Černobyl’ – 30 anni dopo | MARZIA POSTOGNA

In attesa del 10 dicembre, data di apertura della mia prima personale, vorrei farvi conoscere le persone che, a vario titolo, hanno contribuito alla preparazione del progetto.
In pole position metto Marzia, l’artista e amica che ha messo su carta le mie tante idee, spesso confuse, sulla copertina del libro/catalogo. I suoi acquarelli hanno disegnato le mie idee, regalandomi una copertina di valore assoluto che mi ha reso ancora più orgoglioso dell’intero progetto.
Le ho chiesto di raccontarsi. Questa è Marzia:

“La verità è che non ho mai avuto le idee chiare: fin da bambina mi piaceva disegnare ma non gli ho mai dato importanza, semplicemente faceva parte di me e non ho mai pensato di diventare una disegnatrice o una pittrice.
Ingenuamente raccontavo a mia mamma che ero un’artista nonostante non sapessi nemmeno cosa volesse dire, eppure ci credevo veramente perché lo sentivo dentro di me.
Mio fratello è sempre stato il mio Eroe, lui sì che ha sempre saputo cosa fare, io invece fluttuavo nel mondo dei sogni; cambiavo idea ogni cinque minuti, nulla di ciò che facevo durava più di un battito di ciglia.
Dopo aver seguito il consiglio di una persona che mi disse “Non hai voglia di studiare, scegli una scuola professionale, non frequentare un liceo” e dopo aver seguito le orme di mio fratello cercandomi un lavoro per potermi mantenere, la voglia di studiare si presentò alla mia porta con le sembianze di curiosità, di interesse e voglia di scoprire nuovi mondi.
Così un giorno, economicamente indipendente e lontana dal tetto famigliare, iniziai a scoprire la lettura che mi portò all’interesse verso le storie ed ai racconti.
Iniziò un capitolo della mia vita di sperimentazione: mi buttai a capofitto nella frequentazione di corsi di ogni genere: disegno, pittura, fumetto, sceneggiatura, scrittura, cucito, disegno dal vero e qualunque cosa pur che fosse creativa. Ovviamente affrontai tutto con molte difficoltà: i corsi avevano quasi sempre orari non adatti ai miei turni lavorativi ed era sempre un’impresa riuscire a frequentarli costantemente. Ma lo volevo fare a tutti i costi sentivo che lo dovevo a me stessa.
Tutti questi corsi mi hanno portata a Sarmede a frequentare un corso di Illustrazione per bambini tenuto dalla docente Sarolta Szulyovszky, una fantastica insegnante, ed è lì che c’è stata la svolta.
Finalmente avevo capito che era quella la mia strada, così ho smesso di perdere tempo nelle mie incertezze e paure ed ho iniziato a lavorare sodo. Poi è arrivato questo progetto per la copertina del libro fotografico su Černobyl’ che mi ha dato ancor di più una spinta a proseguire il mio cammino.
Così sono arrivata qui al mio punto di partenza.
Ho sempre sentito l’esigenza di condividere e raccontare la mia visione attraverso immagini che possano diventare delle storie fantastiche con dentro un messaggio da scoprire durante il viaggio. Ci sono moltissime cose da imparare e ci saranno sempre perché questo è ciò che fa un artista. Quindi “al lavoro!”.

Postogna Marzia”

In attesa del sito ufficiale dell’artista, in fase di ristrotturazione, potete visitare la pagina ufficiale su Facebook.

L’appuntamento è fissato quindi per lunedì 10 dicembre per l’apertura della mostra “Černobyl’ – 30 anni dopo” presso l’’Antico Caffè San Marco di Trieste.

 

 

Ora che ho perso la vista, ci vedo di più.

“Ora che ho perso la vista, ci vedo di più”

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Quando tutto sembra perduto, bisogna ripartire da quello che si ha.
Sono passate due settimane da quando, un gesto vile e infame da parte di un verme nascosto nell’ombra, ho perso gran parte della mia attrezzatura fotografica, digitale e istantanea. La mia fedele Nikon e la mia amatissima Leica, fulcro indispensabile di molti miei progetti, mi sono state tolte e non torneranno più.
La botta si è fatta sentire, violenta come un treno in corsa preso in pieno muso, tanto da farmi perdere quasi del tutto la voglia di riemergere da questo pantano fatto di nostalgia e rancore. Ho perso giornate intere a rodermi fegato ed anima, pensando a tutto quello che avevo perso. Poi mi sono risvegliato, ho aperto gli occhi e ho riacceso la luce. Mi sono detto che non potevo stare troppo a piangere sul latte versato e che dovevo darmi uno bello scossone.
Lo scrivo qui, come promemoria, solo come sprone.
Mi hanno colpito, ma non mi sono arreso.

A presto.

Fotografia Zero Pixel 2018 | TERRA

Novembre è in arrivo e porta con sė una manifestazione unica e meravigliosa nel mondo della fotografia: il festival Zero Pixel, giunto quest’anno alla sua quinta edizione. Quest’anno, per la seconda volta, gli organizzatori hanno voluto coinvolgermi in questo meraviglioso progetto che porta a Trieste, e non solo, il meglio della fotografia chimica. A partire dal 5 novembre, quindi, troverete una mia fotografia “Рудий ліс – Ai margini della Foresta Rossa”, esposta presso la Biblioteca Statale S. Crise di L.go Papa Giovanni XXIII n. 6.

