Queen #2 | Io e Brian May

Il giorno in cui capii che avrei potuto farcela, che avrei potuto regolare i conti col destino era arrivata: finalmente era arrivato il momento di chiudere un cerchio aperto il 24 novembre del 1991. Il mio conto aperto con i Queen, dopo la morte di Freddie Mercury, poteva essere saldato in una calda sera di luglio nella piccola cittadina di Grado, in provincia di Gorizia.

La Diga Nazario Sauro era stata scelta come luogo del mio rendez-vous con Brian May, inconsapevole (nello specifico) co-fondatore dei Queen, band che ho amato in gioventù e che, più o meno giustamente, ho reputato finita alla morte del carismatico cantante. Il “Born Free Tour”, spettacolo in cui il musicista britannico fu accompagnato dalla splendida Kerry Ellis, sarebbe stato lo scenario più adatto per la conclusione di una rincorsa (emotiva) durata per più di due decadi. Ma non sarebbe stato facile.

Per la prima volta infatti, da quando ero entrato in pianta stabile nello staff di truemetal.it come fotografo, avrei dovuto partecipare ad un concerto senza l’aiuto di un photopass. Dovevo arrangiarmi alla bene e meglio visto che non mi bastava più solamente presenziare al concerto, ma volevo anche una foto da conservare nel mio album dei ricordi.

Grazie all’aiuto di due amici e alla cortese comprensione di due ragazzi della sicurezza, riuscii a portare con me la mia macchina fotografica e il teleobiettivo che mi sarebbe servito per catturare i momenti salienti del concerto anche da distanze ragguardevoli.

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Le lancette dell’orologio, sulla diga di Grado, in una mite sera d’estate si fermarono, per concermi il lusso di tornare indietro nel tempo. Non ero io ad assistere alla magia indotta agli astanti delle dolci note provenienti dal palco; non ero l’Io adulto sotto il palco, quello con famiglia, figli, rate, preoccupazioni: non ero io. Con un occhio chiuso ed uno aperto, dietro quella macchina fotografica a cui si appannava l’oculare mentre la Red Special colpiva con fendenti forti come il marmo ci stava un adolescente piuttosto emozionato. Il clamore del trionfo era dolce e roboante come le note, oramai entrate nel DNA, di “Tie Your Mother Down” o “Crazy Little Thing Called Love” o dell’iconica “No-One but You (Only the Good Die Young)” una delle canzoni più belle e significative quest’ultima, scritta per ricordare la vita e il lavoro di un gigante della musica.

Lacrime ovunque: lacrime dai più vecchi visi in platea solcati dalle rughe, lacrime dai più sprezzanti relitti da bancone accorsi per un po’ di rock, lacrime dai più giovani fans accorsi per vedere un mito in carne e chitarra, lacrime da tutti.

A raccontarlo non ci si crede.

Davanti quel palco, tra i tanti, c’era un adolescente, amante della musica, con gusti variegati ed incatalogabili, con un cuore ingestibile ed uno spirito inquieto. Un adolescente divenuto uomo incredulo nel vedere così tanti occhi luccicanti tutt’intorno a se.

Per qualche ora il tempo si fermò, così come il respiro di quell’adolescente che ricordava esattamente il giorno in cui un eroe di gioventù lasciò questo mondo.

Quello che rimase in me dopo quella serata, è un ricordo prezioso che conserverò stretto e che con le parole faccio fatica ad esprimere. Quello che rimane di quella serata e che posso condividere con il mondo è questa galleria fotografica. Forse non sarà perfetta, me ne rendo conto, ma il più delle volte le lacrime annebbiano la vista. E in fotografia, una vista annebbiata, è un handicap difficile da colmare.

We’ll remember
Forever…

PD

Queen #1 | Il Mito Intramontabile

Ricordo esattamente il giorno in cui Freddie Mercury morì. Ero in camera mia, disteso sul letto, con lo stereo e la televisione accesa nello stesso momento: un classico, nel mio caotico mondo adolescenziale. Stavo ascoltando il lato A di “Master of Puppets” dei Metallica, opportunamente passato in cassetta direttamente dal vinile che un amico d’infanzia custodiva – a ragione – al pari di una reliquia della cristianità.

