Tic Toc, Tic Toc.
Le lancette del vecchio orologio scandiscono, inesorabili, il tempo che passa.

Tic Toc, Tic Toc.
Atri e ventricoli fanno da eco, in sincrono perfetto, mentre il cuore decide di battere i suoi colpi proprio in mezzo alla gola. Riuscendoci, forse, a malapena.

Tic Toc, Tic Toc.
Due piccioni audaci raccolgono dei rami secchi sul marciapiede reso incandescente dai raggi di un sole tiranno. Afferrano con gli aguzzi becchi i pezzi di legno, evidentemente troppo lunghi per poterli trasportare da soli, e si mettono, goffamente, in volo. Atterrano sulla trave d’acciaio sopra la mia testa. Li seguo con lo sguardo. Sento le affilate zampette ticchettare velocemente mentre raggiungono l’obiettivo. Tentano di costruire un nido. Un legno cade e, come prevedevo, mi rimbalza sulla spalla. Ha sporcato la mia maglia rossa che profuma di vaniglia e cocco? Mi assicuro che non sia così. Lancio con una delicata parabola il ramo nel centro del marciapiede. Aspetto.

Tic Toc, Tic Toc.
Il piccione scende, infastidito, mentre la compagna, che sembra sembra essere contrariata dall’alto della trave, gli tuba contro. Riprende il legno, riparte la danza. La vita è un ciclo; la vita è un sussiego di infiniti attimi in cui attendiamo, penso, in un eterno rincorrersi. Per potersi abbracciare, come lancette in un quadrante, per un tempo infinitamente piccolo. Ma ne vale la pena, penso.
Sempre.
Il caldo mi fa filosofeggiare, l’attesa mi corrode i pensieri.

Tic Toc, Tic Toc.
Apro un libro, inganno l’attesa. Ma ingannare l’attesa non inganna il mio pensiero che, anzi, resta vigile e attento allo scorrere del tempo. Le parole stampate si sciolgono, come fossero di burro, e si solidificato formando sei misere lettere: Tic Toc.

Tic Toc, Tic Toc.
Il tempo, tiranno, passa piano tanto da sembrare fermo.
“Il tempo è relativo, il suo unico valore è  dato da ciò che noi facciamo mentre sta passando”, disse quello bravo. Aspettare che il tempo passi non è una buona soluzione, penso, mentre l’esile rametto continua, incessantemente, a cadermi sulla spalla.

Tic Toc, Tic Toc.
Poi, come in un sogno onirico, mi risveglio.
Ci sono.
Il tempo accelera, si deforma, scatta, come agganciato ad un vecchia DeLorean grigia tutta scassata. Ascolto quel profumo che mi invade e mi inebria i sensi; in un attimo rivedo la lancetta del vecchio orologio che mi corre incontro mentre io resto fermo. Aspetto. Mi faccio invadere.

Tic Toc, Tic Toc.
Non lo sento più. Ho fatto pace col tempo e con il suo schizofrenico incedere. Ho tutto ciò di cui avevo bisogno: tutto quello che ho sempre desiderato. Come quel piccione e il suo prezioso ramo da proteggere e custodire per costruire il suo nido. Il nuovo nido dove stare. E averne cura.

Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni.

«Cosa c’è oltre quella riga lì in fondo?»
Lo sguardo era fisso su un punto lontano sulla linea dell’orizzonte, perso in un soffice e fresco mare verde.
«Oltre quella riga c’è tutto un mondo che aspetta solo di essere scoperto.»
«Ma davvero?» chiese sgranando gli occhi.
«Si, certo» risposi cercando di dosare bene le parole, provando ad essere il più razionale possibile. Impossibile da farsi…
«Oltre quella linea ci sono galassie inesplorate, amori non ancora vissuti, libri  scritti mai, favole da raccontare che non sono ancora state pensate, sogni che nessuno ha nemmeno mai osato sognare. Dietro quella riga bianca c’è la donna che vorrai essere, la persona che sarai. E tutto dipenderà da te.»
«Come dipenderà da me? Come faccio a decidere chi o cosa sarò?»
«Sarai quello che vorrai essere. E questo dipenderà esclusivamente dall’energia che ci metterai per passarla, quella riga. Sarai tutti gli sforzi che metterai per andare oltre, sarai tutte le strategie che attuerai per riuscirci, bimba. Sarai tutti gli sbagli che farai, le paure che dovrai affrontare. Sarai tutto l’amore che ci metterai per arrivare oltre. E dipenderà esclusivamente da te. Dalla tua voglia di conoscere ed imparare, dalla tua smania di correre e di vivere. Oltre quella riga in fondo, tirata a calce, si cela la donna che sarai. Solo tu puoi decidere come oltrepassarla.»
Gli occhi si fecero più attenti, lo sguardo più risoluto e fiero.
«Sarò una scrittrice!» disse con le scintille che schizzavano fuori dalle orbite come tizzoni ardenti.
Strinse forte la la palla a sé e corse a perdifiato verso quella riga.
«Farò la scrittrice, farò la scrittrice», urlò continuando a correre verso quel punto lontano. Verso la sua meta.
Sorrisi.
La guardai fiero come solo chi è capace di amare incondizionatamente può fare.
«Supera quella riga», pensai.
«E vivi libera nel tuo sogno. Perché tu, anche se ancora non lo sai, puoi essere tutto quello che vuoi. Basta credere.»

A una giovane scrittrice.

Mi ero ripromesso di non parlarne più.

