«Float like a butterfly, sting like a bee.»

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Scrivo per te.

Parole conosciute, familiari.
Le dita scivolano veloci sui tasti dello schermo come in una danza senza musica né orchestra. La penna si inclina, docile, sulla ruvida superficie del foglio che raccoglie pensieri, sogni e la bramosia che mi si dipinge in volto quando il mio pensiero dirigo a te.

Scriverti è viverti, sentirti, ascoltarti.

Scriverti è il modo che mi è concesso per dirti parole che altrimenti non potrei, che non saprei come fare a dirti guardandoti negli occhi, per non esser sopraffatto dall’emozione di te.
E allora scrivo, lascio correre pensieri e respiri verso un punto lontano, etereo, verso una luce che mi riscalda e mi rincuora e vive nell’eterno spazio tra due respiri. Scrivo affinché le mie parole possano restare incise, con lettere di fuoco, dentro la tua anima che vive e risplende in quel posto tanto caro, quel posto tra il sonno e la veglia dove so che io ti amerò per sempre.
Ti scrivo perché l’emozione rompe la voce, taglia il fiato, annebbia la mente. Ti scrivo perché tu possa avere sempre tutte le risposte, anche quelle più celate e lontane, che il tuo cuore non ha il coraggio di fare. Perché ogni battito del mio cuore possa essere per te un richiamo forte e sicuro, un suono che ti conduce, dopo ogni viaggio, sulla strada di casa. Scriverti è dirti di tornare.

Torna sempre da me.

Scriverti è il mio modo per dire che domini i miei pensieri, che la tua voce riecheggia in ogni anfratto della mia anima come fosse una dolce melodia. Scriverti mitiga il dolore della tua assenza, placa i demoni, dipana le nebbie, allenta i gioghi che tentano di imprigionare la mia anima.
Scriverti è un modo per viverti, per respirarti, per sentirti parte di me così come lo sei.

Da sempre.

Scriverti è dirti che ti amo: ma perché limitarsi a solo due parole, quando hai dentro te un universo intero?

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Quando ti lascio, il mio mondo si ferma.

Resta tutto sospeso, immobile, impassibile, cristallizzato in uno spazio-tempo indefinibile dove solo io posso muovermi: io e i miei pensieri.
Quando ti guardo, prima di andarmene, mi riempio gli occhi di te affinché la tua immagine possa restare latente il più possibile dentro ai miei occhi.
Quegli occhi che restano stupefatti e trasognanti a guardarti, quando resti lì immobile a farti ammirare, a farti vivere a farti godere.
Quando ti vedo, penso già al momento in cui dovrò lasciarti, e vivo in un perenne struggente attimo che mi porterà, già lo so, alla nostra separazione. Ma la dolcezza del tempo passato assieme mitiga ogni dolore, ogni rimpianto, ogni malinconica nostalgia. Mi rendi vivo, come solo tu sai fare. Vivo come mai sono stato senza di te.
Ma è per questo che voglio viverti, pezzo per pezzo, attimo per attimo, fino l’ultimo respiro, fino l’ultimo sorso di vita. Voglio viverti perché sei parte della mia vita, una parte irrinunciabile e delicata, e ti amerò con tutto me stesso fino la fine dei miei giorni.
Quando non ci sei mi struggo di desiderio e malinconia; a saperti lontana, inarrivabile e così tremendamente bella, corpo e mente si perdono e sciolgono in eterei, interminabili sospiri.

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Amo tutto di te: ogni tua luce, ogni tuo suono, ogni tuo sprazzo di vita. Ogni tuo angolo nascosto conosco come il posto più vicino al mio cuore.
Ti amo e ti desidero e ti guardo con gli occhi del ragazzino innamorato che combatte contro lo stomaco in subbuglio, le mani sudate e il cuore in gola, invaso da migliaia di farfalle concentrate nello stomaco.
Sei parte di me, e io parte di te, e arriverà presto il giorno in cui non ti guarderò più scappare via, veloce sotto i miei piedi, su quell’asfalto congelato mentre i miei occhi si gonfiano di lacrime, di tristezza e cupa disperazione. Arriverà quel giorno in cui potrò amarti come voglio, come meriti, con la libertà genuina e folle di chi ti ama con tutto sé stesso.
Un amore irresponsabile e dolcissimo, un’anima nuda messa davanti ai tuoi occhi.
Arriverà quel giorno, mia piccola gemma nascosta tra le montagne e il mare, incastonata tra lo Fjellheisen e lo Store Blåmann, dentro il mare del sogno, nella luce sfavillante del per tutta la vita.
Arriverà quel giorno è sarà vita. Sarà per tutta la vita.