“…Pounding out aggression
Turns into obsession
Cannot kill the Battery
Cannot kill the family
Battery is found in me

Battery!”

Accanto al letto stava appiccicato, sulla larga tavola di truciolato che sorreggeva il piano da lavoro della scrivania color nocciola, un poster in formato A3 di Freddie in un fotogramma ripreso, con molta probabilità, dal videoclip di Bohemian Rhapsody.

Il televisore, posto ad un paio di metri dal letto, catapultava nella stanza sequenze di immagini a cui niente e nessuno dava bado, con gran spreco di energia e di prezioso tubo catodico. Lo stereo invece, imperterrito, continuava a fare un gran fracasso.

“…Master of Puppets I’m pulling your strings
Twisting your mind and smashing your dreams
Blinded by me, you can’t see a thing
Just call my name, ‘cause I’ll hear you scream
Master!
Master!!!”

Tutto d’un tratto qualcosa ruppe l’equilibrio di quel noioso e sonnacchioso pomeriggio di novembre. Qualcosa di strano calamitò lo sguardo impedendomi, di fatto, di concentrarmi su null’altro che non fosse lo schermo brillante del vecchio Panasonic. Era una sequenza interminabile di immagini, veloci ed incalzanti, come fossi precipitato in un caleidoscopio impazzito di luci e colori.

“Build my fear of what’s out there
And cannot breathe the open air
Whisper things into my brain
Assuring me that I’m insane
They think our heads are in their hands
But violent use brings violent plans
Keep him tied, it makes him well
He’s getting better, can’t you tell?”

Riuscii però, nel casino che regnava tutto intorno a me, a mettere a fuoco il messaggio passato dalla TV e, meccanicamente, spensi la radio e con il telecomando, con un incrocio spregiudicato di articolazioni alzai il volume del televisore. Freddie Mercury, leader carismatico dei Queen, era morto per una polmonite, una delle complicanze più frequenti, ai tempi, per i pazienti affetti da immunodeficienza umana acquisita.

A.I.D.S.: lo spauracchio per eccellenza, il male peggiore, la paura recondita di molti adulti, per noi ragazzi era solo un buffo spot alla televisione fatto da persone cerchiate di fucsia aveva, di fatto, appena ucciso uno dei miei (numerosi) idoli musicali. Era ora di diventare un po’ più grandi, era evidente. La voce impossibile che avevo incominciato ad amare grazie alle cassette di “Works”, “A Night at the Opera”, l’anima di canzoni memorabili come “Fat Bottom Girls”, “’39”, “Tie Your Mother Down” e “Now I’m Here” era morto chiudendo in maniera teatrale, il sipario su uno dei più grandi gruppi Rock della storia. Da quel preciso momento iniziò a montare, assieme allo sconforto, quel senso di vuoto dato dalla consapevolezza che mai più in vita mia avrei potuto vedere i Queen dal vivo.

Fu un duro colpo.

Guardai tutto quello che riguardava la morte di Freddie, quel giorno, e tutto quel che riguardava la morte di Freddie i giorni seguenti. Erano ancora anni vergini dalle follie dei social e dei tributi pacchiani su inutili blog (per l’appunto), conditi da sfilze interminabili e sentitissime di “R.I.P🥀”…

Registrai quello che passò per la televisione con il vecchio Telefunken che stava in soggiorno, cercando di stoppare la registrazione dei vari speciali nel momento giusto per escludere la pubblicità e salvare così preziosa bobina VHS.

Memory – Samsung S6

Il giorno della morte di Freddie, consapevole di aver perso – non per colpa mia – un pilastro imprescindibile della mia formazione musicale, restai per un po’ a guardare quel poster attaccato sulla scrivania. Riaccesi lo stereo avendo sempre ben cura di tenere accesa anche la televisione.

