[Fotografica][Mente] – Wall of Dolls

Il testo è uno dei tanti scritti donati per l’innaugurazione del Wall of Dolls di Trieste, installazione permanete a ricordare le donne che hanno subito violenza.

Affinché non ci siano più violenze, affinché non ci siano più violenze di genere. Di NESSUN genere. Affinché non ci siano più schiave come Antonia.

Mai più.

Antonia non poteva parlare, non poteva pensare né avere una propria opinione.
Antonia era una schiava, un oggetto, poco più di un passatempo.
Qualcosa per far scivolar via le interminabili ore di una inesorabile vecchiaia.

Silenzio, fai piano.
Esci di casa di soppiatto, costume nella borsa e asciugamano sotto l’ascella.
Fai presto, tanto dorme.
Corri, veloce.
L’autobus aspetta.
Se lo perdi tanto vale tornare a casa.

Il mare, fresco a quell’ora del mattino, ti inebria e ti fa sentire viva. Sola; spiaggia vuota, bagno furtivo. Una concessione verso te stessa, un piacere nascosto.
Come la tua vita.

Corri, via in ufficio, prima dell’apertura, a fare le pulizie. Nessuno ti vede, nessuno sa chi sei. Invisibile, nascosta.
Quei soldi sono importanti: ti fanno pensare di essere indipendente, almeno per un po’.
Li nascondi, sono tuoi, ma dipendi da lui.
E lui lo sa.
Torni a casa col fiatone per preparare la sua colazione. Il signore deve trovare l’acqua calda per la barba, pronta nel pentolino vicino al rasoio già pronto all’uso. Niente scaldabagno per voi: inutile spesa. Dice.
Il caffè caldo, con l’anice, fumante in soggiorno dev’essere pronto subito dopo la tolettatura.

Fai veloce, serva.
E stattene zitta, non rispondere, porgi l’altra guancia.
Sii grata.
Spesa, veloce, e poi a casa a fare il pranzo.
Si mangia alle dodici.
Si deve sempre mangiare alle dodici, guardando il Tg uno.
E taci, cretina, che tanto non capisci un cazzo di niente.
Taci, ascolta e impara.
La tua opinione non serve.
Servi a niente, e portami il vino.
Lava i piatti, pulisci, metti in ordine. Taci sempre.

Poi, prima del riposo pomeridiano, inizia a pensare alla cena.

Sfiancata, a letto, camere separate. Come con la servitù.
Camera troppo grande per poter contenere così tanta solitudine.

Riposa Antonia.

Caffè, sigarette e schedine. Zitta che c’è radio radicale, Pannella parla e bisogna tacere. Tanto, anche a voler parlare, si fa meglio a star zitti.

Cena, alle sette, mangia in disparte, mentre il signore ascolta la televisione.
Sfinita, ciondoli dalla sedia alla poltrona, fino a quando non serve a lui, o fino a quando non decide di congedarti perché ti addormenti con la testa buttata all’indietro.
Stanca.
Sfinita.
Così stanca da non vedere l’ora di infilarti nel letto, così stanca da pensare solo all’acqua fresca del mare di domani. Sempre se sarà bel tempo, sempre se riuscirai a prendere quell’autobus.
Così stanca da non ricordare nemmeno cosa piaccia a te, cosa desideri, cosa volevi dalla tua vita. Così stanca da non ricordare nemmeno il tuo nome.

Antonia.

Nonna.

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