Avevo creduto che dopo aver condiviso gratuitamente il mio libro, il sipario su questo progetto si potesse considerare definitivamente chiuso.
Ma così non è.
Dopo i sorrisi, il lavoro, le pacche sulle spalle. Dopo l’interesse, le domande, le attestazioni di stima, affetto ed amore a volontà, dopo la beneficenza e la condivisione c’è stato ancora molto, molto di più.

sofia

Stavo fermo in parcheggio, in attesa, quando un collega mi si è avvicinato con la faccia di chi aveva qualcosa da dire. Alzai lo sguardo. Lo fissai negli occhi. Aspettai.
Non ci volle molto: fu lui a rompere il ghiaccio.
«Bello, sai, il tuo libro su Černobyl’,» disse quasi con un filo di voce.
«Grazie» gli risposi, in modo sincero certo, anche se forse un po’ troppo sbrigativo. Limiti evidenti del mio carattere.
Lui sembrò non farci caso, abituato al mio modo di essere sempre un po’ schivo e poco incline alle chiacchiere.
«Dopo il tuo libro mi sono visto anche la serie su Netflix, tu l’hai vista?»
«Si, l’ho vista» risposi, «e ti devo confessare che l’ho trovata tanto bella e molto veritiera. Sai, guardando le puntate, via via, ho rivisto tutti i posti in cui sono stato. Ho rivisto la meraviglia di Pryp”jat’. E lo trovo fantastico.»
Ero davvero felice di parlarne perché sono sempre stato sinceramente contento di raccontare il mio viaggio e quello che ho imparato leggendo tutta la letteratura prodotta sul disastro.
«Poi sai, il tuo libro non è piaciuto solo a me. Lo ha letto anche mia figlia: Sofia.»
Non lo sapevo ma un fulmine stava per colpirmi in pieno petto, in una soleggiata mattina di fine giugno.
«Ah si?» chiesi con tutta la curiosità di cui ero capace.
«Si, e lo ha anche utilizzato nella sua tesina. Per l’esame di terza media. Dovresti essere stato citato anche nella bibliografia…»

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Sbiancai di colpo.
Riecheggiavano nella mente le ultime parole che il mio cervello riuscì ad immagazzinare in modo razionale.
L’emozione che provai fu violenta, inaspettata, folgorante.
Come un fulmicotone acceso nel mio petto, l’esplosione raggiunse ogni singola cellula del mio corpo facendolo vibrare.
Ho pensato al regalo che questa giovane donna ha voluto farmi, e l’ho pensato talmente tanto da commuovermi. Sapere di essere stato parte, anche forse piccola ed insignificante, di un percorso formativo della – ormai non più piccola – Sofia, mi ha riempito d’orgoglio.  Sapere che il mio lavoro, a cui ho dedicato anima e corpo per anni, è servito, non solo per aiutare chi ne aveva bisogno ma è stato parte attiva di un percorso di conoscenza, ha reso la mia vita ancora più piena e meravigliosa.
Aver condiviso questa gioia con chi amo è stata un’emozione che si è decuplicata in me.  È stata una gioia mai provata e che forse non so spiegare bene.

Grazie, Sofia.
Brindo a te e alla tua crescita e ti auguro tutto il meglio che la vita avrà da regalarti.
Fino a quando ci saranno ragazzi come Sofia, presenti e curiosi, desiderosi di capire e di comprendere, per il mondo ci sarà sempre una speranza.
Una speranza per essere migliori, noi tutti, di essere attenti e desiderosi di conoscere e sapere. Pieni di vita, di progetti e di sogni per il futuro.
Oggi il mio mare è un po’ più blu, l’aria più frizzante e i pensieri più leggeri.
Oggi è un giorno nuovo, anche per Černobyl’ e per la sua storia.
Continuate a difendere la vostra curiosità,  sempre. Fate domande, curate la qualità delle vostre domande. Perché ho imparato a mie spese che: “domande Alte forgiano anime Alte”.
E in ultima analisi: diffidate sempre dagli uomini che piangono.

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Ora scusatemi, ma devo piangere ancora un po’.

FINE

(…forse…)

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Isole Lofoten – Midnattssol

Questo è un Solstizio diverso.
Non possiamo stare assieme, festeggiare come nostra Tradizione, brindare al Sole, alla notte, non potremo brindare a te. Non assieme, ma lo faremo.
Il nostro ricordo resta però immutato, il nostro pensiero forte, malinconico, amaro, come ogni celebrazione dell’assenza di te.
Noi ci siamo stati, ci siamo e ci saremo sempre: e ti co nu, nu co ti.

Di polvere ora sa
Antica storia è
Sui roghi si alzerà
Tetra cenere
Fertile terra attorno
Preda di un potere stolto
Sordo a idee libere
Solo paura farà
A chi domina le menti

Vago Solo
Contro vento in un oceano
È vetro il mio pensier
S’infrange contro
Solo, anime dannate cantano
Voci ammaliano.
Ombre intorno a noi.

Eretico io fui,
L’uomo che sangue versò
Contro schiavitù ed oppressione
Il ricordo non cadrà
Dal trono loro ti vedono
Il pensare da fastidio
Domina il terrore
Dolore, corruzione resterà sempre,
Ma il mondo sarò.

Solo, contro vento in un oceano
È vetro il mio pensier
S’infrange contro
Solo, anime dannate cantano
Voci ammaliano
Ombre intorno a noi

 

«Float like a butterfly, sting like a bee.»

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Scrivo per te.

Parole conosciute, familiari.
Le dita scivolano veloci sui tasti dello schermo come in una danza senza musica né orchestra. La penna si inclina, docile, sulla ruvida superficie del foglio che raccoglie pensieri, sogni e la bramosia che mi si dipinge in volto quando il mio pensiero dirigo a te.

Scriverti è viverti, sentirti, ascoltarti.

Scriverti è il modo che mi è concesso per dirti parole che altrimenti non potrei, che non saprei come fare a dirti guardandoti negli occhi, per non esser sopraffatto dall’emozione di te.
E allora scrivo, lascio correre pensieri e respiri verso un punto lontano, etereo, verso una luce che mi riscalda e mi rincuora e vive nell’eterno spazio tra due respiri. Scrivo affinché le mie parole possano restare incise, con lettere di fuoco, dentro la tua anima che vive e risplende in quel posto tanto caro, quel posto tra il sonno e la veglia dove so che io ti amerò per sempre.
Ti scrivo perché l’emozione rompe la voce, taglia il fiato, annebbia la mente. Ti scrivo perché tu possa avere sempre tutte le risposte, anche quelle più celate e lontane, che il tuo cuore non ha il coraggio di fare. Perché ogni battito del mio cuore possa essere per te un richiamo forte e sicuro, un suono che ti conduce, dopo ogni viaggio, sulla strada di casa. Scriverti è dirti di tornare.

Torna sempre da me.

