Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni.

«Cosa c’è oltre quella riga lì in fondo?»
Lo sguardo era fisso su un punto lontano sulla linea dell’orizzonte, perso in un soffice e fresco mare verde.
«Oltre quella riga c’è tutto un mondo che aspetta solo di essere scoperto.»
«Ma davvero?» chiese sgranando gli occhi.
«Si, certo» risposi cercando di dosare bene le parole, provando ad essere il più razionale possibile. Impossibile da farsi…
«Oltre quella linea ci sono galassie inesplorate, amori non ancora vissuti, libri  scritti mai, favole da raccontare che non sono ancora state pensate, sogni che nessuno ha nemmeno mai osato sognare. Dietro quella riga bianca c’è la donna che vorrai essere, la persona che sarai. E tutto dipenderà da te.»
«Come dipenderà da me? Come faccio a decidere chi o cosa sarò?»
«Sarai quello che vorrai essere. E questo dipenderà esclusivamente dall’energia che ci metterai per passarla, quella riga. Sarai tutti gli sforzi che metterai per andare oltre, sarai tutte le strategie che attuerai per riuscirci, bimba. Sarai tutti gli sbagli che farai, le paure che dovrai affrontare. Sarai tutto l’amore che ci metterai per arrivare oltre. E dipenderà esclusivamente da te. Dalla tua voglia di conoscere ed imparare, dalla tua smania di correre e di vivere. Oltre quella riga in fondo, tirata a calce, si cela la donna che sarai. Solo tu puoi decidere come oltrepassarla.»
Gli occhi si fecero più attenti, lo sguardo più risoluto e fiero.
«Sarò una scrittrice!» disse con le scintille che schizzavano fuori dalle orbite come tizzoni ardenti.
Strinse forte la la palla a sé e corse a perdifiato verso quella riga.
«Farò la scrittrice, farò la scrittrice», urlò continuando a correre verso quel punto lontano. Verso la sua meta.
Sorrisi.
La guardai fiero come solo chi è capace di amare incondizionatamente può fare.
«Supera quella riga», pensai.
«E vivi libera nel tuo sogno. Perché tu, anche se ancora non lo sai, puoi essere tutto quello che vuoi. Basta credere.»

A una giovane scrittrice.

Attendo.
Come quando fuori piove e le gocce rigano il vetro. Si rincorrono, si sfidano, si aspettano, si agganciano fino a sparire. Insieme.
Attendo.
Come quando mi fermo a guardare il lampo squarciare il nero della notte e conto, dentro me, fino al fragore del tuono. Tempo che sembra infinito, col cuore in gola, aspettando che il cielo squassi l’orizzonte e colpisca il mio mondo.
Un mondo che attende, silente, ma dentro vorrebbe urlare.
Attendo.
Come quando le nuvole coprono il sole, dispettose, mentre godi del suo caldo tepore e apri gli occhi, indispettito, per essere piombato nuovamente nel freddo. Esorti il vento a fare quello che meglio gli riesce e scansi quella soffice e voluttuosa bianca impicciona, per portarla lontano, dove l’occhio si perde, in attesa del ritrovato calore di quell’abbraccio. Attendi. Attendo.
Attendo.
Nella tempesta, su di una barca di carta, coperta di parole. Nella forza dei marosi, inghiottito dall’acqua e dall’inchiostro, aspetto di raggiungere la vetta della cresta per poter respirare. Per tenere la testa fuori.
Per riavere quel profumo.
Sulla cima dell’onda, alto sopra il fragore terribile del caos che mi vuole inghiottire, grido ai quattro venti la mia ferrea volontà. Attendo l’onda lunga che non mi avrà perché attendo, ben saldo e fiducioso sulla tenuta della mia chiglia, piegando il tempo al mio volere.
Perché attendo e l’attesa mi rende più forte. L’attesa mi rende sicuro e non vacillo, non mi fa dubitare e mi rende padrone dei miei pensieri, dei miei movimenti, fin anche della frequenza dei battiti del mio cuore. Attendo con il sorriso guardando in faccia il destino e ridendo beffardo.
Attendo perché sublimo nell’attesa e mi ripeto, nella mente, come fosse un mantra, una antica nenia, come fosse una canzone che conosco o il rumore stesso dell’attesa:
“eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.
Non importa quanto stretto sia il passaggio, quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.”

