lo spettacolo, fatta eccezione per una sola scalmanata in piedi che, telefonino in mano in perenne registrazione video, è  seriamente impegnata a dimenarsi come una tarantolata. Sento il profumo del suo balsamo, ma non per una poetica infatuazione, ma perché mi ritrovo spesso e volentieri le sue bionde ciocche fra i denti. Il telefono registra ormai da mezz’ora: guardando lo schermo non posso non pensare agli effetti che causerà su chi avrà l’ardire di vederlo, probabilmente molto simili a quelli provocati dai “Robot Guerrieri Epilettici” dei Simpson.

Cambio posto perché il gusto della lanolina inizia a togliermi quel fantastico retrogusto di birra che ho in bocca da quando misi piede nella festosa città veneta.

Tutto il copione viene eseguito magistralmente dai quattro paladini del face painting d’oltre oceano. Gene Simmons scatena la sua linguaccia verso chiunque abbia anche un vaghissimo sentore femminile, anche se poi ritratta spesso i bellicosi intenti indicando la fede d’oro al  dito, quasi con rammarico. Agita quella fettina di carne che ha tra le labbra come un forsennato; a farne le spese – spesso –  sono gli operatori intenti a filmare con le telecamere lo spettacolo, coperti loro malgrado da litri di densa sputazza.

Suoni ineccepibili, volumi perfetti, acustica da premio oscar, non posso davvero dire diversamente.

Dopo le fiamme uscite dalla bocca del demone (che, giusto per la cronaca tira in malo modo la torcia fiammeggiante accesa proprio sopra le famigerate bombole per le quali non potemmo accedere al pit) ci becchiamo una “War Machine” pressoché perfetta. Per la prima volta in vita mia, dopo centinaia di concerti, ho visto davvero cosa significhi la parola “partecipazione” ad un evento musicale. È con “Lick It Up”, e con l’ausilio di tutte le luci accese disponibili in Arena, che posso vedere 11.999 (prendo sempre per buoni i dati dai quotidiani locali senza sentire il parere della questura) persone battere le mani a tempo cantando a squarciagola. Solo io, completamente intontito ed inebetito dallo spettacolo messo in piedi inconsciamente dai fedelissimi dei Kiss, resto come un fesso, a bocca aperta, a guardarmi intorno.

Lo spettacolo, ve lo posso garantire senza paura di esser smentito, è a dir poco entusiasmante. Senza perdere un sol colpo, seguo la trasmutazione di Gene, condita con il solito rivolo di sangue dalla bocca e con la linguazza diventata oramai incontrollata, intenta a schizzare liquido rosso acceso un po’ ovunque. Vola Gene nell’alto del palco, da dove ci regala una “God of Thunder” con i controcoglioni.

‘Sti vecchietti mi piacciono sempre più, penso mentre i bisogni primari (bagno e birra) vengono azzerati da uno spettacolo con la ‘S’ maiuscola. Sceso dall’Olimpo di tubi innocenti, Gene prova a dare il meglio di se quando suona a stretto contatto con il buon Tommy Thayer, che il demone tenta di raggiungere in ogni modo con la lingua. Tommy è atleta di tutto rispetto e riesce sempre a schivare  le attenzioni del buon vecchio Gene. Mentre i due si rincorrono l’un l’altro, il vecchio marpione di Paul inizia un rapporto distanza con una giovane e procace, biondissima spettatrice che cerca di raggiungere sedendosi sulle transenne che dividono i fan dallo spazio per i fotografi. La chiama, le mima di venire pure avanti, ma lei si nega, timida, come fosse una cerbiatta paurosa ed insicura. Paul ci resta male, ma non lo vuole darlo vedere e, sculettando, riprende il centro della scena prima di cederla temporaneamente a un Eric Singer in gran spolvero che, salendo in cielo con la batteria a pistoni idraulici, ci regala una “Black Diamond” davvero fantastica. Ha da pochi secondi finito di cantare Eric; si gira verso il back stage e tira un sorriso a cinquantadue denti, visibilmente soddisfatto. Bravo.

Paul non molla il colpo e dedica le prime strofe di “I Was Made for Lovin’ You” alla sua preda persa in mezzo alla folla. Una spremuta di cuore e d’ormoni che manda in visibilio non solo la biondissima, ma l’Arena tutta, scrivente compreso. Luci, fuochi e una tonnellata di coriandoli bianchi lanciati dai famigerati cannoni fanno da cornice a una “Rock and Roll All Night” stupefacente.