Scriverti è il mio modo per dire che domini i miei pensieri, che la tua voce riecheggia in ogni anfratto della mia anima come fosse una dolce melodia. Scriverti mitiga il dolore della tua assenza, placa i demoni, dipana le nebbie, allenta i gioghi che tentano di imprigionare la mia anima.
Scriverti è un modo per viverti, per respirarti, per sentirti parte di me così come lo sei.

Da sempre.

Scriverti è dirti che ti amo: ma perché limitarsi a solo due parole, quando hai dentro te un universo intero?

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Attendo.
Come quando fuori piove e le gocce rigano il vetro. Si rincorrono, si sfidano, si aspettano, si agganciano fino a sparire. Insieme.
Attendo.
Come quando mi fermo a guardare il lampo squarciare il nero della notte e conto, dentro me, fino al fragore del tuono. Tempo che sembra infinito, col cuore in gola, aspettando che il cielo squassi l’orizzonte e colpisca il mio mondo.
Un mondo che attende, silente, ma dentro vorrebbe urlare.
Attendo.
Come quando le nuvole coprono il sole, dispettose, mentre godi del suo caldo tepore e apri gli occhi, indispettito, per essere piombato nuovamente nel freddo. Esorti il vento a fare quello che meglio gli riesce e scansi quella soffice e voluttuosa bianca impicciona, per portarla lontano, dove l’occhio si perde, in attesa del ritrovato calore di quell’abbraccio. Attendi. Attendo.
Attendo.
Nella tempesta, su di una barca di carta, coperta di parole. Nella forza dei marosi, inghiottito dall’acqua e dall’inchiostro, aspetto di raggiungere la vetta della cresta per poter respirare. Per tenere la testa fuori.
Per riavere quel profumo.
Sulla cima dell’onda, alto sopra il fragore terribile del caos che mi vuole inghiottire, grido ai quattro venti la mia ferrea volontà. Attendo l’onda lunga che non mi avrà perché attendo, ben saldo e fiducioso sulla tenuta della mia chiglia, piegando il tempo al mio volere.
Perché attendo e l’attesa mi rende più forte. L’attesa mi rende sicuro e non vacillo, non mi fa dubitare e mi rende padrone dei miei pensieri, dei miei movimenti, fin anche della frequenza dei battiti del mio cuore. Attendo con il sorriso guardando in faccia il destino e ridendo beffardo.
Attendo perché sublimo nell’attesa e mi ripeto, nella mente, come fosse un mantra, una antica nenia, come fosse una canzone che conosco o il rumore stesso dell’attesa:
“eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.
Non importa quanto stretto sia il passaggio, quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.”

Per una volta non parlerò di qualcosa che ho fatto io o che ho scritto di mio pugno.
Questa volta no.
Spesso mi imbatto in delle cose talmente tanto perfette, inattese, capaci di sovvertite l’ordine stesso dei miei pensieri che non posso far altro che parlarne.
Per anni ho avuto l’onore di scrivere di musica su un portale che ha fatto la storia della Musica Metal in Italia: truemetal.it
Ho scritto di musica, ho fotografato musica e ho convissuto, spesso gomito a gomito, con artisti incredibili, incredibili teste di cazzo, artisti meteora e veri e propri Idoli, almeno per il sottoscritto.
Mai mi sarebbe venuto in mente però che un giorno, in una domenica uggiosa e sonnacchiosa, dopo una punitiva insalata poco condita, mi sarei messo a scrivere di un libro.
E se girassi dalle mie parti? di Alessandra Marcotti è un libro che mi ha colpito talmente tanto da sentir il bisogno fisico di scriverne, in modo da poter condividere questa ondata di sensazioni che ha scaturito in me con il maggior numero di persone possibili.
Alessandra è una scrittrice e blogger che seguo da parecchio su questa piattaforma, una delle primissime persone di cui ho memoria non appena si parli di Worlpress, è una di quelle persone che seguo sempre con molto interesse.
Alessandra ha una capacità unica: riesce a mettere a proprio agio il lettore e lo fa entrare con stile e garbo nel suo mondo fatto di parole. Scrive, ma in realtà è come se suonasse una melodia senza note né spartiti di cui tutti noi però siamo in qualche modo dei conoscitori.
Ti coccola, amorevolmente, con parole mai banali né scontate, usando sapientemente i tempi, gli spazi, le pause, disegnando scenari sempre molto personali ma di facile fruizione a ciascuno di noi, in cui noi tutti possiamo – più o meno – sempre riconoscerci.
È questa la magia del suo essere più di una semplice scrittrice, più di una comune blogger. E il suo libro, ultimo di una fortunata serie di scritti, ne è la dimostrazione lampante.
E se girassi dalle mie parti? scorre con una piacevolezza rara, come un fiume che dolce si guadagna il mare tra i declivi sonnacchiosi e le placide pianure. Un fiume che può diventare veloce ed ardito, irruente nello scorrere prima di gettarsi in un mare capace di smorzarlo, mitigarlo, accogliendolo tutto fino nel profondo.
Il libro è strutturato in maniera sapiente; si può leggerlo tutto d’un fiato o si può saltare, attraverso capitoli complementari, per avere delle visioni d’insieme totalmente capovolte. Alessandra sublima in questo scritto la dualità non solo dell’essere umano ma anche delle relazioni che tra esseri umani intercorrono, facendo vedere al lettore, vero e proprio protagonista di questo libro, le varie sfaccettature di cui è composto.
Come in uno specchio rotto in cui ogni pezzo riflette la realtà in maniera a sé stante, così nel libro si possono seguire le vicende dei personaggi in maniera indipendente, avendo poi il grande potere di rimettere a posto i pezzi e di arrivare ad una conclusione. Una conclusione che ti lascia spiazzato, incredulo e stupito. Perché nel libro di Alessandra il potere è nelle mani di chi legge, e questa è una libertà che la scrittrice ci concede per amore verso la sua scrittura, verso sé stessa e il suo mondo fatto di colore, gioia e vita e verso le persone che hanno scelto di leggerla.
Ecco: se posso dare un consiglio è proprio questo: scegliete di leggerla. Seguitela e godetene tutti: sarà un’esperienza di cui non vi pentirete.