Era figlia dei Dèi, ma ciò non gli importava e non si sentiva nemmeno addosso il peso della sua discendenza.
Era figlia degli Dèi, ma avrebbe potuto essere qualsiasi altra cosa.
Era nata nel cuore dell’Inverno in una giornata che tutti avrebbero ricordato, fino alla fine dei tempi, come una delle più fredde mai viste e di cui si aveva memoria.
Nacque tra i ghiacci sferzati da venti terribili; nacque forte e robusta, in una mattina limpida di sole, con dei meravigliosi e profondi occhi verdi.
Era figlia degli Dèi, ma crebbe come una ragazza qualsiasi.
Forte e vivace, refrattaria agli ordini e alla disciplina, preferiva la solitudine dei boschi alle feste ed ai giochi con gli altri ragazzi. Amava la solitudine di un cielo stellato, apparentemente immobile, in cui si perdeva viaggiando attraverso lo spazio ed il tempo, da sola.

Ed era felice.

Crescendo la giovane, pressata dagli impegni e dai doveri che sono richiesti alle persone del suo rango, iniziò ad abbandonarsi, sempre con una certa titubanza, al mondo e alla società che la circondava e, così sembrava, che tanto la desiderava.
Era sempre restia nel concedersi, anche solo per quattro chiacchiere con chicchessia: il più delle volte era fuggevole come un soffio di vento. Comprensibilmente, man mano che il tempo passava, nessuno cominciò a cercarla più.
Tornava quando poteva in mezzo ai boschi, ad ogni ora del giorno e della notte.
Preferiva l’oscurità ed il nero della notte perché, dalla cima di un’altura che iniziò ad ospitare i suoi volontari esili dalla mondanità, poteva vedere i nove mondi e scrutarne i cieli, pieni di stelle, luminosi esplosioni di vita nel cosmo.
Dalla sua piccola finestra sull’universo la fanciulla interagiva con tutti gli esseri viventi e, cosa più importante di tutte, parlava con sé stessa. Dal suo piccolo riparo sicuro, la giovane vagava con lo sguardo e con il pensiero attraverso i Mondi, preferendone però sempre Miðgarðr: il recinto degli uomini. Si affezionò agli esseri umani, così strani ma al tempo stesso così pieni di energia vitale, e decise di seguirne le sorti.
Dai suoi lunghi silenzi presero vita i suoi sogni e i suoi desideri.
La figlia degli Dèi dava vita alle proprie fantasie in questo angolo recondito dell’universo: con il fuoco Múspellsheimr disegnò in cielo ardenti sogni d’amore, anche se l’amore per lei era un mistero pressoché sconosciuto. Con i ghiacci di Jötunheimr creò nuove stelle che andarono ad aggiungersi a quelle che gli esseri umani potevano vedere normalmente nelle notti di cielo limpido. Dette loro una stella in più, nata dal purissimo ghiaccio della terra dei Giganti, capace di brillare sopra ogni altra: da allora gli uomini iniziarono a chiamarla Stella Polare, e da quel momento non c’è stata più notte in cui lo sguardo di navigatore o di innamorato non andasse a cercarla in mezzo alla moltitudine di stelle.

Il padre di tutti però iniziò ad essere contrariato e geloso: lui solo, infatti, era tenuto a conoscere tutto dei mondi ed averne il controllo. Il suo occhio non era più il solo capace di vedere tutto, e questo lo irritò parecchio. Ordinò alla giovane dagli occhi verdi di smettere di occuparsi del mondo degli uomini e di lasciare il piccolo spazio che aveva creato per sé in mezzo ai boschi.
La ragazza, distrutta dall’imposizione che gli era stata impartita dal Padre, tentò di farlo desistere, promettendogli di non interferire più con la vita di Miðgarðr, a patto che gli fosse permesso di posare lo sguardo su quella terra che tanto aveva imparato ad amare.
Il Padre degli Dèi capì che la ragazza, nata da stirpe divina, in realtà apparteneva al mondo degli uomini che, pur non sapendolo, aveva bisogno di lei e del suo amore.
Odino prese la ragazza e la tramutò in un vento, lieve e delicato, che fece soffiare sopra le teste degli uomini e che donò, come dono prezioso d’amore, agli abitanti della terra.
Decise di far soffiare il vento solo in Inverno però, per rendere omaggio alla nascita della fanciulla che non seppe restare lontana dalla sua terra d’adozione.
“Quando il vento soffierà”, disse il Terribile, “il cielo si dipingerà dei colori dei tuoi occhi, giovane Aurora. E non ci sarà essere vivente sulla terra che vedendoti, non sentirà il cuore esplodere di una incontenibile gioia. Va ora, e rischiara le notti più lunghe”.

Aurora - pelusodaniele

Da allora gli occhi di Aurora, innamorati e premurosi, continuano a risplendere nelle fredde e lunghe notti di inverno, disegnando nel cielo arabeschi smeraldo fatti di magia.
Fino  a Ragnarøkkr ed oltre…

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8

Per sempre.