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La fotografia, una 50×50 scattata con la Hasselblad 500 cm e la pellicola Ilfotrd FP4, ha immortalato il margine della foresta rossa, poco distante da quellonche fu l’abitato di Pryp”jat’, a una decina di chilometri dalla centrale nucleare di Černobyl’.
Di seguito riporto le informazioni consultabili sul sito dell’associazione:

L’etimologia della parola TERRA si riconduce alla radice indoeuropea tars- (secco) che ritroviamo nel sanscrito trsyami, nel greco τερσαίνω (fare seccare), nel verbo latino torrĕo (disseccare) e, sempre

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in latino, nell’aggettivo sostantivato, terra (o tersa) con sottintesa la parola materia. Per cui, TERRA significa originariamente e letteralmente “materia asciutta” da contrapporsi alle acque che nella cosmogonia antica costituivano buona parte dell’universo.
Nell’enciclopedia Treccani lo sviluppo del significato della parola TERRA è molto ampio e coglie numerose sfumature utili ad ispirazioni interpretative.
Tuttavia, per non limitare la creatività e la fantasia dei fotografi invitati a svilupparlo, viene data la massima libertà di espressione a ciò che TERRA può significare in senso lato, intesa come:
– pianeta o parte dell’Universo, come suolo vergine, ventre che germina e nutre;
– suolo utilizzato, trattato, maltrattato, inquinato, cementificato, deforestato;
– luogo di sperimentazioni;
– luogo natio, di appartenenza, sognato, desiderato, conteso e agognato, nemico;
– luogo di nessuno, di nascita, di sepoltura.

Ci vediamo il 5 novembre!

IL CALENDARIO

NOVEMBRE 2018

Lunedì 5 novembre | ore 17:00
Biblioteca Statale S. Crise – L.go Papa Giovanni XXIII n. 6
FOTOGRAFIA ZERO PIXEL 2018 – TERRA
Vernissage della mostra collettiva e presentazione del catalogo e del calendario del Festival.
La mostra sarà visitabile fino al 30/11.

Venerdì 9 novembre | ore 18:00
Libreria e Antico Caffè San Marco – Via Battisti n. 18
STEFANO TUBARO – OSSEQUI
Inaugurazione della mostra a cura del critico fotografico Guido Cecere.
La mostra sarà visitabile fino al 30/11.

Sabato 10 novembre | ore 10:30
Biblioteca Statale S. Crise – L.go Papa Giovanni XXIII n. 6
LABORATORIO GRATUITO OFF-CAMERA
a cura di Annamaria Castellan – Ass. Culturale Acquamarina.

Mercoledì 14 novembre | ore18:00
Mediateca Cappella Underground – Via Roma, 19
INAUGURAZIONE MOSTRA “POLAROID”
a cura di Michela Scagnetti – Associazione Officina Istantanea.

Venerdì 16 novembre | ore 18:00
Alinari Image Museum – Castello di San Giusto
NINO MIGLIORI. UN FOTOGRAFO D’AVANGUARDIA NELL’ITALIA DEL NEOREALISMO
Inaugurazione mostra a cura di Annamaria Castellan e Emanuela Sesti.

Sabato 17 novembre | ore 10:30
Biblioteca Statale S.Crise – L.go Papa Giovanni XXIII n. 6
LABORATORIO GRATUITO DI FOTOGRAFIA ISTANTANEA
a cura di Officina Istantanea.

Martedì 20 novembre | 18:00
Spazio d’Arte Trart – Viale XX Settembre 33
ENNIO DEMARIN – POLAROID TRANSFER
Inaugurazione mostra fotografica a cura di Giacomo Frullani e Federica Luser.

Mercoledì 21 novembre | ore 20:00
Cinema Ariston – Viale Romolo Gessi, 14
PROIEZIONE “HOME” di Yann Arthus Bertrand.
Intervento del Prof. Mario Fiorentini dell’ Università di Trieste

Sabato 24 novembre | ore 11:00
Alinari Image Museum – Castello di San Giusto
IL GENIO DI EDWIN LAND, LA POLAROID FINO AI GIORNI NOSTRI
Conferenza con Massimiliano Muner.

Sabato 24 novembre | dalle 14 alle 17
Domenica 25 novembre | dalle 10 alle 17
Sede dell’Associazione Acquamarina – Via Rossetti 16
WORKSHOP DI FOTOGRAFIA CHIMICA
Ripresa/Sviluppo/Stampa (Quota di partecipazione 30€)

Lunedì 26 novembre | ore 18:30
Spazio d’arte Trart – Viale XX Settembre, 33
SERATA EVENTO CON ENNIO DEMARIN
Il fotografo eseguirá per il pubblico un’esclusiva estrapolazione Polaroid 50×70.
DICEMBRE 2018

Sabato 1 Dicembre | ore 11:00
Alinari Image Museum – Castello di San Giusto
IL RESTAURO IN FOTOGRAFIA
Incontro con Emanuela Sesti sui corsi in conservazione e restauro della fotografia
in collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure.

Lunedì 3 Dicembre | ore 17:00
Circolo della Stampa – Corso Italia, 13
Seminario con l’avvocato Massimo Stefanutti
DIRITTO D’AUTORE, FOTOGRAFIA E GIORNALISMO
Incontro inserito nella formazione permanente dell’Ordine dei Giornalisti,
attribuisce 4 crediti deontologici.

