[Istantanea][Mente] – Coltivare il Sacro Errore

Coltivare il Sacro Errore

Inquadro.

Vedo.

Scatto.

Pochi minuti e la fotografia compare, come per magia, davanti ai miei occhi.

«Ma è dannatamente scura», penso mentre sviluppa.

Il risultato non mi soddisfa.

Non era quella la fotografia che avevo in mente e, sopratutto, dentro agli occhi.

Spesso, molto spesso, tra intento e risultato ce ne passa. Tra intenzione e risultato, il solco talvolta è quasi incolmabile.

«È solo una delle tante foto pessime che mi sono uscite», mi dico con malcelato disappunto. Penso di buttarla, l’accantono, la copro con qualche fumetto e con dei vecchi ritagli di giornale. Poi però torno indietro sui miei passi. La sento chiamare. Sì, lo so, sembra assurdo, ma è così.

E io sto bene.

Amo tutte le mie foto ma, non so perché, questa fotografia mi disturba. Vorrei non vedere più quel macroscopico difetto, quell’esposizione bislacca e palesemente sbagliata che sposta l’equilibrio verso il buio.

Posso assicuravi di essere sano di mente, non pensate il contrario, sia ben chiaro. Eppure questa foto mi ronza dentro, come una mosca scura intenta a sbattere con forza tra le pareti di un vaso chiuso ermeticamente. Sono sano di mente, davvero, eppure questa foto non posso guardarla. La faccio riemergere dalla pila di robaccia che le avevo messo sopra. La guardo. Mi infastidisce. Eppure la amo. L’amo come le amo tutte. Decido di metterla nella scatola delle foto “da decidere”, quegli scatti né troppo belli, né troppo brutti. Semplicemente scatti così, imperfetti.

Come me.

Sento una strana sensazione mentre chiudo il contenitore di plastica: mi sento a disagio. Passo la notte a pensare a quello scatto e a come sia stato possibile sbagliarlo. Mi sento bene, davvero, anche se il pensiero scava dentro come un tarlo. Mi alzo, faccio luce con la torcia del telefonino, di soppiatto cerco la scatola e apro il coperchio. Guardo la fotografia, messa sopra tutte le altre. Anche alla luce bianca, avvolto nel buio della notte, la sua imperfezione mi destabilizza. Spengo. Chiudo. Torno a dormire.

Penso ad altro.

Mi corico, ma sento che la fotografia mi chiama. È una sensazione strana: la sento battere contro quel contenitore di plastica a buon mercato. Sono in me, ve lo assicuro, ma questa foto continua pur sempre a chiamarmi. Non chiudo occhio, sono stanco e infastidito.

L’alba arriva come una palla di fuoco che entra prepotente dalla finestra che dà sul viale. Non ho dormito, ho pensato solo a lei. La sento battere, la odio.

Mi alzo di scatto, corro verso la scatola. Non posso più pensare ad altro, la devo avere tra le mani. Mi sento bene, davvero, se non fosse per una forte irritazione agli occhi, causata dalla mancanza di sonno, e un leggero mal di testa. Ma mi sento bene, davvero. Tengo la foto tra le dita, mentre cerco nel mobile del soggiorno la taglierina da ufficio. Deve smettere di chiamarmi, questa maledettissima fotografia nata sbagliata. La sbatto sul tavolo, preparo la ghigliottina. Pur avendola davanti, a pochi centimetri dal mio muso sfinito, continua a chiamarmi, la maledetta.

Alzo la lama.

Prendo la foto e la scaravento sul piano millimetrato della taglierina.

Ora la finirà.

Ora sarà il silenzio.

Ora potrò tornare a dormire.

Sicuro. Non sbaglierò più una foto, lo giuro.

Calo il filo come fosse una scure. La taglio in due in un sol colpo. Un taglio netto, preciso, pulito.

Tutto tace.

Il mondo tutt’attorno si acquieta. Il respiro si normalizza, respiro bene.

Raccolgo la fotografia mutilata e, col cuore più leggero, mi dirigo verso la cucina. Silente.

Appoggio i due lembi bianchi sul tavolo mentre mi preparo un caffè. La macchinetta fa un rumore d’inferno, ma di quel caffè ne ho davvero bisogno. Prendo la foto e la butto nella busta dell’immondizia.

Libero.

Mi ustiono la lingua ma non sento dolore: sono libero, di altro semplicemente non me ne curo. Mi infilo sotto le coperte, sorrido.

Buonanotte.

Buongiorno.

Sento bussare, penso sia la porta. No, non è la porta. Il rumore è ovattato, plastico, lontano. Mi avvicino al rumore, trovo la scatola aperta. Dentro c’è la foto, intatta, sottoesposta, imperfetta, bellissima.

Ma sto bene. Davvero.

Vado in cucina, apro la bottiglia di Amarone che conservo per le occasioni speciali. Eccola, la fottuta occasione speciale. Prendo la foto, la poggio vicino al bicchiere.

Stappo, brindo. Brindo allo sbaglio, festeggio l’errore, godo nella sublimazione perfetta dell’imperfetto. Muto, taccio, davanti alla mia fotografia. Brindo a lei, all’improbabile, al mai scontato, al movimento erroneo che m’ha fatto nascere, che mi fa crescere e mi rende ancora più imperfetto. Fighissimo nelle mie mille imperfezioni. Nel grossolano non in linea. Sorrido. Fighissimo.

Ancora più follemente innamorato della scintilla creativa, dello spirito generatore, dei miei sbagli e delle mie disfatte.

Brindo ai miei errori e, facendolo, vedo la fotografia divisa in due, adesso sì, sul tavolo della cucina.

Ora sì, silente.

Perfetta perché accettata.

In silenzio.

Mia.

31 Comments

  1. Ma quanto ami il tuo lavoro le tue foto!!! Questa lotta interiore con una foto venuta un po’ male ti ha quasi devastato. E’ ammirevole l’amore che metti nel tuo lavoro. Complimenti e viva tutte le foto, anche quelle venute male!!!! ❤

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  2. … a volte, per caso, sbagliando strada, s’incontra un amore, o un amico che non si vedeva da una vita, o si trova su un muretto un fiore sconosciuto, oppure per caso si sbaglia uno scatto… Mi viengono sempre in mente anche le storie di qualche scienziato che – dopo anni e anni di studio – per caso poi, in un momento di ‘distrazione’ o di riposo, fa delle scoperte importantissime. Non voglio con questo però idealizzare, o scusare, gli errori però, forse, un giorno ‘sbagliando’ ti capiterà di fare una foto bellissima non molto soggetta alla ‘ragione’ 😊

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