La ‘tizia col telefonino’ di fianco a me ‘viene’ (finalmente) presa dalle convulsioni e portata via in codice rosso. Il cellulare continua a registrare, finalmente riuscendo ad inquadrare qualcosa di sensato, completamente ricoperto di bianchi pezzettini di carta. L’atmosfera è fantastica, frizzante, coinvolgente. Tutti in piedi a cantare, urlare, saltare davanti a questi stratosferici Kiss, inossidabili, perfetti, una vera e propria istituzione musicale.

Alla fine, come detto in apertura, vince questo pubblico stratosferico che si è dato appuntamento oggi in reverenziale cospetto di questi fantastici Dèi del Rock. Con buona pace dei giovani virgulti della scena musicale odierna: questi vecchietti sanno ancora come spaccare culi in giro per il pianeta e, sono sicuro, lo faranno finché avranno una singola goccia di sangue in corpo (poi rimpiangeranno quella versata per i fumetti della Marvel). E quando non avranno più forze, saremo ancora qui a riempire le arene e gli stadi; saremo in tanti a vederli giocare a briscola, ne sono più che convinto. La Kiss Army, quella di oggi, di ieri e di domani sarà sempre, ovunque, fedelmente presente.

Buonanotte Verona, è stato un piacere rivederti.
Buonanotte Kiss, alla prossima…

“God gave rock and roll to you, gave rock and roll to you,
put in the soul of everyone.
…But people, we have been given a gift, we have been given a road
and that road’s name is Rock and Roll.”

Post Scriptum:
In chiusura, vorrei usare il mezzo che ho a disposizione per ringraziare pubblicamente Martina e Valentina della Parole & Dintorni per la cordialità, la disponibilità e la simpatia che hanno dimostrato nei miei confronti. In un mondo della musica che corre sempre a mille all’ora, fagocitando cose, persone e non guardando in faccia a nessuno, vi siete dimostrate delle professioniste di grande umanità.

Grazie, di cuore.

Daniele Peluso

Kiss @ Arena di Verona 2015 – Set List
01. Detroit Rock City
02. Deuce
03. Psycho Circus
04. Creatures of the Night
05. I Love It Loud
06. War Machine
07. Do You Love Me
08. Hell or Hallelujah
09. Calling Dr. Love
08. Lick It Up
09. Bass Solo
10. God of Thunder
11. Cold Gin
12. Love Gun
13. Black Diamond
14. Shout It Out Loud
15. I Was Made for Lovin’ You
16. Rock and Roll All Nite

PD

Albergo d’Anima

Metallica
James Alan Hetfield – Metallica ©pelusodaniele

Ho passato un’infinità di tempo per cercare di capire, per ricreare con la fotografia le immagini che via via si fissavano nella mia mente. Ho comperato libri, tutorial più o meno prestigiosi, ho acquistato riviste, monografie e racconti fotografici. Ho vivisezionato riviste, cataloghi, reportage e pubblicità per cercare di capire il linguaggio del fotografo, per analizzarne le prospettive, per carpirne i segreti più reconditi. Da vent’anni a questa parte non c’è stato un solo giorno in cui io non abbia messo occhi e cuore dietro ad un obiettivo e non abbia scattato una fotografia.

Ho speso una fortuna in sviluppo e stampa, in corpi macchina e in obiettivi, alla spasmodica ricerca del miglioramento continuo, pur essendo solo un amante della fotografia o, meglio, un amatore. Ho avuto cocenti delusioni e inimmaginabili trionfi.

Tempo fa decisi di vendere tutto e di non scattare più fotografie, a nessuno. E così feci, ma per un lasso di tempo infinitamente contenuto. Non ho potuto restare lontano da questa strana e maledettamente attraente alchimia fatta di luci e di ombre, di cose palesate e di segreti nascosti.

Apro questo spazio con l’obiettivo dichiarato di renderlo un contenitore eterogeneo di tutto quello che farò, da oggi in poi, e di tutto quello che ho fatto fino ad ora e che non ho mai fatto vedere a nessuno. Uno spazio che mi piace pensare come il mio Albergo d’Anima, un luogo dove esternare tutto quello che ho tenuto dentro. E come  immagine di copertina ho scelto una fotografia a me particolarmente cara: un obiettivo raggiunto, un lavoro ben fatto, un’emozione incontenibile.

PD

Benvenuti

ritrattoBenvenuti sul mio nuovo sito danielepeluso.com

In queste pagine potrete trovare tutta la mia produzione fotografica passata, il mio inquieto presente e tutti i progetti per il futuro. Tutto in un unico contenitore ermetico, una scatola del tempo virtuale in cui riverso frammenti di vita, schegge impazzite fatte di luoghi e persone, racconti di vita e di tutto quello che mi circonda.

PD