Mercoledì 5 Dicembre | ore 18:00
Libreria e Antico Caffè San Marco – Via Battisti n. 18
DENUDARE MEMORIA, BEIRUT 2018
Incontro con Andrej Furlan, a cura di Valerio Fiandra.

Mercoledì 5 Dicembre | ore 21:00
Cinema Ariston – Viale Romolo Gessi, 14
PROIEZIONE “IL SALE DELLA TERRA”
di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado.
Intervento di Matteo Fermeglia, dott. di ricerca interateneo Università di Udine e Trieste

Sabato 15 Dicembre | ore 11:00
Alinari Image Museum – Castello di San Giusto
I SEGNI DELLA TERRA
Un omaggio alla bellezza del nostro pianeta
attraverso la storia della fotografia – con Monica Mazzolini.

Sabato 15 Dicembre | ore 19:00
Libreria e Antico Caffè San Marco – Via Battisti n. 18
FZP REWIND – FESTA DI CHIUSURA DEL FESTIVAL
Evento video e musicale.

Trieste in Blu

Tempo fa mi finirono per le mani due pacchetti nuovi dell’Impossible Project per la SX-70.
Era da un po’ di tempo che non utilizzavo il vecchio gioiellino nato dal genio di Edward Land e decisi, complice una giornata a dir poco meravigliosa, di dare una nuova opportunità alle pellicole prodotte dal progetto istantaneo olandese. Premetto che di film della fabbrica che riprese in mano le sorti della gloriosa Polaroid ne ho comperati davvero molti, spendendo una vera e propria fortuna (con risultati obiettivamente scadenti), quindi tornare a scattare con i nuovi film era una sfida che avevo deciso di accettare spinto da una incontenibile curiosità.
Quello che ne è uscito è questa serie di immagini di #Trieste colte all’apice del mio momento minimalista – momento che per fortuna non è ancora terminato.

#sogni in corso | #anime vaganti

La fotografia è il demone che ho scelto, o forse è stata la fotografia a scegliere me. Non ho nemmeno iniziato a lavorare sul progetto Černobyl’ che ho già sviluppato un nuovo lavoro interamente dedicato alla fotografia istantanea.
Il nuovo progetto è quanto di più distante ci possa essere rispetto all’idea stessa di fotografia che avevo quando ho iniziato a dedicarmi a questa splendida Arte. Vent’anni fa non avrei mai pensato di fotografare la gente; da giovanissimo trovavo i ritratti una cosa fastidiosa, inutile, un tipo di fotografia che mai si sarebbe radicata in me. Quattro lustri più tardi, dopo aver passato gli ultimi dieci anni a fotografare eventi sportivi, musicali e in generale ogni tipo possibile di umanità, ho dato il via ad un progetto di ritratto molto intimo e introspettivo, ribattezzato #sogni / #anime.
Il titolo del progetto è ancora provvisorio, instabile e traballante come me e le mie idee, anche se nella parziale inadeguatezza riesce a racchiudere in sé lo scopo dell’intero progetto: riprendere, nei limiti del possibile, le diverse anime che popolano Trieste. Ho scelto la fotografia istantanea in modo da rendere i soggetti ritratti delle vere e proprie opere d’arte, irriproducibili e senza nessun artefizio tecnologico, in modo da poterne cogliere la vera essenza, appunto, istantanea.

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Ho iniziato a ritrarre le varie anime che popolano questa città eternamente persa tra passato e presente, lontana da tutto ma al centro di un tutto ancora più grande, piena zeppa di talenti, eccellenze, idee e occasioni. Ho cercato di dare spazio a chi ha reso onore al nome di Trieste in giro per il mondo, a chi si è trovato qui per caso o solo di passaggio, ma anche alle persone che ho ritenuto “interessanti” nel corso del mio quotidiano, indipendentemente dal sesso, razza, religione o gusti musicali.
Raccolgo così i ritratti di individui molto diversi tra loro, e mi diverto un sacco a farlo perché la fotografia è conoscenza e socializzazione, è scoperta ed incontro, perché ritrarre gli altri ti dà la possibilità di svelare una parte intima e nascosta che solo attraverso l’obiettivo del fotografo riesce a carpire.
Ho appena iniziato e già mi sto divertendo parecchio: vi racconterò del pranzo con uno dei più grandi fotoreporter al mondo e della sua grande umanità, o dello scatto mordi e fuggi con un virologo di fama internazionale, o dei scampoli di fotografia raccontata dai ricordi di un noto conduttore radiofonico, ma anche della tatuatrice giramondo e della autista di autobus perennemente in ritardo. Anime uniche e preziose.
Umanità diverse che si sono date appuntamento a Trieste, in questo lembo di terra tra cielo e mare dove nulla succede per caso, nemmeno gli incontri più improbabili.

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Černobyl’ – 30 anni dopo | LA MOSTRA

LA MOSTRA FOTOGRAFICA

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Černobyl’ – 30 anni dopo non è solo un libro fotografico!