Æ elsker deg: for evig og alltid.

Dove termina il mondo, il cielo e la terra convivono in un orgasmo di colori.
Dove termina il mio mondo, i venti sono talmente forti ed impetuosi da riuscire a ripulire persino l’anima più indecente.
Dove termina il mondo le onde sbattono talmente forte contro gli scogli da volare in alto, fino al limite del cielo, tanto da sentirsi, per un attimo soltanto, pioggia fresca d’estate.
Dove termina il mio mondo il Sole e la Luna sono fratelli lontani che non possono condividere lo stesso cielo e si parlano, tristemente, a colpi di luce.
Dove termina il mondo le colline sono alte e possenti, acuminate come punte di lancia, tozze e massicce come neri monoliti provenienti da mondi lontani.
Dove termina il mio mondo le Montagne sono i corpi dei Troll che si sono dati battaglia finché l’ultimo raggio di sole non li ha colpiti, regalandogli imperitura gloria.
Dove termina il mondo la neve ed il ghiaccio sono Padre e Madre severi ma gentili, opprimenti ma benevoli, composti ma selvaggi.
Dove termina il mio mondo, gli Dei forgiano notti d’inverno di un verde brillante; ponti sfavillanti ma eterei tra i Mondi che collidono.
Dove termina il mondo la solitudine può essere più rumorosa ed affollata di una  festa mondana o di una balera di periferia.

Dove termina il mio mondo ho dimenticato il mio cuore, tra un cumulo di pietre ed una piuma di corvo.

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Ogni essere umano appartiene a più Patrie. C’è la Patria in cui nasci, in cui vivi, in cui cresci. È la Patria che ti insegnano ad amare fin da piccolo, che rispetti, per cui saresti pronto a dare tutto te stesso. Per molte persone però esiste un’altra Patria che, nella stragrande maggioranza dei casi, non ha nulla a che spartire con quella di provenienza. Può essere una terra reale o fittizia, questo poco importa. La tua Patria ideale è una terra che hai imparato ad amare per svariate ragioni inutili da ricercare o da spiegare.

La seconda Patria, all’inizio, è una terra che conosci oggettivamente poco, a cui ti sei avvicinato magari solo per sentito dire e di cui pensi di sapere abbastanza solo perché, credi, che tutti quelli che ti circondano ne sanno ancora meno di te.

Ma molto spesso così non è.

Ci vogliono anni e molto impegno per capirla davvero, questa nuova terra ricca di fascino e di misteri, o almeno per iniziare a capirla, per farla ogni giorno un po’ più tua, intimamente tua, coerentemente tua. Rischi fin da subito di commettere errori macroscopici di valutazione, perché idealizzando troppo ti discosti quasi sempre dalla realtà; molto spesso infatti, ciò che vede il cuore è nascosto agli occhi.
La mia seconda Patria è una terra magica, che mi affascina da sempre e che da sempre esercita su di me una forza attrattiva a cui è difficile resistere. Mi chiama, mi ammalia con i suoi dolci canti che profumano di muschio, di onde del mare e di cannella, di pesce fresco e di resina.
Anch’io feci parte di quella numerosissima schiera di persone che, nutrite da un amore quasi cieco (e pure sordo), vedevano nel paese dei sogni irrazionali il posto perfetto, dove tutto era giusto, ordinato, pulito, dove i treni arrivavano sempre in orario e le persone erano tutte cordiali e gentili (e dove le marmotte confezionavano nottetempo la cioccolata). Pensavo di sapere, ma in realtà non sapevo nulla.
Credevo di amare la mia nuova Patria d’elezione avendone solo letto, avendo visto filmati più o meno rappresentativi e avendo letto qualche sparuta testimonianza di viaggio.

Balle. Tutte balle.

L’effetto che fa rendersi conto che la realtà è stata ampiamente superata dalla fantasia è la stessa di quando, da bambino, realizzi che i regali di Natale sotto l’albero li metteva tuo padre e tua madre, e non un pacioso vecchietto panciuto dalla lunga barba bianca. Resti spiazzato per un po’, cerchi di capire, annaspi soffocato dal subbuglio interno che la realtà delle cose ti ha sbattuto in faccia senza troppe moine. Incassi il colpo, traballando per qualche istante in cui cerchi di risvegliati dal torpore. Inizi a guardare con gli occhi della ragione, zittisci il cuore.