Spesso siamo usi ad utilizzare le parole in maniera sbadata, inappropriata, guidati da una faciloneria lessicale che è indice palese della direzione intrapresa dalla nostra società.
Superficiale, sbadata, mordi e fuggi, poco attenta nell’andare a fondo nelle cose, nelle dinamiche interpersonali, negli affetti, nel rapporto che abbiamo gli uni con gli altri. Spesso capita anche a me, e se nel testo troverete degli errori, ecco spiegatone il motivo.
Ma le parole sono importanti.
Le parole sono fottutamente importanti e dovrebbero essere sempre usate con il giusto garbo, con il modo corretto, rispettandone l’immagine. Una immagine che le parole hanno dalla scintilla del loro vagito primigenio; le parole portano in sé un’immagine che è latente nella mente della moltitudine delle persone ma che è ben riconoscibile dagli occhi di chi ha voglia di cercarne la forma.

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Mi è recentemente venuta sotto mano una fotografia scattata di soppiatto sul traghetto che da Sommarøy mi avrebbe portato a Tromsø. È uno scatto rubato col telefonino, quindi qualitativamente non eccezionale, ma che racchiude in maniera perfetta le parole

“Per Sempre”.

E guardandola bene, adesso, credo fermamente sia così.
Una coppia matura, seduta l’uno vicino all’altra, completamente immersa nei rispettivi libri. Nella foto non si vede ma, spesso, durante il viaggio, i due si tenevano teneramente per mano, sostenendo il libro con le rispettive mani libere. Avvolti dalla luce accogliente del Nord, mentre tutto intorno il mondo stava a guardare, i due proseguivano il viaggio totalmente avulsi dalla realtà che li circondava. Un momento che, per me che ho voluto rubare questo attimo così splendido, ebbe il gusto pieno dell’eternità.

Per sempre.

Un’immagine che porterò sempre cara nella mia memoria.
Per Sempre: come una promessa, come un volo libero, come un canzone sussurrata dolcemente, come una telefonata inattesa ma sperata. Per sempre, come un libro che hai imparato ad amare dalla copertina al contenuto: ogni parola, ogni virgola, ogni spazio, ogni piccola pausa.
Per Sempre: un viaggio infinito che ciascuno di noi è destinato ad intraprendere.
Potere delle parole.

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Novembre è in arrivo e porta con sė una manifestazione unica e meravigliosa nel mondo della fotografia: il festival Zero Pixel, giunto quest’anno alla sua quinta edizione. Quest’anno, per la seconda volta, gli organizzatori hanno voluto coinvolgermi in questo meraviglioso progetto che porta a Trieste, e non solo, il meglio della fotografia chimica. A partire dal 5 novembre, quindi, troverete una mia fotografia “Рудий ліс – Ai margini della Foresta Rossa”, esposta presso la Biblioteca Statale S. Crise di L.go Papa Giovanni XXIII n. 6.

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La fotografia, una 50×50 scattata con la Hasselblad 500 cm e la pellicola Ilfotrd FP4, ha immortalato il margine della foresta rossa, poco distante da quellonche fu l’abitato di Pryp”jat’, a una decina di chilometri dalla centrale nucleare di Černobyl’.
Di seguito riporto le informazioni consultabili sul sito dell’associazione:

L’etimologia della parola TERRA si riconduce alla radice indoeuropea tars- (secco) che ritroviamo nel sanscrito trsyami, nel greco τερσαίνω (fare seccare), nel verbo latino torrĕo (disseccare) e, sempre

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in latino, nell’aggettivo sostantivato, terra (o tersa) con sottintesa la parola materia. Per cui, TERRA significa originariamente e letteralmente “materia asciutta” da contrapporsi alle acque che nella cosmogonia antica costituivano buona parte dell’universo.
Nell’enciclopedia Treccani lo sviluppo del significato della parola TERRA è molto ampio e coglie numerose sfumature utili ad ispirazioni interpretative.
Tuttavia, per non limitare la creatività e la fantasia dei fotografi invitati a svilupparlo, viene data la massima libertà di espressione a ciò che TERRA può significare in senso lato, intesa come:
– pianeta o parte dell’Universo, come suolo vergine, ventre che germina e nutre;
– suolo utilizzato, trattato, maltrattato, inquinato, cementificato, deforestato;
– luogo di sperimentazioni;
– luogo natio, di appartenenza, sognato, desiderato, conteso e agognato, nemico;
– luogo di nessuno, di nascita, di sepoltura.

Ci vediamo il 5 novembre!

PD