Il progetto, infatti, è molto più articolato ed è giunto il momento di rivelarne una sostanziosa parte.
Le fotografie che compongono il libro saranno infatti esposte nella prestigiosa location triestina dell’Antico Caffè San Marco di Trieste dal 10 al 16 dicembre 2018.
La mostra, curata da Michela Scagnetti e dall’insostituibile lavoro dell’Officina Istantanea, raccoglierà nel magnifico caffè triestino, ritrovo di artisti ed intellettuali come Saba, Svevo, Joyce e Magris, tutte le immagini istantanee raccolte nel volume che sarà distribuito a partire dal giorno stesso dell’inaugurazione.
Alla fine della mostra, DOMENICA 16 dicembre, l’appuntamento si rinnoverà per la vendita delle immagini esposte. Le fotografie saranno infatti vendute, in un’asta aperta a tutti, e il cui ricavato sarà interamente devoluto in beneficenza all’associazione A.G.M.E.N. di Trieste a all’associazione ASTRO, realtà operanti presso l’Ospedale Infantile Burlo Garofolo di Trieste.
L’appuntamento è fissato quindi per l’inaugurazione della mostra:

Lunedì 10 dicembre 2018 alle ore 18:30 in via Battisti 18 presso l’Antico Caffè San Marco

Ricordo che anche parte dei ricavati del volume/catalogo “Černobyl’ – 30 anni dopo” verranno devoluti in beneficenza assieme alle offerte che ognuno deciderà di fare. L’intero progetto è nato sull’onda del sostegno alla causa #iotifosveva e per dare un contributo tangibile a tutti quei bambini che combattono, assieme alla nostra piccola amica, una battaglia durissima per la loro vita assieme alle loro famiglie. È per questo motivo che ho scelto, assieme alle persone che si sono prodigate nella realizzazione di questa mostra, di donare il ricavato della vendita delle immagini a queste due associazioni: una maniera concreta di aiutare, sul campo, chi aiuta.

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Corsi e Ricorsi

È nel destino degli uomini il restare fedeli al demone che si scelgono, spingersi alle estreme conseguenze, anche quando il nostro istinto ci ha avvertito del pericolo. E poi venire distrutti.  – Dylan Dog

Ma non avevi detto di esserti stancato?
Si, lo avevo detto.
Ma non avevi detto di non volerne più sapere della fotografia?
Si, te lo confermo.
E della musica?
Si, ho detto anche questo.
E allora, perché hai rispolverato la vecchia macchina fotografica, il cannone da concerto, la borsa a tracolla?
Perché sono stufo di essere stanco. E perché un po mi manca quel mondo così strano, seducente, ammaliante che ti dona un po’ di quelle luci della ribalta anche se stai sotto, in un angolino, a fotografare.
Ogni tanto è bello sgomitare con i fotografi, quelli veri, alla ricerca di uno spazio ottimale per poter rubare lo scatto perfetto, quello che ti fa saltare dalla seggiola quando lo riguardi al computer.
Sarà…Ma che ci troverai mai nel startene li in piedi a fotografare quattro scalmanati che urlano sul palco.
Beh, vedi, è un miscuglio di emozioni difficile da spiegare così, con quattro parole in croce. Stare la sotto è tensione, emozione, gioia, stanchezza, rabbia e disapprovazione. È il piccolo contributo che decidi di dare alla musica. Questo è un contributo che costa caro però: continue migliorie tecnologiche, ore di permesso dalla famiglia e dal lavoro, benzina, pedaggi, autostrade. E poi sputi in faccia, sia dal pubblico che dagli artisti, chewing gum tra i capelli, bicchieri di birra (pieni) volati in testa, pioggia battente e sole cocente, ma anche tante esperienze, non sempre edificanti, che fai conoscendo quelli come te, sotto quel palco, o nell’area stampa mentre ti godi una meritata birra dopo aver fatto a cazzotti per trovare lo spazio giusto.
Contento tu. Per me continuano ad essere delle cazzate.
Contento? Non lo so se sono contento, ma questo dipende in gran parte dal mio carattere schizofrenico. So solo che quando sono la sotto, in attesa che il telo scenda, mentre migliaia di persone alle mie spalle sono intente ad urlare tanto da farti venire il mal di testa, quando esplodono i fuochi d’artificio e le luci sulla tua testa iniziano una danza convulsa e febbrile lì, in quel preciso momento, posso dire di essere in pace con me stesso.

Alexi Lahio – Cildren Of Bodom

Da padre a figlio

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«Papà! Papà, posso farti una fotografia?»
«Ma amore, lo sai che a papà non piace essere fotografato. E poi non credo che tu voglia davvero fotografare un cinghiale…»
«Ma papà, tu non sei un cinghiale!»
«Beh, insomma. Comunque va bene dai, tira fuori la tua macchina fotografica e dacci dentro.»
«Papà io vorrei fotografarti con una delle tue macchinette però. Vorrei provare quella strana che sta sul tavolo.»
«Quella istantanea, Eirik? Quella che sputa fuori subito la fotografia senza nemmeno la compassionevole passatina con photoshop per sembrare un essere umano?»
«Quella che fa uscire subito la foto!»
«Ecco, perfetto. Va bene dai, prendila in mano, accendila, mira la tua preda irsuta e scatta. Ricorda che hai un solo colpo, una sola possibilità per fare bene. One shot, one kill.»
«Si, tranquillo. Grazie papà.»
«Grazie a te, Eirik.»

 

Alta | La prima Magia

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Era una notte buia e tempestosa.
Tutte le grandi storie cominciano pressapoco così.
Persi in una perturbazione nel bel mezzo del Mar di Norvegia, viaggiavamo in direzione Nord, verso la placida e sonnacchiosa Honningsvåg.

