From the Past | Vukovar 2015

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Vukovar – Torre dell’acqua Fujifilm FP-100 C | Polaroid Colorpack II

Le mie velleità editoriali partirono da questo punto.
Il progetto “Il Paese dai Tetti di Stelle”, nato dalla sinergica volontà e curiosità mia e degli indispensabili Luca e Maurizio, è stato il primo progetto fotografico a lungo termine che ho avuto modo di sviluppare da quando ho iniziato a tenere tra le mani un apparecchio fotografico.
Sarebbe dovuto essere il mio primo libro mandato in stampa; i casi della vita, a cui nessuno può sottrarsi nemmeno gli Dèi, mi hanno portato a pubblicare però prima il volume fotografico sul disastro nucleare di Černobyl’, accantonando di fatto il progetto sulla Croazia post-bellica iniziato nel lontano 2013.
Quasi conclusa l’esperienza con il primo volume (i libri rimasti sono sempre meno e la donazione contavo di farla entro febbraio) è già ora di rimettersi al lavoro per ripulire dalla polvere la grande mole di lavoro fatto fino a sei mesi fa.
Rimestando documenti tra gli archivi, ho inaspettatamente trovato un post che avrei dovuto pubblicare sul vecchio sito ma che – se non ricordo male – non ha mai visto la luce. Visto il contenuto significativo ancora oggi, lo pubblico in calce, in maniera da usarlo come sprone personale per farmi ripartire col piede giusto in questa nuova avventura.

Sarà un nuovo inizio e so che sarà una nuova lunghissima maratona: ma forte dell’esperienza avuta con il primo volume, unita ad una certa dose di entusiasmo, la strada, ne sono sicuro, sarà un po’ meno in salita. Sono già alla ricerca di un nuovo “obiettivo” benefico in modo da continuare a solcare la strada della beneficenza che ho avuto modo di percorrere negli ultimi mesi; di progetti interessanti e meritevoli ce ne sono a bizzeffe, basterà soltanto valutare con calma. Ma non ho fretta: in fin dei conti il lavoro è appena iniziato!

Tra una settimana, verosimilmente a quest’ora, starò vagando per la Slavonia o nei dintorni di Vukovar per mettere fine alla parte documentale del libro che iniziai a scrivere, grazie all’aiuto di due fedeli amici, più di due anni fa.
“Il paese dai tetti di stelle”, questo è il nome che verosimilmente il mio libro avrà, è stato un progetto fantastico, unico per quanto mi riguarda, che nel corso degli anni è stato in grado di farmi maturare come individuo, mettendomi davanti a delle realtà crude ed intense, capaci di segnarmi nel profondo.
Il libro è stata una scommessa con me stesso, una delle molteplici scommesse che, fino a questo momento, avevo sempre perso.
Da quando ho superato il periodo della pubertà, mi è sempre stato rinfacciato (a ragione) di non riuscire mai a portare una cosa a compimento, di non essere in grado di finire niente, di perdermi sempre per strada, accecato dalle lusinghe di progetti sempre migliori, sempre più ambiziosi, sempre più importanti di quelli che già avevo in piedi. Fosse stato un hobby o uno sport, non aveva grossa importanza. Non riuscivo a concludere mai niente con buona pace di chi mi stava vicino, ormai scoraggiato e deluso dal mio scostante ed indecifrabile comportamento.

Questo libro, invece, voluto fortemente dal sottoscritto, è stata la famosa svolta che, per la prima volta nella vita, mi ha fatto vedere a pochi passi di distanza la linea del traguardo, la bandiera a scacchi, la parola fine di un progetto. Sabato prossimo a quest’ora starò girando con la mia amata Polaroid per qualche villaggio croato distrutto dalla furia di una guerra che, lontano nei nostri ricordi d’infanzia, riuscì a sconvolgere la cara e vecchia Europa. Dopo aver viaggiato in lungo ed in largo per la Croazia, lontani mille miglia dalle rotte dei vacanzieri che tutto conoscono del paese a scacchi bianco rossi, avrà luogo finalmente l’ultima estenuante ricerca che, come punto d’arrivo, avrà Vukovar, la città martire per eccellenza nella guerra patriottica croata.

Sono molto combattuto, lo devo ammettere: da una parte sono felice di essere arrivato tutto intero (cosa assolutamente non scontata) alla fine di questo lungo viaggio, ma dall’altra, ad una settimana dalla partenza, sono già triste per la chiusura di questa che, posso dire a tutti gli effetti, è stata un’avventura fantastica. Scrivere un libro come sto tentando di fare, senza grosse basi ma armato solo di una grande passione, non è stata cosa semplice. Scrivere un diario di viaggio, parlando di un argomento così difficile – e credetemi, di ancora sconcertante attualità – è stato un impegno (anche emotivo) che non dimenticherò mai.

Spero avrete la voglia e la pazienza di seguirmi fino alla fine di questa fantastica avventura.