Alessandra Marcotti
foto di Alessandra Marcotti© – tutti i diritti riservati

 

E se girassi dalle mie parti? lo trovi per Kindle e in formato con copertina flessibile e nello store di Mondadori, oppure contatta direttamente Alessandra tramite il suo Blog.

Tutte le immagini pubblicate in questo articolo sono di proprietà di Alessandra Marcotti che ne detiene tutti i diritti.

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Some want to think hope is lost,
see me stand alone.
I can’t do what others may want,
then I’ll have no home.

Questa è una canzone per te.
Quando la musica parte, mentre le note si appropriano piano piano della scena, quando la melodia si fa più forte e le vibrazioni intense e coinvolgenti, questa canzone profuma di Te.

So for now wave Good bye and leave your hands held high,
hear this song of courage long into the night.
So For Now Wave Good-bye and leave your hands held high,
hear this song of courage long into the night.

Con lo scorrere del tempo le immagini nella mia mente si fanno nitide, dapprima perse in una nebbia densa ed impenetrabile che avvolge cose e persone.
Via via, come spazzate da un vento fresco, una brezza leggera portata dal mare dissolve il grigiore lasciando spazio alla luce che mi ritrovo dentro ogni giorno: alla luce forte e penetrante che profuma di Te.

And the wind will bear my cry to all who hope to fly,
hear this song of courage ride into the night.

Forti come le dita lunghe ed affusolate che si muovono sul candido bagliore dei testi bianchi e neri, forti come la lucida determinazione che ti fa andare avanti, nonostante tutto, sempre con il sorriso in volto e una parola buona per chi l’aspetta, forti come i miei pensieri e il tuo sorriso che dipingono il mio volto della meraviglia di te, forti come il mio mondo che profuma di Te.

Battles are fought by those with the courage to believe,
they are won by those who find the heart,
find a heart to share.

Hai insegnato ad andare avanti, a non avere mai paura del buio che ci si può presentare davanti, improvviso, a volerci sbarrare la strada. Hai insegnato a non mollare mai, a continuare testardamente che domani sarà un domani migliore, che ci sarà ancora tempo per sorridere, per amare, per divertirsi e per farsi emozionare. Hai insegnato che il gusto della vita sta tutto nel viverla appieno, a duecento chilometri l’ora, essendo ingordi di tutto, ingordi di gioia, di brividi, di emozioni e ingordi di vita. Mi hai insegnato che nulla è mai troppo, e che il domani profuma di Te.

This heart that fills the soul will point the way to victory
If there’s a fight then I’ll be there I’ll be there.

Ed è per te che la musica si fa più alta, le note più potenti e le parole più pesanti. E in questo scritto, in cui ho parlato solo di Te, permettimi di dirti che se ci sarà una battaglia da combattere, l’ennesima battaglia di una vita radiosa e felice, io ci sarò, sarò lì a combatterla, fino a profumare di Te.

If there’s a fight then I’ll be there I’ll be there.

Manowar – Courage.

 

Possedere.

Appartenere a chi rivendica il possesso, a chi si presta, a chi si spende. Valicare i confini corporei del proprio Io per donarsi, anima e corpo, senza bisogno di dire una parola, senza ripensamenti, senza esitazioni.

Essere, non sembrare; essere per vedere, non per guardare.

Donarsi, spogliarsi, rendersi acqua: fluido che riempie in modo cristallino e puro il contenitore in cui viene versato e travolgere ciò che ti possiede, affinché possa godere appieno di te e di tutto il tuo essere forma nuova.
Divenire contenitore e farsi riempire, fino all’orlo, fino a non avere più limiti fisici, senza barriere né pareti, senza capo né coda, senza tappo né fondo.
Accettarsi, arrendersi alla forza dolce ed irruente di ciò che entra nel tuo corpo e ne sconquassa ogni singolo muscolo, frantuma ogni osso occupando tutti gli spazi lasciati vuoti dai sogni infranti, dalle botte prese e che sono diventate lividi nell’anima, dalle gioie passate, dalle risa di gusto, dai fasti di un tempo che fu, dalle lacrime amare, dai nuovi sogni e dai desidèri che desideri.
Chiudere gli occhi, mutare forma e colore, aprirsi per inglobare, per accettare, per far restare.

Capirsi ed inventarsi.

Accendersi e risplendere, come la luce del nuovo giorno, come i riflessi su un mare in tempesta che schiuma di rabbia, come il primo sole che bacia, delicato, i merletti più alti del castello in fondo al golfo. Bruciare di passione, essere luce, farsi accendere da parole conosciute e mai dimenticate, come una fiamma che sicura sfida la notte, irraggia le tenebre e segna il passo lungo il cammino.
Essere luce, essere vita, farsi vivere e possedere.
Essere suo.

Persempre.

luce

Polaroid SX-70
Impossibile Film
©danielepeluso.com

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Era figlia dei Dèi, ma ciò non gli importava e non si sentiva nemmeno addosso il peso della sua discendenza.
Era figlia degli Dèi, ma avrebbe potuto essere qualsiasi altra cosa.
Era nata nel cuore dell’Inverno in una giornata che tutti avrebbero ricordato, fino alla fine dei tempi, come una delle più fredde mai viste e di cui si aveva memoria.
Nacque tra i ghiacci sferzati da venti terribili; nacque forte e robusta, in una mattina limpida di sole, con dei meravigliosi e profondi occhi verdi.
Era figlia degli Dèi, ma crebbe come una ragazza qualsiasi.
Forte e vivace, refrattaria agli ordini e alla disciplina, preferiva la solitudine dei boschi alle feste ed ai giochi con gli altri ragazzi. Amava la solitudine di un cielo stellato, apparentemente immobile, in cui si perdeva viaggiando attraverso lo spazio ed il tempo, da sola.

Ed era felice.