Sull’ultimo ponte della nave, un veloce e comodo postale della conosciutissima compagnia Hurtigruten, si ballava come al centro di una affollata balera romagnola.
La prua della “Midnatsol” beccheggiava in maniera considerevole sotto le imponenti onde che erano penetrate tra le isole chiamate a proteggere il Finnmark dalla violenza dei marosi. Un vento gelido, portatore di fischi, ululati e sibili, scuoteva i vetri dell’imbarcazione che, con non poca fatica, cercava di guadagnarsi le calme e placide acque di un porto sicuro.
Il comandante della nave, con una decisione coraggiosa, decise di far rotta verso la città di Alta, piccolo centro urbano conosciuto ai più per le famosissime incisioni rupestri (Helleristningene i Alta) che riposano da secoli nei pressi di Jiepmaluokta a pochi chilometri dal centro abitato. Ovviamente la sosta non era programmata, ma contro Madre Natura c’era davvero poco da fare. Era la prima volta che mi fermavo per la notte in una nave attraccata in porto, esperienza strana oserei dire.

Quando scese la sera decidemmo di fare un giro per i dintorni, ma dovemmo desistere quasi subito vista l’enorme quantità di neve che si era abbattuta sul porto e nelle strade circostanti. Poco male, la cambusa del vecchio postale ci sarebbe venuta sicuramente in soccorso. Bevemmo qualche birra al bar della nave, sperando di avere almeno l’opportunità di vedere le aurore boreali, visto che a Tromsø, in quei giorni, aveva nevicato che Odino la mandava.
Presi il mio fido treppiedi e la macchina fotografica, deciso a portare a casa qualcosa di decente da consegnare ai posteri. Il cielo era velato sopra il “Gruta”, decisamente nuvoloso verso la città. Qualche piccola aurora decise di far capolino dietro le colline, a pochi passi dall’ingresso al porto, solo per stuzzicare le voglie fotografiche dei congelati astanti. Poca roba però; sapevamo che il cielo poteva, e doveva, dare di meglio.
Trovammo un posto perfetto per preparare il cavalletto, lontano dalla ressa di fotografi occasionali pronti ad immortalare il verde del cielo a mano libera.
Tutto era nel posto giusto: la mia fedele Nikon D200 era pronta a ragliare al freddo intenso del gennaio norvegese, preparata ad immortalare, ad ogni mio comando, ogni piccola e impercettibile variazione cromatica della volta celeste.
Non dovemmo aspettare poi tanto: tutto d’un tratto, da un ammasso di grigie nuvole che sovrastavano una città silente, una lingua di fuoco verde iniziò a serpeggiare impazzita sopra le nostre teste. Un delirio di click di otturatori impazziti ruppero il silenzio della notte, nella magia della mia prima vera Aurora Boreale.
Riuscii a portare qualche buon scatto a casa, ma la difficoltà di fotografare l’aurora in quelle condizioni fu evidente fin da subito. Anche se praticamente impercettibile, il movimento ondulatorio della nave faceva a botte con i tempi lunghi di esposizione della macchina fotografica che registrò, suo malgrado, un “mosso” quasi onnipresente.
Poco male per la tecnica e la pulizia della fotografia: fu una delle esperienze più incredibili in terra norvegese fino ad allora. E anche se di foto alla aurore ne ho fatte ancora moltissime, questa “lingua di drago” resterà sempre nel mio cuore come la prima di una lunga e fortunata serie.

Tusen Takk Norge, jeg elsker deg!

Kiss @ Arena di Verona

From the past: riesumo dalle polveri del passato un articolo scritto per truemetal.it sul concerto dei Kiss dell′Arena di Verona.

Alla fine a vincere è il pubblico. Quella esultante, variopinta, chiassosa, truccata umanità che ha riempito le strade della (meravigliosa) Verona, impegnata ad accogliere frotte di turisti giapponesi – tutti con l’immancabile bastone per selfie – in una torrida giornata di pre-estate. Vince la Kiss Army con i suoi battaglioni multirazziali, multicolori, di tutte le età, provenienza, ceto sociale e attitudine sessuale.

Siamo tutti qui, in trepidante attesa che quei grossi cancelli in ferro si aprano, per tributare un amore interminabile che ha attraversato, con molti alti e pochi bassi, una storia che dura da quarant’anni. Tutti in fila, circondati da centurioni romani e da insistenti bagarini dall’aria – spesso – trasandata, in attesa di poter nuovamente godere dello spettacolo dell’Arena, tirata a lustro per il pubblico delle grandi occasioni. Fuori dalle mura dell’anfiteatro, sono riposti ordinatamente i megalitici arredi scenici egizi dell’Aida di Verdi, spettatori silenziosi del rito pagano del Rock’N’Roll  che si andrà a consumare da qui alle prossime ore. Birra, face-paintig pesante (“lo Starchild” e il “Demone” vanno sempre per la maggiore) e tanti visi sorridenti incontro nel mio girovagare per il centro cittadino.

Fa caldo, un caldo becco oserei dire: una cappa grigiastra sovrasta la mia testa che ribolle, persa in mille pensieri. Dopo sei anni di lavoro e di assoluta fedeltà per il mio amato truemetal, oggi finalmente avrò la possibilità di fotografare i Kiss, gruppo che come nessun altro al mondo rappresenta l’orgasmo artistico per chi come me è appassionato di musica e fotografia da sempre. La meravigliosa addetta stampa che lavora per conto della Barleys-Art mi telefonò la sera prima, mentre ero intento ad armeggiare con una vecchia Hasselblad, comunicandomi l’avvenuto accredito come fotografo per la serata di Verona. Da quell’istante non seppi pensare ad altro, se non al momento in cui sarei arrivato sotto quel palco con la mia vecchia macchina fotografica, il mio obiettivo sgangherato ma ancora performante, e il mio batticuore.