“Damage jackals ripping right through you
Sight and smell of this, it gets me goin’
Know just how to get just what we want
Tear it from your soul in nightly hunt
Fuck it all and fucking no regrets
Never happy ending on these dark sets
All’s fair for Damage Inc. you see
Step a little closer if you please”

Ascoltai quella cassetta copiata male dei Metallica per quasi tutto il pomeriggio fin ora di cena, quando mia madre venne a dirmi che era pronto; una libidinosa piadina con il prosciutto crudo era già in tavola e mi stava aspettando fumante. Le dissi che avrei voluto continuare ad ascoltate musica e che avrei voluto mangiare in camera, appoggiando piatto e bicchiere sulla sedia. Mia madre non fece una piega e così, azzannando il mio lauto pasto, lasciai scorrere come un fiume in piena le note della band inglese orfana del suo faro più luminoso. Toccò proprio ad una cassetta che i miei genitori comprarono qualche anno addietro, come souvenir pensato per me durante il viaggio che fecero in Ungheria. Pensai che fosse un regalo di viaggio strano, ma mio padre mi disse che non riuscirono a trovare niente di più adatto da regalarmi: era Greatest Hits I. Da quella musica e da quella vuota consapevolezza nacque in me il desiderio di vedere i Queen su un palco: magari per qualche reunion, magari anche solamente per un minuto e anche solo un singolo membro di quella che fu una delle leggende musicali di mezzo novecento. Li dovevo vedere.

Anni dopo, riuscii nel mio intento.

Ma questa è un’altra storia.

…TBC…

PD

A guardia della Memoria

«Allora tu… tu non vuoi credermi? Mi crederai, dottor Jones. Diventerai molto presto ancora più fanatico di noi.»

C’è stata una parte considerevole della mia infanzia in cui avrei voluto essere un archeologo. Sarà stato per la mia dedizione quasi totale per Harrison Ford e il suo iconico Indiana Jones, sarà dovuto all’amore per l’avventura e il mistero, non saprei. Stà di fatto che avrei tanto voluto voluto essere al fianco di Indy mentre Mola Ram tentava di strappargli il cuore dal petto a mani nude (anche se alle primissime visioni mi coprivo gli occhi per non guardare, così come me li tappavo ermeticamente quando il primo Terminator si faceva saltare un occhio facendolo cadere in un lercio lavandino di metallo N.d.A.), o mentre discendeva nel buio del Pozzo delle Anime. Avrei voluto essere così, sprezzante ed audace, e vorrei sfidare tutti i bambini cresciuti alla fine degli anni ottanta a dirmi ora, da adulti, se non avrebbero sacrificato il loro Masters of the Universe migliore (Skeletor ovviamente) per avere solo un briciolo del coraggio di Indiana.

Ahimè io, così tanto coraggioso, non lo sono mai stato. E posto che una delle pietre miliari del pensiero filosofico di Indy era che

“Per fare l’archeologo bisogna uscire di casa.”

fu chiaro fin da subito che il mio sogno era costretto a naufragare miseramente alle prime battute. A conti fatti, uno con la mia mole (già importante da bambino) avrebbe faticato non poco nell’avanzare in angusti anfratti, nelle gallerie sommerse più inaccessibili o tra umide paludi piene di ogni possibile pericolo. No way. Riposi inevitabilmente in un cassetto tutti i sogni di gloria, assieme a tutti gli altri sogni che solo la fervida mente di un bambino può osare di sognare. Tempo dopo il cassetto fu riaperto, in maniera del tutto fortuita, in occasione della mia mostra fotografica su Černobyl’. Nei discorsi che ebbi modo di fare, a vario titolo, con diverse persone coinvolte nel progetto, si insinuò in me l’idea, forse un po’ romanzata, del fotoamatore archeologo. Lo so, sembra una idea campata in aria, e in parte lo è. Ma il lavoro fatto tra le spettrali vie di Pryp”yat’, in mezzo a quei anonimi palazzoni grigi, nel nulla cosmico della civiltà umana, è stato paragonato (e non me ne vogliano gli studiosi veri) ad un lavoro di archeologia urbana. Chi segue i miei progetti fotografici senza perdere il senno, sa che mi occupo in prevalenza di temi tragici, scomodi, temi che un fotoamatore mediamente normale non tratterebbe nemmeno con le pinze. Černobyl’, la Croazia post-bellica o il Vajont, tanto per citare tre progetti in cui ho riversato tutto il mio interesse, non sono temi propriamente in voga tra gli amanti della fotografia hobbistica. Mi hanno etichettato come un “racconta disgrazie” per il solo fatto di interessarmi alle storie più tristi e sciagurate della storia moderna dell’uomo. In verità la mia è una passione verso l’uomo e verso la sua storia; una storia che è costellata di enormi successi, eventi brillanti ed imprese fantastiche, ma anche di sciagure planetarie o di bassezze infinite. Mi sono reso conto, senza sceglierlo, di riuscire più facilmente a raccontare quest’ultime sfaccettature della razza umana senza mitizzarle, né romanzarle più del lecito, ma provando a raccontarle per quello che sono nella speranza di non doverle rivivere mai più.