Crescendo la giovane, pressata dagli impegni e dai doveri che sono richiesti alle persone del suo rango, iniziò ad abbandonarsi, sempre con una certa titubanza, al mondo e alla società che la circondava e, così sembrava, che tanto la desiderava.
Era sempre restia nel concedersi, anche solo per quattro chiacchiere con chicchessia: il più delle volte era fuggevole come un soffio di vento. Comprensibilmente, man mano che il tempo passava, nessuno cominciò a cercarla più.
Tornava quando poteva in mezzo ai boschi, ad ogni ora del giorno e della notte.
Preferiva l’oscurità ed il nero della notte perché, dalla cima di un’altura che iniziò ad ospitare i suoi volontari esili dalla mondanità, poteva vedere i nove mondi e scrutarne i cieli, pieni di stelle, luminosi esplosioni di vita nel cosmo.
Dalla sua piccola finestra sull’universo la fanciulla interagiva con tutti gli esseri viventi e, cosa più importante di tutte, parlava con sé stessa. Dal suo piccolo riparo sicuro, la giovane vagava con lo sguardo e con il pensiero attraverso i Mondi, preferendone però sempre Miðgarðr: il recinto degli uomini. Si affezionò agli esseri umani, così strani ma al tempo stesso così pieni di energia vitale, e decise di seguirne le sorti.
Dai suoi lunghi silenzi presero vita i suoi sogni e i suoi desideri.
La figlia degli Dèi dava vita alle proprie fantasie in questo angolo recondito dell’universo: con il fuoco Múspellsheimr disegnò in cielo ardenti sogni d’amore, anche se l’amore per lei era un mistero pressoché sconosciuto. Con i ghiacci di Jötunheimr creò nuove stelle che andarono ad aggiungersi a quelle che gli esseri umani potevano vedere normalmente nelle notti di cielo limpido. Dette loro una stella in più, nata dal purissimo ghiaccio della terra dei Giganti, capace di brillare sopra ogni altra: da allora gli uomini iniziarono a chiamarla Stella Polare, e da quel momento non c’è stata più notte in cui lo sguardo di navigatore o di innamorato non andasse a cercarla in mezzo alla moltitudine di stelle.

Il padre di tutti però iniziò ad essere contrariato e geloso: lui solo, infatti, era tenuto a conoscere tutto dei mondi ed averne il controllo. Il suo occhio non era più il solo capace di vedere tutto, e questo lo irritò parecchio. Ordinò alla giovane dagli occhi verdi di smettere di occuparsi del mondo degli uomini e di lasciare il piccolo spazio che aveva creato per sé in mezzo ai boschi.
La ragazza, distrutta dall’imposizione che gli era stata impartita dal Padre, tentò di farlo desistere, promettendogli di non interferire più con la vita di Miðgarðr, a patto che gli fosse permesso di posare lo sguardo su quella terra che tanto aveva imparato ad amare.
Il Padre degli Dèi capì che la ragazza, nata da stirpe divina, in realtà apparteneva al mondo degli uomini che, pur non sapendolo, aveva bisogno di lei e del suo amore.
Odino prese la ragazza e la tramutò in un vento, lieve e delicato, che fece soffiare sopra le teste degli uomini e che donò, come dono prezioso d’amore, agli abitanti della terra.
Decise di far soffiare il vento solo in Inverno però, per rendere omaggio alla nascita della fanciulla che non seppe restare lontana dalla sua terra d’adozione.
“Quando il vento soffierà”, disse il Terribile, “il cielo si dipingerà dei colori dei tuoi occhi, giovane Aurora. E non ci sarà essere vivente sulla terra che vedendoti, non sentirà il cuore esplodere di una incontenibile gioia. Va ora, e rischiara le notti più lunghe”.

Aurora - pelusodaniele

Da allora gli occhi di Aurora, innamorati e premurosi, continuano a risplendere nelle fredde e lunghe notti di inverno, disegnando nel cielo arabeschi smeraldo fatti di magia.
Fino  a Ragnarøkkr ed oltre…

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8

Ore 1:23:45

26 aprile 1986 – 26 aprile 2020

Il giorno che ha cambiato il corso della storia più dell’undici settembre, più di Fukushima e più del corona virus. Come annunciato mesi fa, metto gratuitamente a disposizione il mio libro per tutte quelle persone che non sono riuscite ad acquistarlo durante l’esposizione delle fotografie.

Per continuare ad aiutare le associazioni che hanno beneficiato delle donazioni, chiedo cortesemente a chiunque scarichi il mio volume di voler fare un’offerta, anche simbolica, all’AGMEN e all’ASTRO in maniera da continuare con la virtuosa filosofia del progetto.

Aiuta chi ha deciso di aiutare, e buona lettura.

«Il pensiero che faccio più spesso, quando porto qualcuno nella zona di esclusione o quando lo porto qui, in questo posto per bambini, è che spero che chi materialmente aveva giocato con questi giochi oggi sia una persona in salute e che abbia dimenticato. Ma non dimenticato la terra da dove proviene, ma solo le brutture che gli sono state inflitte dall’uomo.»

Per consultare il volume e poterlo scaricare, clicca sulla copertina sottostante, disegnata dall’artista triestina Marzia Postogna.

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Jeg er.

Peluso Daniele.
Non sono un tassista, non sono un fotografo né uno che scrive su di un blog.
Non sono un dirigente di una società di Rugby e non sono un allenatore. Non sono un giocatore né un cantastorie e non mi sento un motivatore.
Sono io: Peluso Daniele, e sono tutto. E sono niente.
Sono uno che è abituato a ridere, anche di sé stesso, a divertirsi e a far divertire; sono uno a cui piace pensare ed invita a riflettere.
Sono una persona amata e che ama, sono un uomo che abbraccia chi vuole farsi abbracciare e bacia chi ha voglia di farsi baciare. Sono una persona che ama provare emozioni e che le vuole condividere con chi è capace di provare emozioni. Sono una voce che spinge, ma sono il sorriso bonario di chi invita alla prudenza.
Sono la pigrizia di chi centellina anche i respiri e sono il furore divino di chi non è capace di stare fermo, nemmeno con la mente.
Sono il guizzo del pensiero fuori dalla scatola e il rispettoso guardare a chi è meglio di me. Mi lascio ispirare, copio, imito, vivo.
Sono il bello della contemplazione silenziosa, la gioia dell’azione, la sublimazione della parola, l’importanza del gesto.
Sono felice di vivere una vita che non vuole arrendersi ed essere normale.