Solo adesso mi rendo conto che il momento a lungo atteso arriverà a momenti, questione di poche ore. Il cuore batte in gola come un martello pneumatico mentre mi avvicino all’Arena. Lunghe file di fan trepidanti si sono formate fuori dai cancelli d’ingresso che, per un motivo a me ignoto, sono ancora chiusi. Qualcuno rumoreggia, altri fischiano; ben poca cosa nel clima comunque rilassato che si respira un po’ ovunque in città.

I cancelli si aprono con quaranta minuti di ritardo: a farne le spese sono gli ottimi The Dead Daisies  dell’inossidabile John Corabi  che suonano comunque al massimo delle loro possibilità, dando prova di grande attitudine musicale unita ad una professionalità ineccepibile. Coraby gira per il palco salutando tutti i (pochi) spettatori delle “poltronissime”, mentre inizio a scattare qualche fotografia da lontano. Non ci lasciano entrare nel pit fotografico perché, a dire della sicurezza, ci sono delle bombole di gas sotto il palco ed è quindi pericoloso avvicinarsi. Sono allibito, assieme a tutti gli altri fotografi.

Il pubblico presente, affannato nella ricerca del posto migliore da dove assistere al concerto, si infiamma giusto sulle note dell’evergreen “Helter Skelter”, capace di catalizzare l’interesse di tutti i presenti. Peccato davvero: i The Dead Daisies avrebbero meritato un’attenzione maggiore da parte di tutti.

Il caldo umido domina imperterrito sotto forma di una cappa di vapore sopra le nostre teste; riesco – dopo notevoli sforzi – a guadagnarmi una discreta posizione nel pit fotografico, in attesa dell’esibizione dei Kiss. Mi siedo ed aspetto, diligentemente, controllando che l’attrezzatura fotografica sia in ordine. Mi alzo per sgranchirmi le gambe e, girandomi, vedo un’Arena stracolma. Il colpo d’occhio è davvero incredibile; dietro alla prima fila, presidiata dalla Security, i fortunati possessori dei biglietti più pregiati scalpitano sui seggiolini rossi di metallo, pronti a schizzare come molle non appena lo spettacolo starà per iniziare. Il telone nero con il marchio bianco dei Kiss è ora completamente srotolato e al proprio posto, pronto per dare inizio a questo rito che da quarant’anni accomuna fedeli seguaci da ogni parte del globo. Dalle casse, d’improvviso, partono le inconfondibili note di “Good Times Bad Times” dei Led Zeppelin, mentre un sottile strato di fumo grigio, denso come la nebbia della val padana, inizia a fuoriuscire da sotto il telone. Ci siamo, penso, mentre il cuore batte a mille.

Mi rendo conto di essere nel pallone più completo: mani due spugne, salivazione azzerata, manie di persecuzione, miraggi! Lo speaker rompe la magia dei Led Zeppelin facendo sussultare ogni singolo cuore accorso qui in questa torrida serata di giugno.

“AAAAAAll right Verona!” ruggisce dagli altoparlanti. Il boato dell’Arena scuote ogni singola pietra dell’anfiteatro romano. Mi alzo di scatto ancora una volta prima di essere investito dal muro di suono dei newyorkesi, e vedo la folla schiumare dalla gioia e dall’eccitazione. La Kiss Army è tutta qui, e i Kiss lo sanno bene.

“You wanted the best! You’ve got the best! The hottest band in the world…” e mentre il telone scende inizia il delirio. “Detroit Rock City” (che solo nello scriverlo su questo report la pelle d’oca mi si è alzata di circa quattro centimetri), è l’opener perfetta con cui i Kiss si presentano agli ormai incontrollabili dodicimila dall’Arena.

Signore e signori, non si poteva iniziare meglio. Scatto le mie fotografie e mi accorgo che sto cantando, anche se di solito non sono abituato a farlo. Mi hanno sempre insegnato a tenere un certo distacco mentre fotografo ad un concerto, ma oggi proprio non ci riesco. La gioia e l’eccitazione si mescolano mentre grido “Get Up!”, coperto, solo parzialmente, dalla mia fedele Nikon, compagna di mille splendide avventure.

Paul Stanley si mette in posa e non perdo l’occasione per immortalarlo. Come faccio solitamente, quando mi accorgo che un artista si mette volontariamente davanti al mio obiettivo per darmi l’occasione di portare a casa un buon scatto, ringrazio l’artista con un cenno della mano nel movimento di togliersi il cappello. Stanley evidentemente se ne accorge perché, per tutta la durata dei due pezzi a noi concessi, non perde occasione per puntare il mio teleobiettivo. O almeno così mi piace credere. Tant’è che continuo ad immortalarlo sentendomi quasi a disagio quando rivolgo le mie attenzioni sugli altri componenti della band.

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La voce di Paul non graffia, ma non importa. Non credo importi a nessuno degli astanti. Qui siamo davanti ad un pezzo della storia della musica, e come disse un mio compagno di viaggio poco prima di separarci fuori dai cancelli: “questi sono i Kiss; anche se si mettessero a giocare a briscola tressette su un tavolino di legno starei a guardarli comunque”.