Prima della pubblicazione del volume su Černobyl’ e della relativa mostra fotografica, avevo già consegnato al mio fido correttore di orrerrori, la bozza di quello che doveva essere il mio primo libro fotografico: “Il paese dai Tetti di Stelle”. Per motivi solidaristici ho accantonato il libro in questione per dar vita all’inizativa sul disastro nucleare sovietico che si sta definitivamente chiudendo mentre scrivo, con la vendita dei pochi libri rimasti. Guardando avanti e con la meravigliosa esperienza avuta con la pubblicazione di questo volume, posso iniziare a progettare il futuro forte dell’esperienza maturata. Parte dei proventi del volume su Černobyl’ finanzieranno il nuovo volume su quella Croazia che ancora oggi rimene ferita e segnata nel profondo dalla guerra fratricida che insanguinò i Balcani nella tragica fine del secolo scorso. Sarà un libro duro, difficile, che racconterà dei viaggi in macchina con due fidati amici lungo le linee del fronte croato e nei luoghi maggiormente colpiti dalla follia bellica. E anche questo nuovo volume, ovviamente, continuerà a fare beneficenza. La strada è dunque segnata, non resta che percorrerla fino in fondo.

Spero di averti al mio fianco, ancora una volta…

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PD

Černobyl’ – 30 anni dopo | GRAZIE A TUTTI

Ho dovuto lasciar passare un po’ di tempo per riflettere, per smaltire la stanchezza e l’adrenalina accumulata in mesi di febbrili preparativi.
“Černobyl’ – 30 anni dopo” è stato un progetto che, durante l’asta finale, assieme ad un amico, ho voluto ribattezzare come “tornado d’anima”.
Il mio progetto fotografico, quello che all’inizio era una mia creatura piccola e storta, dalle gambe d’argilla e le spalle cadenti, è diventata con il passare dei mesi un monolite di marmo dagli arti solidi ed inscalfibili. E questo grazie al lavoro e alla dedizione di chi ha messo il suo personalissimo mattone nel mio piccolo insieme, spesso in silenzio, senza chiedere nulla in cambio. È per questo che ritengo il progetto che sta lentamente avviandosi verso la fine, un successo su tutti i fronti.
Ed è quindi giunta l’ora di dire GRAZIE.

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Grazie in Primis a Ingrid, Sandra, Sally, Titty e Fulvia che decisero di regalarmi il viaggio aereo fino a Kiev, in modo da poter realizzare questo progetto e in particolare grazie alla mia famiglia che sopporta di buon grado i miei viaggi, i miei progetti, le mie uscite fotografiche in giro per il mondo. Grazie a Marzia Postogna di Marziart illustration che ha saputo incanalare le mie idee confuse e sbilenche, dandomi una copertina meravigliosa e Diego di Bora.la che ha saputo dare vita ed ordine alle immagini e ai testi del volume/catalogo.
Grazie all’Amico Alessandro Sala per aver accettato con entusiasmo di curare la prefazione del libro. È stato davvero un onore averti al mio fianco, parte integrante di questo progetto.
Grazie a Michela Scagnetti per la pazienza pressoché infinita nell’essere la curatrice della mostra ma anche dispensatrice di buoni consigli e di solide idee, anche quando le cose erano diventate fumose e difficili. Grazie a Emanuela Incarbone di NONiO – non solo fotografia per avermi messo a disposizione spazi, cornici, sicurezze e cuore e grazie all’Antico caffè San Marco per la cordiale disponibilità.
Grazie alle meravigliose ragazze di Officina Istantanea nelle persone di Alessandra Scagnetti, Chiara Candotti e la sorella Paola che non si sono letteralmente risparmiate nemmeno una goccia di sudore affinché tutto risultasse perfetto.
Grazie a Massimiliano Muner e Leonardo Zannier per aver condotto un’asta spettacolare prendendosi cura di ogni singolo dettaglio operativo e tramutandola in un successo – per me – inimmaginabile.