Perché normale è ieri, ed io sono già domani.

pelupagliaccio

Sono il moto perpetuo, irrequietezza di spirito, la voglia di vivere e provare.
Sono la gioia del fallimento, l’estasi del disastro.
Io, oggi, godo dei miei tonfi, dei miei insuccessi, delle mie magre figure.
Io, oggi, non sono già più quello che sono, né quello che faccio.

Io, oggi, sono già quello che potrò essere domani…

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Quando ti lascio, il mio mondo si ferma.

Resta tutto sospeso, immobile, impassibile, cristallizzato in uno spazio-tempo indefinibile dove solo io posso muovermi: io e i miei pensieri.
Quando ti guardo, prima di andarmene, mi riempio gli occhi di te affinché la tua immagine possa restare latente il più possibile dentro ai miei occhi.
Quegli occhi che restano stupefatti e trasognanti a guardarti, quando resti lì immobile a farti ammirare, a farti vivere a farti godere.
Quando ti vedo, penso già al momento in cui dovrò lasciarti, e vivo in un perenne struggente attimo che mi porterà, già lo so, alla nostra separazione. Ma la dolcezza del tempo passato assieme mitiga ogni dolore, ogni rimpianto, ogni malinconica nostalgia. Mi rendi vivo, come solo tu sai fare. Vivo come mai sono stato senza di te.
Ma è per questo che voglio viverti, pezzo per pezzo, attimo per attimo, fino l’ultimo respiro, fino l’ultimo sorso di vita. Voglio viverti perché sei parte della mia vita, una parte irrinunciabile e delicata, e ti amerò con tutto me stesso fino la fine dei miei giorni.
Quando non ci sei mi struggo di desiderio e malinconia; a saperti lontana, inarrivabile e così tremendamente bella, corpo e mente si perdono e sciolgono in eterei, interminabili sospiri.

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Amo tutto di te: ogni tua luce, ogni tuo suono, ogni tuo sprazzo di vita. Ogni tuo angolo nascosto conosco come il posto più vicino al mio cuore.
Ti amo e ti desidero e ti guardo con gli occhi del ragazzino innamorato che combatte contro lo stomaco in subbuglio, le mani sudate e il cuore in gola, invaso da migliaia di farfalle concentrate nello stomaco.
Sei parte di me, e io parte di te, e arriverà presto il giorno in cui non ti guarderò più scappare via, veloce sotto i miei piedi, su quell’asfalto congelato mentre i miei occhi si gonfiano di lacrime, di tristezza e cupa disperazione. Arriverà quel giorno in cui potrò amarti come voglio, come meriti, con la libertà genuina e folle di chi ti ama con tutto sé stesso.
Un amore irresponsabile e dolcissimo, un’anima nuda messa davanti ai tuoi occhi.
Arriverà quel giorno, mia piccola gemma nascosta tra le montagne e il mare, incastonata tra lo Fjellheisen e lo Store Blåmann, dentro il mare del sogno, nella luce sfavillante del per tutta la vita.
Arriverà quel giorno è sarà vita. Sarà per tutta la vita.

Æ elsker deg: for evig og alltid.

Il cerchio si sta per chiudere.

Troverete in questo post l’ultima parte delle fotografie contenute nel mio libro su Černobyl’.
È stato un viaggio incredibile, fantastico e pieno di magia. Un viaggio incominciato a Kiev, una mattina di aprile di qualche anno fa, che terminerà il suo naturale corso con la disponibilità al download digitale gratuito il prossimo 26 aprile a partire dalle 1:23:40.
Pubblico così le ultime fotografie con una dedica speciale: grazie a chi ha voluto così intensamente sapere, conoscere e scoprire. Grazie a chi ha voluto condividere con me questo viaggio e ne condividerà altri mille, tenendo salda la mano sulla maniglia della mia valigia. Che di strada ne abbiamo ancora tanta da percorrere.
Grazie a chi ha voluto fermamente questo libro e che avrebbe fatto di tutto per averlo, perché mi ha potuto dimostrare, al di là delle parole, l’attaccamento a me ed a quello che faccio.
E un grazie a tutti quelli che lo hanno comprato e lo hanno usato anche solo per livellare il tavolo del soggiorno: avete contribuito a rendere la vita dei bambini ospedalizzati un po’ meno grigia, grazie al vostro sostegno.
Grazie ancora, si grazie a te. Grazie di aver dipinto la mia anima con tutti i colori dell’arcobaleno.
Tieni il libro, rileggilo otto volte. E poi aiutami a scriverne di nuovi.
Grazie a tutti, grazie dal cuore di un troll: questo è stato solo un meraviglioso inizio…

Daniele

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Per sempre.

Spesso siamo usi ad utilizzare le parole in maniera sbadata, inappropriata, guidati da una faciloneria lessicale che è indice palese della direzione intrapresa dalla nostra società.
Superficiale, sbadata, mordi e fuggi, poco attenta nell’andare a fondo nelle cose, nelle dinamiche interpersonali, negli affetti, nel rapporto che abbiamo gli uni con gli altri. Spesso capita anche a me, e se nel testo troverete degli errori, ecco spiegatone il motivo.
Ma le parole sono importanti.
Le parole sono fottutamente importanti e dovrebbero essere sempre usate con il giusto garbo, con il modo corretto, rispettandone l’immagine. Una immagine che le parole hanno dalla scintilla del loro vagito primigenio; le parole portano in sé un’immagine che è latente nella mente della moltitudine delle persone ma che è ben riconoscibile dagli occhi di chi ha voglia di cercarne la forma.

PERSEMPRE SMALL

Mi è recentemente venuta sotto mano una fotografia scattata di soppiatto sul traghetto che da Sommarøy mi avrebbe portato a Tromsø. È uno scatto rubato col telefonino, quindi qualitativamente non eccezionale, ma che racchiude in maniera perfetta le parole

“Per Sempre”.