Lo spettacolo dei Kiss cambiato poco rispetto a quelli che ebbi modo di vedere in passato: manca il ragno, mancano luci e orpelli scenici, ma la musica, quella resta meravigliosamente invariata. Continuano a dare spettacolo sopra il palco, con quella splendida “Deuce” che, mentre sono intento a scattare come se non ci fosse un domani pomeriggio, mi riporta alla mente ricordi che credevo persi nel buio della memoria. Ricordo quel piccolo vinile dalla copertina nera (che ancora custodisco gelosamente) dato in omaggio con una copia dell’indimenticabile “Hard!” che i Kiss condivisero con i Cinderella, e mi scappa un sorriso compiaciuto nel vedermi qui, sotto questo palco, un milione di anni dopo a realizzare un mio piccolo sogno, uno dei tanti targati truemetal.it.

Finito il secondo brano, con rammarico devo lasciare il pit assieme agli altri fotografi. Per regolamento posso rientrare con il biglietto, ma devo comunque uscire e  fare il giro dell’arena per poi rientrare dal gate di pertinenza. Poco male: il volume di “Psycho Circus” è talmente alto da farsi sentire ben oltre la cinta muraria. Molte persone rimaste senza biglietto sono raggruppate in piccoli capannelli fuori dalla struttura, tanto la qualità del sonoro è comunque migliore di molti altri concerti visti in giro per il mondo.

Rientro e prendo posto alle prime note di “Creatures of the Night”: davanti a me il pubblico è ordinatamente seduto a intento a gustarsi lo spettacolo, fatta eccezione per una sola scalmanata in piedi che, telefonino in mano in perenne registrazione video, è  seriamente impegnata a dimenarsi come una tarantolata. Sento il profumo del suo balsamo, ma non per una poetica infatuazione, ma perché mi ritrovo spesso e volentieri le sue bionde ciocche fra i denti. Il telefono registra ormai da mezz’ora: guardando lo schermo non posso non pensare agli effetti che causerà su chi avrà l’ardire di vederlo, probabilmente molto simili a quelli provocati dai “Robot Guerrieri Epilettici” dei Simpson.

Cambio posto perché il gusto della lanolina inizia a togliermi quel fantastico retrogusto di birra che ho in bocca da quando misi piede nella festosa città veneta.

Tutto il copione viene eseguito magistralmente dai quattro paladini del face painting d’oltre oceano. Gene Simmons scatena la sua linguaccia verso chiunque abbia anche un vaghissimo sentore femminile, anche se poi ritratta spesso i bellicosi intenti indicando la fede d’oro al  dito, quasi con rammarico. Agita quella fettina di carne che ha tra le labbra come un forsennato; a farne le spese – spesso –  sono gli operatori intenti a filmare con le telecamere lo spettacolo, coperti loro malgrado da litri di densa sputazza.

Suoni ineccepibili, volumi perfetti, acustica da premio oscar, non posso davvero dire diversamente.

Dopo le fiamme uscite dalla bocca del demone (che, giusto per la cronaca tira in malo modo la torcia fiammeggiante accesa proprio sopra le famigerate bombole per le quali non potemmo accedere al pit) ci becchiamo una “War Machine” pressoché perfetta. Per la prima volta in vita mia, dopo centinaia di concerti, ho visto davvero cosa significhi la parola “partecipazione” ad un evento musicale. È con “Lick It Up”, e con l’ausilio di tutte le luci accese disponibili in Arena, che posso vedere 11.999 (prendo sempre per buoni i dati dai quotidiani locali senza sentire il parere della questura) persone battere le mani a tempo cantando a squarciagola. Solo io, completamente intontito ed inebetito dallo spettacolo messo in piedi inconsciamente dai fedelissimi dei Kiss, resto come un fesso, a bocca aperta, a guardarmi intorno.

Lo spettacolo, ve lo posso garantire senza paura di esser smentito, è a dir poco entusiasmante. Senza perdere un sol colpo, seguo la trasmutazione di Gene, condita con il solito rivolo di sangue dalla bocca e con la linguazza diventata oramai incontrollata, intenta a schizzare liquido rosso acceso un po’ ovunque. Vola Gene nell’alto del palco, da dove ci regala una “God of Thunder” con i controcoglioni.

‘Sti vecchietti mi piacciono sempre più, penso mentre i bisogni primari (bagno e birra) vengono azzerati da uno spettacolo con la ‘S’ maiuscola. Sceso dall’Olimpo di tubi innocenti, Gene prova a dare il meglio di se quando suona a stretto contatto con il buon Tommy Thayer, che il demone tenta di raggiungere in ogni modo con la lingua. Tommy è atleta di tutto rispetto e riesce sempre a schivare  le attenzioni del buon vecchio Gene. Mentre i due si rincorrono l’un l’altro, il vecchio marpione di Paul inizia un rapporto distanza con una giovane e procace, biondissima spettatrice che cerca di raggiungere sedendosi sulle transenne che dividono i fan dallo spazio per i fotografi. La chiama, le mima di venire pure avanti, ma lei si nega, timida, come fosse una cerbiatta paurosa ed insicura. Paul ci resta male, ma non lo vuole darlo vedere e, sculettando, riprende il centro della scena prima di cederla temporaneamente a un Eric Singer in gran spolvero che, salendo in cielo con la batteria a pistoni idraulici, ci regala una “Black Diamond” davvero fantastica. Ha da pochi secondi finito di cantare Eric; si gira verso il back stage e tira un sorriso a cinquantadue denti, visibilmente soddisfatto. Bravo.