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Foto di Michela Scagnetti

Mi sono accorto che durante tutto lo svolgere di questo progetto, mi sono trovato varie volte a dire grazie, e tutte le volte è stato un grazie vero, sincero, che proveniva dal profondo del cuore. Sono stati grazie che hanno creato in tutte le persone che ho avuto modo di incontrare una vera e propria onda di energia positiva che si è concretizzata nella solidarietà che tutti hanno voluto dimostrare con i contributi destinati alle associazioni che ho deciso di sostenere.
Grazie a tutti quelli che hanno comprato il libro (ne sono rimasti davvero pochi) e che stanno ancora partecipando all’asta on-line sulla mia pagina Facebook.
Grazie a tutti, anche a quelli che mi sono dimenticato di citare.
Grazie a nome di tutti quelli che hanno messo cuore e cervello su questo progetto.
Ma no non finisce qui: sono già pronto a ricominciare a fotografare per dare vita a nuovi progetti, con un notevole bagaglio di esperienza in più e tanta voglia di trovare nuove sfide.

Dal vostro fotoamatore itinerante per oggi è tutto: buone feste!

Daniele

#iotifosveva

#insiemesepol

PD

Černobyl’ – 30 anni dopo | Anteprima #2

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Ancora pochi giorni per visitare la mostra “Černobyl’ – 30 anni dopo” all’Antico Caffè San Marco di Trieste.

Ci vediamo:

Domenica 16 dicembre 2018 alle ore 18:30 in via Battisti 18 per l’asta benefica delle fotografie esposte.

Tutto il ricavato dell’asta, assieme a molto dei proventi della vendita del libro/catalogo, saranno devoluti in beneficenza grazie all’indispensabile aiuto della Associazione Officina Istantanea di cui sono – orgoglioso – socio.

A domenica!

Insieme #sepol

#iotifosveva

PD

Černobyl’ – 30 anni dopo | Anteprima #1

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Questa assieme ad una ottantina di altre immagini saranno esposte in occaione della mia mostra “Černobyl’ – 30 anni dopo”. Ci vediamo quindi

Lunedì 10 dicembre 2018 alle ore 18:30 in via Battisti 18 presso l’Antico Caffè San Marco

Insieme #sepol

#iotifosveva

PD

Trieste in Blu

Tempo fa mi finirono per le mani due pacchetti nuovi dell’Impossible Project per la SX-70.
Era da un po’ di tempo che non utilizzavo il vecchio gioiellino nato dal genio di Edward Land e decisi, complice una giornata a dir poco meravigliosa, di dare una nuova opportunità alle pellicole prodotte dal progetto istantaneo olandese. Premetto che di film della fabbrica che riprese in mano le sorti della gloriosa Polaroid ne ho comperati davvero molti, spendendo una vera e propria fortuna (con risultati obiettivamente scadenti), quindi tornare a scattare con i nuovi film era una sfida che avevo deciso di accettare spinto da una incontenibile curiosità.
Quello che ne è uscito è questa serie di immagini di #Trieste colte all’apice del mio momento minimalista – momento che per fortuna non è ancora terminato.

PD

Černobyl’ – 30 anni dopo | LA MOSTRA

LA MOSTRA FOTOGRAFICA

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Černobyl’ – 30 anni dopo non è solo un libro fotografico!