E guardandola bene, adesso, credo fermamente sia così.
Una coppia matura, seduta l’uno vicino all’altra, completamente immersa nei rispettivi libri. Nella foto non si vede ma, spesso, durante il viaggio, i due si tenevano teneramente per mano, sostenendo il libro con le rispettive mani libere. Avvolti dalla luce accogliente del Nord, mentre tutto intorno il mondo stava a guardare, i due proseguivano il viaggio totalmente avulsi dalla realtà che li circondava. Un momento che, per me che ho voluto rubare questo attimo così splendido, ebbe il gusto pieno dell’eternità.

Per sempre.

Un’immagine che porterò sempre cara nella mia memoria.
Per Sempre: come una promessa, come un volo libero, come un canzone sussurrata dolcemente, come una telefonata inattesa ma sperata. Per sempre, come un libro che hai imparato ad amare dalla copertina al contenuto: ogni parola, ogni virgola, ogni spazio, ogni piccola pausa.
Per Sempre: un viaggio infinito che ciascuno di noi è destinato ad intraprendere.
Potere delle parole.

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Una dedica ad una donna.
Una dedica a tutte le donne.
Alle donne che si impegnano, alle donne che studiano e che evolvono, alle donne che danno il meglio di loro stesse per raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi.
Alle donne che sognano, alle donne che sperano, che non si arrendono, alle donne che amano, alle donne che non si fermano mai.
Alle donne che ispirano, che si fanno ispirare, alle donne che segnano la strada.
Alle donne che guardano avanti.

Nell’opera “A Maria”, il mio pensiero ad una donna di scienza. A Maria: una donna caparbia, testarda, fermamente convinta che il miglioramento sociale doveva passare attraverso il miglioramento di ogni singolo individuo. Una donna che aveva fatto del sapere un faro splendente e lo condivideva con chi ne aveva bisogno. Una donna che ha illuminato il mondo attraverso la fiaccola della conoscenza è ha indicato la strada a molti.
Dedicato a Maria Salomea Skłodowska.
Per il mondo, Marie Curie.

Sono fra coloro che pensano che la scienza abbia una grande bellezza. Uno studioso nel suo laboratorio non è solo un tecnico, è anche un bambino messo di fronte a fenomeni naturali che lo impressionano come una fiaba. Non dobbiamo lasciar credere che ogni progresso scientifico si riduca a dei meccanismi, a delle macchine, degli ingranaggi, che pure hanno anch’essi una loro bellezza. Io non credo che nel nostro mondo lo spirito d’avventura rischi di scomparire. Se vedo attorno a me qualcosa di vitale, è proprio questo spirito d’avventura che mi sembra impossibile da sradicare, e che ha molto in comune con la curiosità.

Maria

Mosaico di 9 Fuji Square Black Frame
Fuji Square SQ10 – Multiesposizione
Ready- Made 2020
©danielepeluso.com

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Dylan Dog lo sapeva già.

Dylan Dog lo sapeva già nel lontano 1993. Nella sfera magica, nell’arcano Palantír, già si potevano intravedere i nefasti influssi del Corona Virus.

Nell’isterica follia, nella perdita del senno, in un universo parallelo fatto di cellulosa e inchiostro si sono già consumate speranze ed umane follie. Potere della fantasia.

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Mosaico di 4 Fuji Square Black Frame
Fuji Square SQ10
Ready- Made 2020
©danielepeluso.com

“18 gennaio: sempre più virulenta l’epidemia di raffreddore che sta colpendo praticamenteil mondo intero…”

“12 febbraio: il super-raffreddore, come ormai viene chiamato, sembra inarrestabile. Le vittime si contano ormai a centinaia di milioni. Gli scienziati di tutto il mondo lavorano giorno e notte alla disperata ricerca di un antidoto…”

“03 marzo: questo è l’ultimo numero del Times. Che il signore abbia pietà di questo piccolo pianeta e delle nostre anime…”

Tratto da: Dylan Dog – Numero 77

“L’ultimo uomo sulla terra”

di Sclavi/Roi – Sergio Bonelli Editore

La mia Call for Artists “Rendi la Tua Vita un’Opera d’Arte” sosterrà la neonata associazione #iotifosveva.

Oggi 20 febbraio 2020 la nuova associazione è stata ufficialmete presentata dagli Amici Marta e Paolo a stampa ed istituzioni nella meravigliosa cornice del Savoia Excelsior Palace Hotel di Trieste. È quindi giunto il momento di rivelare i beneficiari della mia iniziativa artistica che cercherà, nel corso dei prossimi mesi, di raccogliere tutto il bene che l’Arte può esprimere per tramutatarlo in fattivo sostegno ad una causa che mi sta a cuore in maniera particolare.

Oggi, 20 febbraio, ricevo un particolare regalo di compleanno, potendo “svelare” publicamente di sostenere questa nuova realtà associativa nata dalla ferrea volontà dei genitori di Sveva che hanno lavorato senza sosta in questi ultimi mesi affinchè l’associazione che porta il nome della loro bambina vedesse la luce. Una associazione che lavorerà per supportare i bambini ricoverati presso il reparto Oncologico dell’Ospedale Infantile Burlo Garofolo di Trieste con un occhio di riguardo alla loro sfera emotiva, supportandoli in maniera da motivarli e sostenerli attivamente durante i momenti più duri della degenza e della terapia.

call2020

Devo personalmente molto a Sveva.
Ed è una cosa tra me e lei.

Sveva mi ha indicato la strada da percorrere con la mia fotografia, una strada che io non vedevo e che era lì, proprio dietro l’angolo, bastava saper dove – e come – guardare. La sua battaglia, la sua tenacia, il suo sorriso anche nei momenti più bui e dolorosi sono stati un esempio, non solo per il sottoscritto. Il suo coraggio e il suo attacamento alla vita non sono facili da descrivere a parole, quindi cercherò per una volta di essere meno prolisso e non mi perderò nei meandri della scrittura.

Mi limiterò a dire che Sveva è stata una bambina felice, e questo in fin dei conti è quello che davvero conta più di tutto. Cos’è l’Arte se non gioia di vivere in tutte le sue innumerevoli sfaccettature? L’Arte è vita, l’Arte è la sublimazione di quanto di bello l’essere umano è in grado di concepire ed è per questo che l’Arte è chiamata a sostenere chi vive in partricolari difficoltà.