Paul non molla il colpo e dedica le prime strofe di “I Was Made for Lovin’ You” alla sua preda persa in mezzo alla folla. Una spremuta di cuore e d’ormoni che manda in visibilio non solo la biondissima, ma l’Arena tutta, scrivente compreso. Luci, fuochi e una tonnellata di coriandoli bianchi lanciati dai famigerati cannoni fanno da cornice a una “Rock and Roll All Night” stupefacente.

La ‘tizia col telefonino’ di fianco a me ‘viene’ (finalmente) presa dalle convulsioni e portata via in codice rosso. Il cellulare continua a registrare, finalmente riuscendo ad inquadrare qualcosa di sensato, completamente ricoperto di bianchi pezzettini di carta. L’atmosfera è fantastica, frizzante, coinvolgente. Tutti in piedi a cantare, urlare, saltare davanti a questi stratosferici Kiss, inossidabili, perfetti, una vera e propria istituzione musicale.

Alla fine, come detto in apertura, vince questo pubblico stratosferico che si è dato appuntamento oggi in reverenziale cospetto di questi fantastici Dèi del Rock. Con buona pace dei giovani virgulti della scena musicale odierna: questi vecchietti sanno ancora come spaccare culi in giro per il pianeta e, sono sicuro, lo faranno finché avranno una singola goccia di sangue in corpo (poi rimpiangeranno quella versata per i fumetti della Marvel). E quando non avranno più forze, saremo ancora qui a riempire le arene e gli stadi; saremo in tanti a vederli giocare a briscola, ne sono più che convinto. La Kiss Army, quella di oggi, di ieri e di domani sarà sempre, ovunque, fedelmente presente.

Buonanotte Verona, è stato un piacere rivederti.
Buonanotte Kiss, alla prossima…

“God gave rock and roll to you, gave rock and roll to you,
put in the soul of everyone.
…But people, we have been given a gift, we have been given a road
and that road’s name is Rock and Roll.”

Post Scriptum:
In chiusura, vorrei usare il mezzo che ho a disposizione per ringraziare pubblicamente Martina e Valentina della Parole & Dintorni per la cordialità, la disponibilità e la simpatia che hanno dimostrato nei miei confronti. In un mondo della musica che corre sempre a mille all’ora, fagocitando cose, persone e non guardando in faccia a nessuno, vi siete dimostrate delle professioniste di grande umanità.

Grazie, di cuore.

Daniele Peluso

Kiss @ Arena di Verona 2015 – Set List
01. Detroit Rock City
02. Deuce
03. Psycho Circus
04. Creatures of the Night
05. I Love It Loud
06. War Machine
07. Do You Love Me
08. Hell or Hallelujah
09. Calling Dr. Love
08. Lick It Up
09. Bass Solo
10. God of Thunder
11. Cold Gin
12. Love Gun
13. Black Diamond
14. Shout It Out Loud
15. I Was Made for Lovin’ You
16. Rock and Roll All Nite

Albergo d’Anima

Ho passato un’infinità di tempo per cercare di capire, per ricreare con la fotografia le immagini che via via si fissavano nella mia mente. Ho comperato libri, tutorial più o meno prestigiosi, ho acquistato riviste, monografie e racconti fotografici. Ho vivisezionato riviste, cataloghi, reportage e pubblicità per cercare di capire il linguaggio del fotografo, per analizzarne le prospettive, per carpirne i segreti più reconditi. Da vent’anni a questa parte non c’è stato un solo giorno in cui io non abbia messo occhi e cuore dietro ad un obiettivo e non abbia scattato una fotografia.

Ho speso una fortuna in sviluppo e stampa, in corpi macchina e in obiettivi, alla spasmodica ricerca del miglioramento continuo, pur essendo solo un amante della fotografia o, meglio, un amatore. Ho avuto cocenti delusioni e inimmaginabili trionfi.

Tempo fa decisi di vendere tutto e di non scattare più fotografie, a nessuno. E così feci, ma per un lasso di tempo infinitamente contenuto. Non ho potuto restare lontano da questa strana e maledettamente attraente alchimia fatta di luci e di ombre, di cose palesate e di segreti nascosti.

Apro questo spazio con l’obiettivo dichiarato di renderlo un contenitore eterogeneo di tutto quello che farò, da oggi in poi, e di tutto quello che ho fatto fino ad ora e che non ho mai fatto vedere a nessuno. Uno spazio che mi piace pensare come il mio Albergo d’Anima, un luogo dove esternare tutto quello che ho tenuto dentro. E come  immagine di copertina ho scelto una fotografia a me particolarmente cara: un obiettivo raggiunto, un lavoro ben fatto, un’emozione incontenibile.

In foto: James Alan Hetfield – Metallica ©pelusodaniele

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ritrattoBenvenuti sul mio nuovo sito danielepeluso.com

In queste pagine potrete trovare tutta la mia produzione fotografica passata, il mio inquieto presente e tutti i progetti per il futuro. Tutto in un unico contenitore ermetico, una scatola del tempo virtuale in cui riverso frammenti di vita, schegge impazzite fatte di luoghi e persone, racconti di vita e di tutto quello che mi circonda.