Il progetto, infatti, è molto più articolato ed è giunto il momento di rivelarne una sostanziosa parte.
Le fotografie che compongono il libro saranno infatti esposte nella prestigiosa location triestina dell’Antico Caffè San Marco di Trieste dal 10 al 16 dicembre 2018.
La mostra, curata da Michela Scagnetti e dall’insostituibile lavoro dell’Officina Istantanea, raccoglierà nel magnifico caffè triestino, ritrovo di artisti ed intellettuali come Saba, Svevo, Joyce e Magris, tutte le immagini istantanee raccolte nel volume che sarà distribuito a partire dal giorno stesso dell’inaugurazione.
Alla fine della mostra, DOMENICA 16 dicembre, l’appuntamento si rinnoverà per la vendita delle immagini esposte. Le fotografie saranno infatti vendute, in un’asta aperta a tutti, e il cui ricavato sarà interamente devoluto in beneficenza all’associazione A.G.M.E.N. di Trieste a all’associazione ASTRO, realtà operanti presso l’Ospedale Infantile Burlo Garofolo di Trieste.
L’appuntamento è fissato quindi per l’inaugurazione della mostra:

Lunedì 10 dicembre 2018 alle ore 18:30 in via Battisti 18 presso l’Antico Caffè San Marco

Ricordo che anche parte dei ricavati del volume/catalogo “Černobyl’ – 30 anni dopo” verranno devoluti in beneficenza assieme alle offerte che ognuno deciderà di fare. L’intero progetto è nato sull’onda del sostegno alla causa #iotifosveva e per dare un contributo tangibile a tutti quei bambini che combattono, assieme alla nostra piccola amica, una battaglia durissima per la loro vita assieme alle loro famiglie. È per questo motivo che ho scelto, assieme alle persone che si sono prodigate nella realizzazione di questa mostra, di donare il ricavato della vendita delle immagini a queste due associazioni: una maniera concreta di aiutare, sul campo, chi aiuta.

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Da padre a figlio

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«Papà! Papà, posso farti una fotografia?»
«Ma amore, lo sai che a papà non piace essere fotografato. E poi non credo che tu voglia davvero fotografare un cinghiale…»
«Ma papà, tu non sei un cinghiale!»
«Beh, insomma. Comunque va bene dai, tira fuori la tua macchina fotografica e dacci dentro.»
«Papà io vorrei fotografarti con una delle tue macchinette però. Vorrei provare quella strana che sta sul tavolo.»
«Quella istantanea, Eirik? Quella che sputa fuori subito la fotografia senza nemmeno la compassionevole passatina con photoshop per sembrare un essere umano?»
«Quella che fa uscire subito la foto!»
«Ecco, perfetto. Va bene dai, prendila in mano, accendila, mira la tua preda irsuta e scatta. Ricorda che hai un solo colpo, una sola possibilità per fare bene. One shot, one kill.»
«Si, tranquillo. Grazie papà.»
«Grazie a te, Eirik.»

PD

 

Alta | La prima Magia

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Era una notte buia e tempestosa.
Tutte le grandi storie cominciano pressapoco così.
Persi in una perturbazione nel bel mezzo del Mar di Norvegia, viaggiavamo in direzione Nord, verso la placida e sonnacchiosa Honningsvåg.

Sull’ultimo ponte della nave, un veloce e comodo postale della conosciutissima compagnia Hurtigruten, si ballava come al centro di una affollata balera romagnola.
La prua della “Midnatsol” beccheggiava in maniera considerevole sotto le imponenti onde che erano penetrate tra le isole chiamate a proteggere il Finnmark dalla violenza dei marosi. Un vento gelido, portatore di fischi, ululati e sibili, scuoteva i vetri dell’imbarcazione che, con non poca fatica, cercava di guadagnarsi le calme e placide acque di un porto sicuro.
Il comandante della nave, con una decisione coraggiosa, decise di far rotta verso la città di Alta, piccolo centro urbano conosciuto ai più per le famosissime incisioni rupestri (Helleristningene i Alta) che riposano da secoli nei pressi di Jiepmaluokta a pochi chilometri dal centro abitato. Ovviamente la sosta non era programmata, ma contro Madre Natura c’era davvero poco da fare. Era la prima volta che mi fermavo per la notte in una nave attraccata in porto, esperienza strana oserei dire.