PD

A guardia della Memoria

«Allora tu… tu non vuoi credermi? Mi crederai, dottor Jones. Diventerai molto presto ancora più fanatico di noi.»

C’è stata una parte considerevole della mia infanzia in cui avrei voluto essere un archeologo. Sarà stato per la mia dedizione quasi totale per Harrison Ford e il suo iconico Indiana Jones, sarà dovuto all’amore per l’avventura e il mistero, non saprei. Stà di fatto che avrei tanto voluto voluto essere al fianco di Indy mentre Mola Ram tentava di strappargli il cuore dal petto a mani nude (anche se alle primissime visioni mi coprivo gli occhi per non guardare, così come me li tappavo ermeticamente quando il primo Terminator si faceva saltare un occhio facendolo cadere in un lercio lavandino di metallo N.d.A.), o mentre discendeva nel buio del Pozzo delle Anime. Avrei voluto essere così, sprezzante ed audace, e vorrei sfidare tutti i bambini cresciuti alla fine degli anni ottanta a dirmi ora, da adulti, se non avrebbero sacrificato il loro Masters of the Universe migliore (Skeletor ovviamente) per avere solo un briciolo del coraggio di Indiana.

Ahimè io, così tanto coraggioso, non lo sono mai stato. E posto che una delle pietre miliari del pensiero filosofico di Indy era che

“Per fare l’archeologo bisogna uscire di casa.”

fu chiaro fin da subito che il mio sogno era costretto a naufragare miseramente alle prime battute. A conti fatti, uno con la mia mole (già importante da bambino) avrebbe faticato non poco nell’avanzare in angusti anfratti, nelle gallerie sommerse più inaccessibili o tra umide paludi piene di ogni possibile pericolo. No way. Riposi inevitabilmente in un cassetto tutti i sogni di gloria, assieme a tutti gli altri sogni che solo la fervida mente di un bambino può osare di sognare. Tempo dopo il cassetto fu riaperto, in maniera del tutto fortuita, in occasione della mia mostra fotografica su Černobyl’. Nei discorsi che ebbi modo di fare, a vario titolo, con diverse persone coinvolte nel progetto, si insinuò in me l’idea, forse un po’ romanzata, del fotoamatore archeologo. Lo so, sembra una idea campata in aria, e in parte lo è. Ma il lavoro fatto tra le spettrali vie di Pryp”yat’, in mezzo a quei anonimi palazzoni grigi, nel nulla cosmico della civiltà umana, è stato paragonato (e non me ne vogliano gli studiosi veri) ad un lavoro di archeologia urbana. Chi segue i miei progetti fotografici senza perdere il senno, sa che mi occupo in prevalenza di temi tragici, scomodi, temi che un fotoamatore mediamente normale non tratterebbe nemmeno con le pinze. Černobyl’, la Croazia post-bellica o il Vajont, tanto per citare tre progetti in cui ho riversato tutto il mio interesse, non sono temi propriamente in voga tra gli amanti della fotografia hobbistica. Mi hanno etichettato come un “racconta disgrazie” per il solo fatto di interessarmi alle storie più tristi e sciagurate della storia moderna dell’uomo. In verità la mia è una passione verso l’uomo e verso la sua storia; una storia che è costellata di enormi successi, eventi brillanti ed imprese fantastiche, ma anche di sciagure planetarie o di bassezze infinite. Mi sono reso conto, senza sceglierlo, di riuscire più facilmente a raccontare quest’ultime sfaccettature della razza umana senza mitizzarle, né romanzarle più del lecito, ma provando a raccontarle per quello che sono nella speranza di non doverle rivivere mai più.

Prima della pubblicazione del volume su Černobyl’ e della relativa mostra fotografica, avevo già consegnato al mio fido correttore di orrerrori, la bozza di quello che doveva essere il mio primo libro fotografico: “Il paese dai Tetti di Stelle”. Per motivi solidaristici ho accantonato il libro in questione per dar vita all’inizativa sul disastro nucleare sovietico che si sta definitivamente chiudendo mentre scrivo, con la vendita dei pochi libri rimasti. Guardando avanti e con la meravigliosa esperienza avuta con la pubblicazione di questo volume, posso iniziare a progettare il futuro forte dell’esperienza maturata. Parte dei proventi del volume su Černobyl’ finanzieranno il nuovo volume su quella Croazia che ancora oggi rimene ferita e segnata nel profondo dalla guerra fratricida che insanguinò i Balcani nella tragica fine del secolo scorso. Sarà un libro duro, difficile, che racconterà dei viaggi in macchina con due fidati amici lungo le linee del fronte croato e nei luoghi maggiormente colpiti dalla follia bellica. E anche questo nuovo volume, ovviamente, continuerà a fare beneficenza. La strada è dunque segnata, non resta che percorrerla fino in fondo.

Spero di averti al mio fianco, ancora una volta…

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PD