In tanti si sono interessati a questa mia iniziativa; alcuni mi hanno contattato direttamente contribuendo in modo splendido alla causa. Molti artisti mi hanno già confermato la loro presenza, altri lo faranno a breve. Nella pagina del sito dedicata all’iniziativa la lista degli artisti verrà sempre aggiornata in tempo reale.

“Rendi la Tua Vita un’Opera d’Arte”, sarà una fantastica ed avvincente cavalcata che si concluderà con un’asta benefica che aiuterà che ha deciso di aiutare.

Credo non ci sia nulla di più genuinamente meraviglioso come questo.

Aiutami ad aiutare, diffondi questo messaggio.

IO TIFO SVEVA

…e lo farò per sempre!

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Tra tutti i Fumetti che giornalmente affollano le nostra edicole, Tex è sicuramente il più presente, conosciuto e longevo di tutti. Nato nel 1948 dall’idea di Gianluigi Bonelli e Galep, Tex è divenuto nel corso di settant’anni il simbolo indiscusso del made in Italy del fumetto, guadagnando di fatto l’immortalità grazie alle sterminate schiere di affezionati che continuano a seguirne le gesta.

Nel mio mosaico Fuji, l’omaggio al Ranger texano disegnato in una magnifica copertina da uno dei più grandi fumettisti che il nostro bel paese abbia visto mai: Claudio Villa.

Il whisky non cambia sapore a seconda della simpatia di chi lo offre. (Tex Willer)

Tex 700

Mosaico di 9 Fuji Square Black Frame
Fuji Square SQ10 – esposizione multipla
Ready- Made 2020
©danielepeluso.com

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Dopo i Metallica, spazio agli Slayer.

Ma io, chi sono?

Da dove vengo e, sopratutto, cosa ci faccio qui?

(Piccola analisi sulla fotografia live e sul perché io sia diventato un fotografo musicale.)

Sono diventato un fotografo musicale, ed ho praticato questo meraviglioso hobby per quasi una decade, solo ed esclusivamente per questo momento.

Se torno indietro nel tempo, se mi auto-analizzo, il passato si fa chiaro ai miei occhi stanchi.

Chi cazzo sono?

Da dove vengo?

Perché sono stato qui?

Andiamo con ordine.

Posto da me medesimo difronte ad una scelta, la fotografia e la musica contro lo sport, la scelta è caduta sulla musica. E ringrazio gli Dèi per aver guidato la mia mano, il mio occhio e il mio cuore, verso la vita da trincea nel Photo pit, coperto da pioggia, fango, sputi, gomme americane nei capelli, sole cocente e pessima birra a migliaia di euro.

Ho scelto la fotografia musicale per poter fotografare loro: gli Slayer. Questa è l’unica verità. E sono riuscito nel mio intento.

Alfa ed Omega del mio gusto musicale, paladini per decenni di quello che io ho sempre cercato nella musica, alfieri di un mondo che non esiste più.

Nella galleria sottostante, il mio commiato.

Dagli Slayer, dal sito che è stato per il sottoscritto un punto di riferimento imprescindibile e per cui posso ben dire di aver sputato sangue, da quella che fu la mia giovinezza. Non solo metaforicamente parlando.

Nelle immagini, pessime, raffazzonate ed approssimative di chi scatta con gli occhi invasi dalle lacrime si può leggere l’addio ad una delle mie ragioni di vita (musicali), ad una guida, ad un modo d’essere, ad una attitudine.

Dopo la morte di Jeff, mi ripromisi che quello sarebbe dovuto essere l’ultimo rendez-vous con il gruppo di Los Angeles, California.

Avrei potuto postare migliaia di foto migliori scattate alla band, queste però sono le più significative, quelle con più anima, quelle con più cuore.

A quest’ultime, allego il mio pensiero il giorno in cui venni a conoscenza della morte di Jeffrey John Hanneman, una fottuta mattina di maggio che mai scorderò. Brutta testa di cazzo, cosa mi hai combinato?

Rotto il giocattolo, finito il giro sulla giostra, il tempo di dirsi addio è arrivato da tempo.

Farò finta di non essere mai cambiato, di essere sempre quella mina vagante che si aggirava, sinistra, sotto quel palco.

Farò finta.

“Memories keep love alive
Memories will never die”

“Con la tua morte, caro Jeff, probabilmente si chiude definitivamente quel periodo della mia vita che più si lega alla gioventù. Quel tempo in cui tutto era possibile perché i limiti erano fatti esclusivamente per essere abbattuti. Una gioventù randagia fatta di musica, di birre calde bevute sulle spiagge, di concerti fangosi e di lividi.

Lividi ovunque.

Lividi che questa mattina riscopro nell’anima Jeff, e che scompariranno, lentamente, come fossero fantasmi di un tempo perduto. Ci si rende conto che la vita continua, felice, con i nuovi ritmi, i nuovi obiettivi, le nuove ambizioni. Continua anche in quella parte adolescenziale che continua a vivere, sempre, magari rinchiusa in un piccolo angolo di cuore e che esce, prepotentemente, quando si accendono gli ampli, quando la folla ruggisce, quando si spengono le luci e ci ritrova abbracciati, fratelli sconosciuti, sotto quel palco.

Gioventù perduta nel tempo e che non ha mai smesso di sognare. Gioventù di cui tu facevi parte, Jeff, ed ora che non ci sei più pian piano si dissolve nelle lacrime amare di chi ti ricorda. Con te le gioventù tramonta per far posto all’adulto che devo essere. Con la tua morte muore un gruppo che mi ha fatto compagnia, che mi accompagnato nelle crescita, che è stato la colonna sonora di un periodo fantastico. Il futuro che ho davanti, sono convinto, sarà altrettanto meraviglioso. Ma si è chiuso un capitolo importante, oggi 3 maggio, ed è forse giusto così. Potere della musica. Potere del legame che, indistintamente, ci unisce tutti dal primo all’ultimo. Ovunque tu sei ora, grazie.
Vaffanculo Jeff: “That life is unconditional and death is only the beggining! The pain will never end…”
Per Sempre Slayer.

Jeffrey John Hanneman. Oakland 31/01/64 – Los Angeles 02/05/13

Farò finta, sapendo bene di non riuscirci.

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