Quando scese la sera decidemmo di fare un giro per i dintorni, ma dovemmo desistere quasi subito vista l’enorme quantità di neve che si era abbattuta sul porto e nelle strade circostanti. Poco male, la cambusa del vecchio postale ci sarebbe venuta sicuramente in soccorso. Bevemmo qualche birra al bar della nave, sperando di avere almeno l’opportunità di vedere le aurore boreali, visto che a Tromsø, in quei giorni, aveva nevicato che Odino la mandava.
Presi il mio fido treppiedi e la macchina fotografica, deciso a portare a casa qualcosa di decente da consegnare ai posteri. Il cielo era velato sopra il “Gruta”, decisamente nuvoloso verso la città. Qualche piccola aurora decise di far capolino dietro le colline, a pochi passi dall’ingresso al porto, solo per stuzzicare le voglie fotografiche dei congelati astanti. Poca roba però; sapevamo che il cielo poteva, e doveva, dare di meglio.
Trovammo un posto perfetto per preparare il cavalletto, lontano dalla ressa di fotografi occasionali pronti ad immortalare il verde del cielo a mano libera.
Tutto era nel posto giusto: la mia fedele Nikon D200 era pronta a ragliare al freddo intenso del gennaio norvegese, preparata ad immortalare, ad ogni mio comando, ogni piccola e impercettibile variazione cromatica della volta celeste.
Non dovemmo aspettare poi tanto: tutto d’un tratto, da un ammasso di grigie nuvole che sovrastavano una città silente, una lingua di fuoco verde iniziò a serpeggiare impazzita sopra le nostre teste. Un delirio di click di otturatori impazziti ruppero il silenzio della notte, nella magia della mia prima vera Aurora Boreale.
Riuscii a portare qualche buon scatto a casa, ma la difficoltà di fotografare l’aurora in quelle condizioni fu evidente fin da subito. Anche se praticamente impercettibile, il movimento ondulatorio della nave faceva a botte con i tempi lunghi di esposizione della macchina fotografica che registrò, suo malgrado, un “mosso” quasi onnipresente.
Poco male per la tecnica e la pulizia della fotografia: fu una delle esperienze più incredibili in terra norvegese fino ad allora. E anche se di foto alla aurore ne ho fatte ancora moltissime, questa “lingua di drago” resterà sempre nel mio cuore come la prima di una lunga e fortunata serie.

Tusen Takk Norge, jeg elsker deg!

PD

Albergo d’Anima

Metallica
James Alan Hetfield – Metallica ©pelusodaniele

Ho passato un’infinità di tempo per cercare di capire, per ricreare con la fotografia le immagini che via via si fissavano nella mia mente. Ho comperato libri, tutorial più o meno prestigiosi, ho acquistato riviste, monografie e racconti fotografici. Ho vivisezionato riviste, cataloghi, reportage e pubblicità per cercare di capire il linguaggio del fotografo, per analizzarne le prospettive, per carpirne i segreti più reconditi. Da vent’anni a questa parte non c’è stato un solo giorno in cui io non abbia messo occhi e cuore dietro ad un obiettivo e non abbia scattato una fotografia.

Ho speso una fortuna in sviluppo e stampa, in corpi macchina e in obiettivi, alla spasmodica ricerca del miglioramento continuo, pur essendo solo un amante della fotografia o, meglio, un amatore. Ho avuto cocenti delusioni e inimmaginabili trionfi.

Tempo fa decisi di vendere tutto e di non scattare più fotografie, a nessuno. E così feci, ma per un lasso di tempo infinitamente contenuto. Non ho potuto restare lontano da questa strana e maledettamente attraente alchimia fatta di luci e di ombre, di cose palesate e di segreti nascosti.

Apro questo spazio con l’obiettivo dichiarato di renderlo un contenitore eterogeneo di tutto quello che farò, da oggi in poi, e di tutto quello che ho fatto fino ad ora e che non ho mai fatto vedere a nessuno. Uno spazio che mi piace pensare come il mio Albergo d’Anima, un luogo dove esternare tutto quello che ho tenuto dentro. E come  immagine di copertina ho scelto una fotografia a me particolarmente cara: un obiettivo raggiunto, un lavoro ben fatto, un’emozione incontenibile.

PD

Benvenuti

ritrattoBenvenuti sul mio nuovo sito danielepeluso.com

In queste pagine potrete trovare tutta la mia produzione fotografica passata, il mio inquieto presente e tutti i progetti per il futuro. Tutto in un unico contenitore ermetico, una scatola del tempo virtuale in cui riverso frammenti di vita, schegge impazzite fatte di luoghi e persone, racconti di vita e di tutto quello che mi circonda.

PD