Solo dopo qualche visita, più o meno lunga, ho infatti iniziato a capire qualcosa di questo paese; solo dopo aver vissuto le esperienze in prima persona, non solo per sentito dire, nel bene e nel male, ho iniziato a comprendere per davvero. Ed è proprio in quell’istante che il mio amore è mutato, diventando più adulto e responsabile, meno idealizzato e più concreto. Dopo esserci stato ed aver visto mi sono liberato di tutti quei pregiudizi costruiti su leggende e favole, ed ho iniziato a vedere e a smontare tutti quei meravigliosi castelli di carte che avevo costruito nella confort zone della mia anima. Solo così si può continuare ad amare visceralmente un posto, conoscendone pregi e difetti, potenzialità e contraddizioni. Solo così, a mio modo di vedere, si può amare veramente. E dopo anni posso dire tranquillamente di aver iniziato a vedere. Ed ad amare per davvero.

Ed amare, non so chi l’abbia detto prima di me, vuol dire tornare. Ed in un modo o nell’altro, tornerò.

Truzzi, jeg elsker deg.

PD

Era una notte buia e tempestosa.
Tutte le grandi storie cominciano pressapoco così.
Persi in una perturbazione nel bel mezzo del Mar di Norvegia, viaggiavamo in direzione Nord, verso la placida e sonnacchiosa Honningsvåg.

Sull’ultimo ponte della nave, un veloce e como

do postale della conosciutissima compagnia Hurtigruten, si ballava come al centro di una affollata balera romagnola.
La prua della “Midnatsol” beccheggiava in maniera considerevole sotto le imponenti onde che erano penetrate tra le isole chiamate a proteggere il Finnmark dalla violenza dei marosi. Un vento gelido, portatore di fischi, ululati e sibili, scuoteva i vetri dell’imbarcazione che, con non poca fatica, cercava di guadagnarsi le calme e placide acque di un porto sicuro.

Il comandante della nave, con una decisione coraggiosa, decise di far rotta verso la città di Alta, piccolo centro urbano conosciuto ai più per le famosissime incisioni rupestri (Helleristningene i Alta) che riposano da secoli nei pressi di Jiepmaluokta a pochi chilometri dal centro abitato. Ovviamente la sosta non era programmata, ma contro Madre Natura c’era davvero poco da fare. Era la prima volta che mi fermavo per la notte in una nave attraccata in porto, esperienza strana oserei dire.

Quando scese la sera decidemmo di fare un giro per i dintorni, ma dovemmo desistere quasi subito vista l’enorme quantità di neve che si era abbattuta sul porto e nelle strade circostanti. Poco male, la cambusa del vecchio postale ci sarebbe venuta sicuramente in soccorso. Bevemmo qualche birra al bar della nave, sperando di avere almeno l’opportunità di vedere le aurore boreali, visto che a Tromsø, in quei giorni, aveva nevicato che Odino la mandava.
Presi il mio fido treppiedi e la macchina fotografica, deciso a portare a casa qualcosa di decente da consegnare ai posteri. Il cielo era velato sopra il “Gruta”, decisamente nuvoloso verso la città. Qualche piccola aurora decise di far capolino dietro le colline, a pochi passi dall’ingresso al porto, solo per stuzzicare le voglie fotografiche dei congelati astanti. Poca roba però; sapevamo che il cielo poteva, e doveva, dare di meglio.
Trovammo un posto perfetto per preparare il cavalletto, lontano dalla ressa di fotografi occasionali pronti ad immortalare il verde del cielo a mano libera.
Tutto era nel posto giusto: la mia fedele Nikon D200 era pronta a ragliare al freddo intenso del gennaio norvegese, preparata ad immortalare, ad ogni mio comando, ogni piccola e impercettibile variazione cromatica della volta celeste.

alta
Non dovemmo aspettare poi tanto: tutto d’un tratto, da un ammasso di grigie nuvole che sovrastavano una città silente, una lingua di fuoco verde iniziò a serpeggiare impazzita sopra le nostre teste. Un delirio di click di otturatori impazziti ruppero il silenzio della notte, nella magia della mia prima vera Aurora Boreale.
Riuscii a portare qualche buon scatto a casa, ma la difficoltà di fotografare l’aurora in quelle condizioni fu evidente fin da subito. Anche se praticamente impercettibile, il movimento ondulatorio della nave faceva a botte con i tempi lunghi di esposizione della macchina fotografica che registrò, suo malgrado, un “mosso” quasi onnipresente.
Poco male per la tecnica e la pulizia della fotografia: fu una delle esperienze più incredibili in terra norvegese fino ad allora. E anche se di foto alla aurore ne ho fatte ancora moltissime, questa “lingua di drago” resterà sempre nel mio cuore come la prima di una lunga e fortunata serie.

Tusen Takk Norge, jeg elsker deg!

PD